Tarocchi:
l’evoluzione nei secoli di un universo visivo in mostra all’Accademia Carrara di Bergamo
A pensare ai Tarocchi esclusivamente come mezzi per prevedere il futuro, si pensa male. La mostra Tarocchi | Le Origini · Le Carte · La Fortuna, allestita all’Accademia Carrara di Bergamo e aperta fino al 2 giugno 2026, esplora l’evoluzione di usi e reputazione delle carte più famose del mondo. Un percorso che, con pazienza e rigore, si propone come un’indagine scientifica sulla genesi, la trasformazione e la persistenza iconografica di un sistema di immagini che ha attraversato oltre cinque secoli di storia occidentale, senza mai perdere la propria capacità di interrogare lo sguardo.
«L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose». Italo Calvino, nelle Città invisibili, condensa in una frase una verità che riguarda il modo in cui la mente umana abita il mondo, ovvero escludendo di vivere la realtà in modalità passiva vedendo le cose per come sono, ma interpretandole a seconda dei significati più profondi. È propriamente in questa cornice epistemologica che i tarocchi trovano la loro collocazione più autentica: non come strumenti di predizione del destino, secondo il luogo comune che ne ha segnato la fortuna popolare degli ultimi due secoli, bensì come dispositivi visivi di straordinaria complessità, capaci di gettare ponti tra il dominio della ragione e quello, più sfuggente, dell’intuizione.
Partire dalle ragioni dell’esposizione: il mazzo Colleoni
Al centro del progetto espositivo si colloca un evento di grande importanza filologica: la riunificazione del mazzo Colleoni, uno dei più preziosi e meglio conservati esempi di tarocchi quattrocenteschi giunti fino a noi, così chiamato per il nome del suo più recente proprietario, Alessandro Colleoni. Le carte, a lungo divise tra l’Accademia Carrara, la Morgan Library & Museum di New York e una collezione privata, tornano qui a disporsi l’una accanto all’altra per la prima volta, ricomponendo una sequenza quasi completa. Il mazzo Colleoni appartiene alla tradizione dei cosiddetti tarocchi di corte, prodotti nelle officine artistiche dell’Italia settentrionale durante il XV secolo per l’uso e il diletto delle famiglie signorili. Si tratta di manufatti di altissima qualità esecutiva, che escludono quindi la serialità, miniati su fondo oro, che testimoniavano il prestigio e la raffinatezza culturale dei loro committenti. Le ipotesi attributive più accreditate collegano questo mazzo alla bottega di Bonifacio Bembo, realizzato su committenza di Francesco Sforza.
Fino a che non ci si sporge alla teca che le conserva, non ci si rende veramente conto della fortuna che hanno i nostri occhi nel contemplare tale bellezza. Osservare queste carte da vicino significa confrontarsi con una densità materiale e simbolica che travalica la loro funzione originaria. Sono oggetti piccoli, delicati, eppure capaci di trattenere una quantità sorprendente di storia e passione per il lusso che animava le corti del tempo. È facile, quasi immediato, immaginare le mani secolari che hanno sfogliato quelle carte. Gesti che riecheggiano nei tempi, ma ancora visibilmente presenti nei segni di usura che ne testimoniano la vita concreta. La loro riunificazione non è dunque soltanto un’operazione di ricostruzione filologica, ma un atto di restituzione storica che permette a queste immagini di tornare a parlare nella loro interezza, come un testo finalmente restituito alla propria completezza. Una suggestiva reunion di famiglia che difficilmente dimenticheremo.
L’origine ludica: i tarocchi nelle corti del Rinascimento
L’origine ludica e cortese è fondamentale per comprendere la natura dei tarocchi nella loro fase più antica. Le prime sale della mostra riportano i tarocchi nel loro contesto originario del gioco, escludendo ogni rimando all’esoterismo che la maggior parte dei visitatori si aspetterebbe. Le carte nacquero infatti nelle corti italiane del Quattrocento come strumenti ludici aristocratici, impiegati in un tempo sociale scandito da una fitta rete di relazioni interpersonali. Il gioco dei tarocchi o Trionfi, come venivano chiamati all’epoca, rappresentava una variante più complessa dei giochi di carte già diffusi in Europa, arricchita da un quinto seme composto da figure allegoriche disposte secondo una gerarchia fissa. Figure aggiuntive quali il Matto, il Bagatto, la Papessa, l’Imperatrice, l’Imperatore, il Papa, gli Amanti, il Carro, la Giustizia, l’Eremita, la Ruota della Fortuna, la Forza, l’Appeso, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre, la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio, il Mondo sono i veri e propri trionfi, da cui deriva il nome del gioco. Non si trattava di simboli misteriosi o iniziatici, ma di immagini comprensibili per un pubblico colto dell’epoca, iconografie che attingevano ad un repertorio condiviso dalla cultura bassomedievale e rinascimentale, radicate nella tradizione figurativa allegorica delle arti, della letteratura, della cosmologia, della teologia, dalle vetrate ai codici miniati. Un ringraziamento va anche a Francesco Petrarca, che scelse di scrivere i suoi trionfi in lingua volgare, perché ne potesse usufruirne anche un pubblico più vasto.

Tarocchi di Jean Noblet, Parigi 1659. Parigi, Bibliothèque national de France, Dèpartement des Estampes et de la Photographie.
