Pulci, memoria viva
La mostra di Valerio Eliogabalo Torrisi alla Casa della Memoria
2 domande all’artista
Alla Casa della Memoria di Milano, Valerio Eliogabalo Torrisi mette in scena un percorso che intreccia archivi resistenti e arte contemporanea. Pulci più di prima, ora, parte del palinsesto “Tempo di pace e di libertà. Ottant’anni di Liberazione”, restituisce dignità alle storie sommerse della Resistenza attraverso installazioni fragili e corali.
Un archivio che diventa “canto”. Così si presenta Pulci più di prima, ora, la mostra di Valerio Eliogabalo Torrisi a cura di Salvatore Cristofaro, ospitata fino al 5 ottobre 2025 alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto espositivo si serve del linguaggio dell’arte per raccontare il patrimonio degli archivi resistenti custoditi nella sede di via Confalonieri.
La mostra nasce in occasione dell’80° anniversario della Liberazione, all’interno del palinsesto del Comune di Milano “Tempo di pace e di libertà. Ottant’anni di Liberazione”, e rappresenta un dialogo tra passato e presente, tra storia e urgenze contemporanee.
Archivi come materia viva
Torrisi ha lavorato per mesi sui materiali d’archivio dell’ANED e dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, due istituzioni culturali che custodiscono e valorizzano la memoria della Resistenza, della deportazione e della storia del Novecento attraverso archivi, ricerche, formazione e iniziative.
Nello specifico, l’artista ha indagato lettere dei condannati a morte, diari personali e documenti visivi. Ma il suo lavoro non è solo una rilettura: Torrisi si impegna a far risuonare questo materiale preziosissimo, trasformandolo in esperienza viva.
Le “pulci” evocate nel diario anonimo di un internato militare si fanno allora metafora infestante del presente, corpo estraneo che insinua l’urgenza di una memoria attiva e vigile.
Così, frammenti di vite — messaggi cuciti negli abiti, parole scritte in fretta prima della fucilazione — si ricompongono in una controstoria, intessuta di gesti intimi e radicali, capace di illuminare la grande Storia attraverso una costellazione di esistenze individuali.
Giuseppe Mendolia Calella: Come ti sei approcciato al materiale d’archivio di ANED e dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e con quale sensibilità hai scelto di “manipolarlo”, trasformandolo in opera d’arte senza tradirne la memoria?
Valerio Eliogabalo Torrisi: Interfacciarmi con gli archivi è stata una novità per me: avevo già lavorato con storie appartenenti al passato, e nello specifico con storie nate dalla grande piaga del fascismo, ma sempre attraverso libri e articoli, mai direttamente a stretto contatto con gli archivi.
Mi è stato riservato un tavolo ricolmo di materiali originali, accompagnato dalla professionalità e cortesia della project manager dell’ANED, Lucia Tubaro.
La possibilità di perdersi tra le tante informazioni è stata arginata da un’intenzione chiara fin dall’inizio: raccontare le piccole storie poco narrate della Resistenza, che è la modalità con cui si muove tutta la mia ricerca artistica.
Non a caso la mia attenzione è stata catturata dai disegni che narravano momenti quotidiani nei lager e dalle storie raccontate da Dario Venegoni, presidente nazionale dell’ANED, legate alla sua famiglia (da cui nasce poi l’opera Canto Nuovo).
Annalisa Bertani, archivista dell’Istituto Parri, mi ha parlato delle ultime lettere (alcune conservate direttamente nell’archivio presente in Casa della Memoria) e, ancor prima di leggerle, ho capito che sarebbero state il giusto punto di partenza: intere giornate a leggere le ultime parole di donne, padri, amanti, figli, combattenti e partigiane mi hanno fatto entrare nelle loro storie. Le loro speranze, le loro consapevolezze, la loro visione di un’Italia futura e libera erano già tutto ciò che avrei voluto raccontare, senza rielaborarle troppo, restituendole fedelmente in tutta la loro preziosità.
Tutto il materiale che ho esaminato era già completo così: un’eccessiva rielaborazione concettuale sarebbe stata superflua e fuori luogo, per questo ho cercato di consegnare queste storie così come mi sono arrivate, passando solo dall’astratto della narrazione alla realtà.
