Archivio senza titolo

Una conversazione con Ettore Pinelli

 di Eliana Vasta

 

Archivio senza titolo è l’ultima mostra personale di Ettore Pinelli, co-curata con Giovanni Scucces, (direttore della galleria), visitabile presso Sacca Gallery, contenitore di sicilianità. Classe 1984, Ettore Pinelli è originario di Modica, città nella quale vive e lavora; si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze, e nel 2009 fonda LAB (Young Artists Sharing Ideas | Firenze)  tra gli altri progetti avvia  nel 2018 STUDIO [2], che coinvolge gli artisti e i propri studi nella Sicilia orientale. È finalista in numerosi premi tra cui il Premio Fondazione San Fedele (Milano), Premio Combat Prize (Livorno), Premio Arteam Cup (Alessandria) e Premio Francesco Fabbri (Treviso), Premio Cairo (Palazzo Reale Milano).  Tra le sue mostre personali recenti: Un luogo sconosciuto, Circoloquadro, Milano, 2019; Mono, ArtVerona con Fusion Art Gallery/Inaudita, 2018; Un luogo sconosciuto, Ritmo, Catania, 2018; Mono, Fusion Art Gallery/Inaudita, Torino, 2018. Tra le mostre collettive: Tutti non ci sono, Traffic Gallery, Bergamo, 2019; Immateria, QUAM, Scicli, 2019; Historiae #0, Ex Macello, Ispica, 2019. È stato inserito da  Camillo Langone in Eccellenti Pittori, il diario della pittura italiana vivente.

 

13.03.2020, ore 11:03, inizio conversazione via mail tra Eliana Vasta ed Ettore Pinelli.

 

Nella tua personale “Archivio senza titolo” qual è il tema centrale?

Di recente ho scoperto di avere una nota salvata da diversi anni, in cui scrivevo di due pareti, una rosa e una grigia specchianti, e di cromie in dialogo con acromie, quindi “Archivio senza titolo” è sicuramente un progetto che pensavo di realizzare da diverso tempo.È una mostra che parla del mio lavoro in linea generale, attraverso una ridefinizione dello spazio che lo accoglie (Sacca Gallery, Pozzallo, Rg).

Quando ho immaginato di fare gli interventi monocromatici a parete, avevo già un’idea concreta di come lo spazio si potesse trasformare in funzione della mia idea, ma al contrario, sapevo che l’allestimento sarebbe stato una sorpresa, perché antilineare, e avrebbe necessariamente dovuto seguire un’idea di dinamicità e molteplicità che alla base di questa mostra.

Il titolo “Archivio”, senza alcun aggettivo a volerne sottolineare una specificià, rimarca l’idea di trasportare ed adattare letteralmente e fisicamente, una notevole quantitàà di materiale dal mio studio ad uno spazio come la galleria, e renderlo fruibile, con i dovuti mezzi, e senza perderne il senso, ovvero potersi muovere visivamente e interagire con esso, come se ci si trovasse all’interno del mio studio.

Perché rosa e grigio? Sono due spettri della tua personalità? O del mondo? Spesso associamo i colori a quello che viviamo, o che vediamo.

Rosa e grigio sono due colori campione ripresi dalle mie opere, lavoro spesso con questi colori, attraverso cromie sature e acromie in scala di grigi. Credo appartengano tanto a me quanto all’esterno. C’è da dire, a riguardo, che con il tempo, i colori, i gesti, le superfici e i movimenti diventano tue palette e tuoi dati caratterizzanti, e ti contraddistinguono in maniera immediata in ogni operazione, come nel caso di questa mostra. Lavorando con immagini crude e violente, è fondamentale un utilizzo preciso dello “strumento colore”, utile a creare una contro-bilancia estetica, che possa stimolare una piacevolezza della visione e addolcire i fatti.

Quanto è importante il disegno e la pittura nella tua poetica? E quanto si mescolano con i “nuovi media”?

Il disegno e la pittura sono i media portanti della mia ricerca. Sono il mezzo attraverso il quale riesco a ricondurre visivamente, e nel modo più efficace, le mie idee. Quindi direi che più che importanti, sono fondamentali. Li ho sempre considerati due mezzi di paritaria efficacia, tendo a sottolinearlo perché spesso il disegno viene percepito come strumento a servizio della pittura, un mezzo intermedio attraverso cui fissare idee e immagini, mentre nel mio lavoro è un media assestante, incisivo, e in certi periodi o affianca la pittura o riesce del tutto a sostituirla per immediatezza esecutiva e centralità di obiettivi.