La nebulosa dei significati tra esoterismo e psicologia: genesi di un equivoco
Fa parte del pensiero dominante comune contemporaneo la certezza secondo cui i tarocchi abbiano a che fare con la divinazione, che siano strumenti, talvolta inquietanti, affascinanti del fascino proprio dell’occulto, impiegati da sedicenti sensitivi e cartomanti per svelare il futuro e con la pretesa insolente di penetrare gli aspetti nascosti dell’esistenza individuale di sconosciuti, tra lavoro e relazioni amorose in crisi. Rituali proibiti, destini interpretati e decodificati con furbizia. Attraverso l’iconografia popolare abbiamo cristallizzato la figura della veggente: capelli lunghissimi o legati da un foulard, orecchini rotondi, occhi che scrutano oltre il visibile, un mazzo di carte disposte sul tavolo dalla lunga tovaglia scura, secondo schemi rituali carichi di significato. Aggiungiamoci anche una sfera di cristallo, semmai ne sentissimo la necessità. In questo contesto, la Luna ci appare l’antagonista della luce del sole; le stelle, figlie di un firmamento proibito. E poi figure antiche di papi e papesse, maghi con i loro strumenti, imperatrici e torri medievali.
L’uomo scatena l’inconscio cercando l’ebrezza in passati fantastici e sensazionalistici, attraverso la reinterpretazione di simboli che rimandano ad un altrove carico di fascino, tra la paura e l’attrazione. Niente di più comodo per sfuggire alla realtà. Questa rappresentazione ha iniziato a radicarsi nell’immaginario collettivo a partire dalla seconda metà del Settecento. Il francese Antoine Court de Gébelin, nel suo Le Monde primitif (1781), propose per primo l’ipotesi, anche questa priva di fondamento storico, che i tarocchi fossero un’eredità dell’antico Egitto, un libro di sapienza arcana trasmesso attraverso i secoli sotto forma di immagini. Da questa interpretazione fantasiosa prese avvio una tradizione esoterica che avrebbe profondamente trasformato la percezione e l’uso delle carte, collegandole alla cabala, all’astrologia, alla magia cerimoniale presenti nei salotti settecenteschi, nelle logge massoniche fino ai circoli teosofici. Il XIX e il XX secolo consolidarono questa deriva occultistica. Parallelamente, la psicologia analitica di Carl Gustav Jung riconobbe nei tarocchi un repertorio di archetipi, figure universali dell’inconscio collettivo capaci di attivare processi di individuazione e di autoconoscenza.
Questa stratificazione ha reso i tarocchi un oggetto culturale di straordinaria polisemia. Mutano i contesti, i supporti materiali, i tratti stilistici, ma le immagini sono sempre riconoscibili e sopravvivono in virtù di una forza simbolica che si sviluppa fino all’irriducibile. Pur rifiutando le piattaforme online di chiaroveggenza, non va ignorato il passaggio dal gioco alla divinazione: dimostra la capacità di questi oggetti di adattarsi alle culture e ai bisogni umani nel tempo. A supporto definitivo di questo pensiero, l’età artistica contemporanea ha raccolto un’eredità visiva, creando meraviglie attraverso di essa. Dal mazzo surrealista disegnato da Salvador Dalí alle monumentali sculture di Niki de Saint Phalle nel Giardino dei Tarocchi di Capalbio, dall’interesse di artisti come Leonora Carrington e Remedios Varo, i tarocchi si confermano come un serbatoio inesauribile di forme e di suggestioni talvolta folli, e per questo bellissime. Una vitalità iconografica che è puro segno di una fortuna popolare persistente e che testimonia la capacità delle immagini dei tarocchi di attraversare i confini tra cultura alta e cultura di massa, tra figurazione e astrazione. Il simbolismo dei Trionfi, nel gioco ininterrotto dell’interpretazione attraverso le culture di ogni secolo, non ha mai perso la sua forza evocativa.
La forza dei Tarocchi sta nella loro ambiguità: sospesi tra gioco e rito, tra arte e interpretazione. Qualcosa che ha a che fare con il mistero umano, non la confusione: una ricchezza che li ha mantenuti vivi attraverso i secoli.
La trasformazione dello sguardo in un percorso di chiarificazione che attraversa i secoli
Man mano che si procede attraverso le sale accade qualcosa nel nostro sguardo che costituisce la riuscita della mostra. Se all’inizio ci si muove tra tavole lignee, resti di carri e codici miniati nel tentativo di capire “dove mi vuole portare questo allestimento?”, a un certo punto si realizza che il rapporto con le immagini è diventato più diretto, e ci si può abbandonare allo scorrere delle opere che attraversano la storia, eliminando così ogni tensione diretta a sforzi di comprensione e interpretazione. Un percorso che prepara a familiarizzare con personaggi e simboli delle carte: niente di più arguto per una mostra con un tema ostico e sconosciuto ai più.
A ciascuno di noi in modo differente, alcune carte attirano l’attenzione più di altre. Questo potrebbe accadere per una forma di riconoscimento che ha più a che fare con l’esperienza personale che con la conoscenza. Si tratta di un fenomeno che i tarocchi, nella loro lunga storia, hanno sempre saputo attivare: la capacità di funzionare come specchi proiettivi, superfici su cui lo sguardo deposita i propri, singolarissimi significati, associazioni personali, memorie involontarie. In questo senso, la mostra non insiste mai sulla dimensione divinatoria in senso stretto, e proprio per questo riesce a restituire ai tarocchi una complessità più ampia e più autentica.
Uscendo dall’Accademia Carrara, la sensazione non è quella di aver acquisito una spiegazione esaustiva dei tarocchi nella loro totalità. È piuttosto quella di aver attraversato un sistema visivo che sfugge alle categorie nette. Una mostra che ha il merito di restituire una complessità senza semplificarla, di riportare i tarocchi nella loro dimensione storica senza impoverirne la portata simbolica. È un invito a guardare diversamente le carte non per trovare risposte, ma per imparare a sostare nella profondità delle domande.