La storia raccontata da Carlo Venegoni al figlio Dario di un internato che passa le ore d’aria canticchiando “din don dan” perché l’Italia avrebbe avuto bisogno di un nuovo inno diventa Canto Nuovo: un vero inno che parla di inclusione e di orgoglio di appartenere a un’Italia nuova, libera e madre di tutt*, cantato su un palchetto in festa, radicato in un immaginario di provincia, reale e terreno.
I disegni di Lodovico Barbiano di Belgiojoso diventano momenti di intime riunioni tra amici, catturati in fotografia in Canti da cortile.
Le struggenti parole d’addio e di speranza delle ultime lettere prendono forma in Casa della Memoria e in giro per la città, compiendo il loro ultimo viaggio.
Tre canti per resistere
Le opere cardine della mostra tracciano un itinerario tra coralità e memorie condivise, restituendo voce a storie dimenticate e sublimandole in esperienze collettive.
Canti da cortile prende avvio dai disegni di Lodovico Barbiano di Belgiojoso e rievoca il canto serale dei prigionieri che, da gesto intimo e fragile, si trasfigura nell’installazione fotografica, installata nelle balconate interne della Casa della Memoria. Torrisi propone una comunità resistente, capace di mutare la prigione in luogo di condivisione.
Con Ultimi canti il cuore dell’archivio si dischiude: le lettere d’addio, trascritte in rosso e adagiate su basamenti monumentali, invitano il pubblico a farsi tramite di quelle parole interrotte, accompagnandole idealmente verso i destinatari cui erano rivolte.
Il pubblico è invitato a portare con sé una delle lettere-manifesto, diventando parte attiva della loro diffusione. Oltre alla selezione esposta in mostra, altre lettere vengono proiettate nello spazio urbano grazie agli schermi a LED diffusi in città, mentre ulteriori testi sono raccolti nel catalogo della mostra, distribuito gratuitamente.
Con Canto nuovo, l’artista compone un inno alla libertà, ispirato a un canto nato tra le mura di un carcere politico. Attraverso una video-installazione, Torrisi lo intona in prima persona, trasformando il gesto in un atto performativo.
Il canto risuona poi coralmente grazie alle voci del coro LGBTQIA+ Checcoro, a sottolineare ancora una volta la natura corale e polifonica di questo progetto espositivo.
G. M. C.: Con Canti da cortile, Ultimi canti e Canto nuovo trasformi memorie intime in un canto collettivo che risuona nello spazio. Come hai scelto di passare da frammenti individuali a questa coralità condivisa?
V. E. T.: Per me è stato fondamentale mantenere la frammentarietà delle storie.
Ad esempio, in Canti da cortile l’immagine è stata divisa in nove parti con la precisa intenzione di forzare lo sguardo a ricomporle per catturare una scena unica. Questo stesso sforzo è necessario per comprendere tutta la Storia e, quindi, la storia della Resistenza italiana.
È fondamentale che arrivi l’idea che La Storia è fatta da tante piccole storie. Non esiste la Resistenza, una, come unica entità; esistono invece tante lotte, donne e uomini coraggiosi, pianificazioni, sacrifici, orgogli: l’unione di tutto questo ha liberato l’Italia.
Un gesto politico ed estetico
Nelle parole dell’artista, «esistere, camminare, occupare uno spazio è già politico». La mostra non si limita a esporre opere, ma istituisce una liturgia civile: un archivio che diventa teatro, un canto che si fa resistenza collettiva. È qui che si riconosce la forza del lavoro di Torrisi, ovvero nel trasformare la memoria in presenza viva, capace di interrogare il nostro tempo, dove gli estremismi tornano a imporsi e la resistenza si rinnova come pratica quotidiana.
Pulci più di prima, ora è, infine, una festa della memoria: non retorica, ma corale, che affida all’arte il compito di custodire valori e trasmetterli come canto. Non vi è (solo) eroismo, ma una coralità di voci che, sommandosi, diventano Storia; proprio come ci ricorda l’artista.















