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Pratiche di sforzo condiviso: la performance collettiva

Verificare che l’adesivo di chiusura non sia stato manomesso

 

Davide Mariani porta la fatica fuori dagli schermi e dentro lo spazio urbano con una performance nata all’Accademia di Belle Arti di Catania.

 

Che forma ha la fatica oggi? Non quella fisica che associamo al lavoro manuale, ma quella più difficile da nominare: mentale, emotiva, digitale. Da questa domanda è partito Pratiche di Sforzo Condiviso, workshop condotto da Davide Mariani e curato da Mario Bronzino e Francesco Lucifora, ospitato dall’Accademia di Belle Arti di Catania. Tre giorni di lavoro culminati nella performance collettiva Verificare che l’adesivo di chiusura non sia stato manomesso.

 

Verificare che l’adesivo di chiusura non sia stato manomesso, 2026, performance collettiva. Ph Leonardo Manfrè.

 

La fatica come linguaggio

Classe 1998, Mariani appartiene a una generazione cresciuta dentro la connessione permanente. Nella sua ricerca il corpo diventa uno strumento per interrogare temi come appartenenza, resistenza e relazione con lo spazio pubblico. Non cerca il gesto spettacolare né la prova estrema: lavora piuttosto sulla persistenza, sul rapporto tra individuo e ambiente, sulle forme di sforzo che attraversano la quotidianità contemporanea.

 

Oltre la Body Art

Il workshop prendeva avvio da alcune esperienze storiche della performance e della Body Art, ma senza trasformarsi in una lezione di storia dell’arte. Il riferimento al passato serviva soprattutto a comprendere il presente. Se negli anni Sessanta e Settanta artisti come Marina Abramović, Vito Acconci o Chris Burden utilizzavano il corpo per misurarne i limiti, oggi la questione sembra essersi spostata verso forme meno visibili di pressione e consumo.

 

 

Leggere la città

La parte più interessante del progetto è emersa fuori dall’aula. Attraverso passeggiate, sopralluoghi e confronti collettivi, gli studenti sono stati invitati a individuare luoghi capaci di raccontare simbolicamente il concetto di sforzo. Catania è diventata così una mappa da attraversare criticamente, mentre oggetti personali, fotografie e memorie individuali sono stati trasformati in materiali performativi.

La città non è stata utilizzata come sfondo, ma come dispositivo di lettura del presente.

 

Verificare che l’adesivo di chiusura non sia stato manomesso, 2026, performance collettiva. Ph Leonardo Manfrè.

 

Un titolo che funziona

Verificare che l’adesivo di chiusura non sia stato manomesso è uno di quei titoli che restano in testa. La frase arriva direttamente dal linguaggio della logistica, delle spedizioni e dei consumi contemporanei. Applicata a una performance, però, produce uno slittamento interessante: cosa stiamo verificando davvero? L’integrità di un oggetto o quella delle nostre esperienze?

In un’epoca in cui gran parte delle relazioni passa attraverso dispositivi progettati per eliminare attriti e attese, il lavoro di Mariani rimette al centro qualcosa di molto semplice: il corpo e la sua capacità di produrre esperienza.

 

Forse la vera questione non è evitare la fatica, ma capire cosa ci racconta del modo in cui abitiamo il mondo.