PORTOFRANCO
tra memoria stratificata e nuove chiavi di lettura del Palazzo Soranzo Novello
La mostra collettiva PORTOFRANCO, a cura di Rossella Farinotti, costituisce un ambizioso progetto di rigenerazione culturale che si fonda su un luogo che torna a essere abitato dopo un lungo periodo di abbandono: il Palazzo Soranzo Novello a Castelfranco Veneto. Dopo due anni di ricerca e progettazione, l’esposizione trasforma questo monumento architettonico, caratterizzato da una duplice identità, tra i sontuosi saloni veneziani del Settecento e gli ambienti post-industriali degli anni Settanta, ex sede bancaria, in un laboratorio di sperimentazione e dialogo sul tema del doppio, inteso come unione di opposti e svelamento di memorie.
PORTOFRANCO si configura come un atto di riappropriazione spaziale e un’azione artistica che coinvolge ventitré artisti e artiste internazionali in un percorso immersivo di opere e interventi site-specific, visibile fino al 14 febbraio 2026. La selezione corale orchestrata dalla curatrice spazia tra linguaggi e generazioni diverse, includendo: Vincenzo Agnetti, Marco Bongiorni, Thomas Braida, Rachele Calisti, Maurizio Cattelan, Flavio Favelli, Agata Ferrari Bravo, Anna Galtarossa, Goldschmied & Chiari, Adam Gordon, Guido Guidi, Agnese Guido, Duane Hanson, Sacha Kanah, Silvia Mariotti, Francesca Mirabile, Silvia Negrini, Marta Ravasi, Fabio Roncato, SC_NC, Raoul Schultz, Vedovamazzei e Zoe Williams.
Come dichiarato dalla stessa Farinotti, ogni opera, dettaglio e racconto nasce per “strabordare all’esterno, per creare una comunità di pensiero che viene riattivata grazie all’arte contemporanea, per ripristinare un porto franco”. In questa intervista approfondita, abbiamo discusso con la curatrice della mostra le sfide di un progetto espositivo che è al contempo un atto di rigenerazione urbana e una profonda riflessione metodologica, analizzando come l’arte possa trasformare le “ferite” dell’architettura in un nuovo dispositivo simbolico per il risveglio di una memoria collettiva.
Geraldina Albegiani: Palazzo Soranzo Novello ha una storia parecchio stratificata. Quanto è stato importante preservare la memoria di questi accumuli esperienziali passati e quanto invece l’arte è intervenuta per rigenerare e creare nuovi immaginari?
Rossella Farinotti: Il termine “accumulo esperienziale” è molto poetico ed efficace pensando alla storia di Palazzo Soranzo. In realtà pensando a tutte le storie. L’idea della mostra nasce anche da questo, dalla sua memoria che è rimasta in ogni stanza, in ogni angolo e sedimenta attraverso i mobili, gli oggetti e anche quell’atmosfera stratificata, appunto, negli anni e nelle azioni. Dunque gli artisti hanno interagito con libertà, ma profonda attenzione al passato (anche a livello immaginario, fantasioso), lasciando intatto il substrato del Palazzo. Ciò ha permesso sia di creare o ipotizzare nuove narrazioni, che di ripristinarne, in maniera sofisticata, altre.
Geraldina: L’espressione porto franco evoca storicamente uno spazio di estensione doganale, un luogo dove merci e persone transitavano liberamente. In un contesto artistico contemporaneo, in che modo questa libertà di transito si traduce oggi in termini di idee e linguaggi?
Rossella: Il titolo PORTOFRANCO nasce proprio dal fatto che Castelfranco Veneto in passato era un porto franco: all’interno delle mura non vi erano dazi o limiti economici. La mostra riprende questo concetto ampliandolo alla visione degli artisti, ma anche al periodo storico in cui si vive. Un periodo dove sembra si siano persi i luoghi neutri. I confini geografici e di libertà sono sempre più obbligati. Esistono e sono spaventosi. Ecco che nel Palazzo, invece, la libertà di espressione si fa avanti, ripristinando il passato e auspicando a nuovi futuri. Le tracce, le opere l’ironia sempre presente vogliono dimostrare anche questo.
