Rĕlĭquĭae

Una traccia sacra di un contemporaneo profano

di Alessandra Tomasello

 

Lasciare dietro, lasciare una traccia di sé. Le reliquie sono una testimonianza di ciò che resta, oggetti di culto ammantati da un velo di sacralità.

La mostra “Rĕlĭquĭae” è stata inaugurata il 27 gennaio, Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della Shoah, presso lo spazio On the Contemporary di Palazzo Manganelli, a Catania. Il progetto, un concept di Anna Guillot, nasce dalla sezione del lavoro dell’artista polacco Zygmunt Piotrowski/Noah Warsaw, Caedis Reliquiae – i sopravvissuti del massacro, citazione dall’Ab Urbe Condita di Tito Livio. Il documento video Birkenau Nachtkampf di cui è parte integrante, si fa motivo propulsore di intensa carica emotiva.

Le opere esposte ritraggono una sapiente ricerca filosofico-esistenziale ed estetica di sei artisti contemporanei che declinano il tema del sacro in chiave profana, aspirando ad una sfera spirituale.

Per quanto distanti sia per l’uso di linguaggi, che dal punto di vista anagrafico e geografico, Michel Couturier, Ampelio Zappalorto, Alessandro Costanzo, Domenico Mennillo, Zygmunt Piotroswki-Noah Warsaw e Anna Guillot presentano un’indagine profonda di carattere etico, in una mise en abime sulle complesse logiche teorico-artistiche che fanno delle loro opere delle reliquie contemporanee.

L’atmosfera si condensa nel video del performer Noah Warsaw, alter ego di Zygmunt Piotroswki. Un silenzio spaesante accompagna la performance dell’artista che, immobile a braccia alzate, si pone di fronte ai cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Un gesto realizzato durante una gelida giornata invernale, in cui la temperatura della notte sfida la capacità di resistenza dell’artista, la cui ricerca è volta all’osservazione delle reazioni del corpo e della respirazione. Un atto di resa, di sconfitta, di rassegnazione di fronte all’immane tragedia compiuta che viene rielaborata e rivissuta. Come antiche e sacre icone, sono esposte in teche anche delle opere-fascicoli che illustrano gli studi condotti da Piotroswki sulla prossemica, uno studio sul rapporto del comportamento e dell’autocontrollo con lo spazio circostante.

Alessandro Costanzo, catanese, sviluppa una ricerca in divenire che vede nelle due foto presentate, frames tratti da una video performance intitolata Je suis, il culmine di un’installazione realizzata nella costa orientale della Sicilia. Come un imperativo categorico, un “cogito ergo sum”, Je suis si pone quale pensiero che viene lasciato alla deriva. Alla certezza di un io morale si sostituisce una fluidità dell’essere. L’opera realizzata con neon e camere d’aria – materiale usato anche da Jospeh Beuys – viene lasciata fluttuare per diversi giorni nel mare e successivamente recuperata. Costanzo mette in discussione la coscienza del sé, la decostruisce e la frammenta, lasciandola viaggiare. Etimologicamente “Je suis” in francese assume la doppia valenza di io sono e io seguo, quasi l’idea potesse seguire l’artista errante che gira per il mondo verso altri orizzonti

I lavori del belga Michel Couturier Le canne di Pergusa IV sono delle preziose rappresentazioni degli oggetti che abitano i luoghi limite come il porto e la vegetazione che timidamente permane nel lago di Pergusa, sede dell’antico mito di Proserpina e oggi quasi prosciugato. L’uso della foglia d’oro, tecnica che prevede un’attenta e minuziosa lavorazione, accosta le sue opere alle antiche immagini religiose. La natura lussureggiante è stata pian piano divorata dall’azione dell’uomo che ha creato un nuovo paesaggio: i lampioni ed altre icone del contemporaneo diventano le canne di una natura artefatta.

Il napoletano Domenico Mennillo ha condotto un’analisi sulle teorie dal carattere alchemico con un’elaborazione significativa sulla Wunder Kammer. Le sue sperimentazioni dal carattere eterogeneo spaziano da una meditazione sulla scrittura all’arte visiva e performativa. Ne Alcune Architetture di Napoli e in Il teatro di lunGrabbe nelle architetture napoletane è la scrittura teatrale ad interessare la ricerca di Mennillo, figlio di quella cultura napoletana contraddittoria e affascinante, in cui la multidisciplinarietà coniuga l’eterogeneità dei linguaggi tipica del teatro, della poesia, della filosofia e della musica. Teatro e architettura in Mennillo si identificano quale connubio di autorappresentazione del sé dell’uomo moderno.

Pas de deux di Ampelio Zappalorto, artista veneto trapiantatosi a Berlino negli anni ’80, consiste in due oggetti utilizzati durante Narrentanz, un’azione performativa di cui è autore e regista, risalente ad alcuni anni fa: si tratta di un paio di scarpe e di un pantalone la cui funzione però viene sabotata. Le scarpe sono avvolte da uno stesso laccio e i pantaloni hanno una doppia vita come se potessero essere indossati da ambo i lati. Con uno slancio ironico e paradossale Zappalorto focalizza il suo pensiero artistico sul tema del doppio, un giano bifronte dall’unica identità. Sdoppiamento, duplicità non sono altro che proiezione di una fusione di due individualità.

Koobook – decostruzione dell’Archivio di Anna Guillot è un’installazione site specific nata ad hoc per lo spazio On the Contemporary, consistente in un mobile-vetrina colmo di libri. Esplicito riferimento alla ricerca che l’artista ha portato avanti negli anni, l’opera rimanda al concetto di archivio, ma è soprattutto la critica di una perdita della conoscenza e della cultura cartacea. I libri sono riposti sui ripiani dell’object trouvé sempre dalla parte del dorso, tranne nel caso di qualche citazione ribaltati e posizionati in una sorta di gioco di incastri, non più utili in un’era in cui il virtuale ha sopperito a qualsiasi sapere.

Il progetto “Rĕlĭquĭae” è accompagnato da un catalogo editato da Tyche con scritti di Luciana Rogozinski e Paolo Emilio Antognoli. Lo scandaglio di Rogozinski sull’argomento, la sua relativamente concisa analisi teorico-critica, orienta bene la lettura di un tema tanto attuale del contemporaneo quale è quello della reliquia. Un fuori catalogo inserito in appendice al volume riguarda il testo in forma diaristica che Paolo Emilio Antognoli ha concepito nel corso di uno studio su James Lee Byars, artista che torna – come è stato per il passato progetto Relics, realizzato presso il medesimo spazio – ad essere trasversalmente presente nella mostra.

La mostra resta allestita per un tempo attualmente non prevedibile, in previsione della presentazione ufficiale del volume.

 

In copertina: On the Contemporary, Rĕlĭquĭae, veduta d’insieme

Ph. Credits: Alessandro Costanzo