Geraldina: Il tema del doppio è il fulcro concettuale e fisico di PORTOFRANCO. Potresti illustrarci la genesi di questa scelta e come è stata poi tradotta in grammatica espositiva? Nello specifico, come si articola il doppio nelle seguenti dimensioni: tra le generazioni dei ventitré artiste e artisti, tra le opere e lo spazio e tra realtà e finzione?
Rossella: Pensando a PORTOFRANCO il doppio è stata da subito una tematica ovvia. Il palazzo è diviso in due da una scala. Un elemento che il visitatore sale per poi scendere dall’altro lato. È come la linea di demarcazione di un labirinto. La prima parte del Palazzo che si visita ha un’estetica legata agli anni Settanta, rimasta viva negli arredi e negli spazi degli uffici. L’altro lato, scendendo appunto, è rimasto legato al settecento. Questo è il primo binomio. Il secondo è legato dunque alle atmosfere ambivalenti – o ubique, per citare le opere fotografiche di Alberto Zanetti – che riemergono nei dettagli. Atmosfere che si vedono, immaginano e respirano. Sembra che qualcuno abiti ancora quegli spazi, in epoche diverse. E così tanti artisti hanno lavorato sul doppio, a volte anche restituendo una percezione ribaltata dello spazio (penso a Flavio Favelli che ha scomposto un grande salone). Dunque il percorso procede su dei ritmi – visivi, sonori, attraversati da diversi media – legati alla doppia percezione del luogo e della sua storia. Oltre che al costante rimando tra passato e futuro.
Geraldina: L’intervento site-specific di Maurizio Cattelan composto di due piccoli ascensori costituisce una “possibile via di fuga da un tempo sospeso” e forse proprio per le sue dimensioni ridotte, ha un impatto spiazzante. Quali sono state le maggiori sfide logistiche e conservative nel gestire diversi progetti site-specific in un edificio storico appena restituito alla città?
Rossella: Maurizio Cattelan ha lavorato nello spazio con tre opere: due nella parte “moderna”, un’altra, il gatto nero, in una stanza bellissima del settecento. Sono tutte e tre site specific, due realizzate ex novo per lo spazio. Gli “ascensorini” sono stati installati in una stanza con delle mura che erano state realizzate durante l’ultimo ripristino del Palazzo, dunque abbiamo potuto interagire con lo spazio in libertà. L’ufficio in cui è inserita è stato lasciato intonso, così com’era quando lo abbiamo visto per la prima volta. È stata proprio questa atmosfera di abbandono di un ufficio moderno e i suoi dettagli (le lampade cadute, la mappa geografica che riporta i rischi economici del mondo, la scrivania storta) che hanno ispirato l’artista. Ha scelto lui quella stanza.
Geraldina: Il progetto espositivo estende il suo raggio d’azione fino al Museo Casa Giorgione con Alice Ronchi. Come si collega l’intervento di Ronchi con il ciclo di affreschi di Giorgione?
Rossella: Ci sembrava naturale che PORTOFRANCO, progetto realizzato grazie alla città di Castelfranco, si estendesse dentro alle storiche mura, oltretutto in un luogo speciale come la Casa Museo del Giorgione. All’interno del Palazzo c’è un fregio del pittore storico che riprende diversi temi, tra cui quello astronomico legato al sole e alla luna. Alice Ronchi ha realizzato due sculture dedicate proprio al Sole e alla Luna… per cui è stato un impulso necessario invitarla. Le opere sono totemiche e sono installate in due sale molto diverse tra loro, bilanciandosi.

Alice Ronchi, veduta della mostra PORTOFRANCO presso Museo Casa Giorgione 2. Ph Cosimo Filippini. Ph Cosimo Filippini.
Geraldina: Durante i due anni di progettazione della mostra, qual è stato il momento più gratificante di questo lungo itinerario che ti ha condotta a Castelfranco Veneto?
Rossella: Grazie per la domanda. C’è stato talmente tanto lavoro da parte del team, dell’amministrazione pubblica, degli artisti e mio che ancora non ci siamo fermati a pensare alle gratificazioni, che sono state tante. Sicuramente il momento dell’allestimento insieme alle artiste e agli artisti, quando le cose iniziano a prendere forma, è uno di questi. E poi quando abbiamo aperto al pubblico.

Anna Galtarossa, veduta della mostra PORTOFRANCO, a cura di Rossella Farinotti, Palazzo Soranzo Novello. Ph Cosimo Filippini.


