I media tradizionali e i nuovi media, si mescolano efficacemente nel lavoro. Nella mia ultima personale, oltre ai materiali documentativi, immagini e frame da video che ho intenzionalmente reso fruibili, c’è un’opera a cui tengo particolarmente, allestita in basso nella parete bianca di fronte, che ne è un esempio molto esaustivo. È un lavoro nato da una riflessione rispetto alla pittura in relazione al monitor, una foto proiezione sulla tela dipinta con una superficie monocromatica crea un “dispositivo pittorico” in grado di dare l’illusione di trovarsi davanti ad un dipinto.

La tua produzione artistica ha sempre componenti politiche e sociali? Perché scegliere un soggetto invece di un altro?

Non sempre, la pittura rimane sempre pittura, ed è un mezzo di rappresentazione e comunicazione anche senza un soggetto specifico. Spesso evito di rappresentare immagini esplicitamente iconiche, mi concentro sulla dilatazione dell’immagine attraverso il colore e i movimenti, faccio degli zoom sulle scene che mi proiettano in una dimensione prettamente “della pittura”, o come ho scelto in più casi, oscuro l’immagine o delle porzioni di scena attraverso superfici più o meno trasparenti, arrivando a delle soluzioni davvero lontane dalla rappresentazione figurativa.

Non che sia importante scandirne le differenze negli esiti, ma magari, serve a far capire, come in tanti affermano, che la pittura si distingue solo tra pittura buona e pittura cattiva. Per cui tornando indietro, posso dirti che quando scelgo di rappresentare scene più iconografiche, che rimarcano situazioni sociali e/o politiche più esplicite, lo faccio per porre degli interrogativi sullo stato delle cose, d’altronde la pittura può essere un mezzo di riflessione.

Osservando virtualmente la tua mostra, mi colpisce la parete destra con la rappresentazione di un uomo con la maschera, e mi fa pensare al periodo attuale che stiamo vivendo del codiv-19.Un’ immagine che trasmigra delle componenti figurative nate per altri messaggi. Nella tua produzione esiste una trasmigrazione di significati?

È una figura antagonista, un “guerrigliero urbano”, come io l’ho definito. Un olio su tela del 2019. Decisamente iconico e rappresentativo dei nostri tempi, non tanto per la maschera che indossa, che fa pensare al clima che stiamo vivendo, il nostro contrastare la diffusione del covid-19, con tutte le precauzioni possibili e l’isolamento, ma esemplificativo di situazioni di tensione che la società vive quotidianamente attraverso una lotta costante e difficoltosa.

Esistono figure iconiche, come in questo caso, in grado di far percepire la forza e l’energia che si scatenano all’interno di certi scenari sociali. Non sono in grado di stabilire se internamente al mio lavoro, tutto il mio  lavoro, sia possibile una trasmigrazione di significati. Con alcune opere per certo, in maniera automatica, la si definisce oscillazione di significato: rappresenti qualcosa che possa trasmettere più messaggi. L’opera è sempre un mezzo, non mi stancherò mai di ripeterlo.

 

14.03.2020, ore 12:07, inizio conversazione in diretta via Instagram.

Alcuni partecipanti alla Live fanno delle domande ad Ettore Pinelli.

 

È cambiata la tua giornata lavorativa in questo periodo di quarantena?

Purtroppo, si, la quotidianità è cambiata anche per me, bisogna stare forzatamente a casa senza poter uscire, ma nonostante ciò, ricerco una continuità con il mio lavoro e provo a produrre.

Come ti relazioni con lo spazio? Ho notato che spesso tendi ad invadere lo spazio espositivo con il colore, creando un vero e proprio spazio immersivo.

Spesso immagino qualcosa, mi ci proietto mentalmente, successivamente ricerco una vera interazione. La progettualità mi aiuta a creare un ponte tra l’idea e una soluzione che possa essere pratica e risolvibile.Non dimentico mai di pormi dal punto di vista dell’osservatore e di capire cosa può succedere a livello di interazione.

Ci racconti l’esperienza da Sacca Gallery e con il curatore?

Realizzare questo progetto è stata un’esperienza bellissima, Giovanni è stato un co-curatore fantastico e un ottimo padrone di casa che mi ha permesso di realizzare tutto ciò che avevo in mente senza ostacolarmi. Attualmente il periodo difficile non permette visite alla mostra, ma spero in un’estensione della data di chiusura.

Quanto conta il display e i colori nella narrazione della mostra?

La mostra è tutta un display, e i colori sono stati fondamentali per costruire il progetto. I wallpaintings creano un processo dinamico, interagendo oltre che con lo spazio, con i lavori scelti per il progetto.

Credi ci possa essere un futuro per l’arte contemporanea in Sicilia?

Dipende dagli artisti, dai curatori e dalle gallerie, se riescono a lavorare sinergicamente, sviluppando discorsi validi, allora sì, la Sicilia avrà sempre un futuro e soprattutto sarà presente nel panorama dell’arte.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Bacon per la rappresentazione ossessiva e violenta della realtà che viveva (dopoguerra), l’utilizzo di colori delicati e lo studio dello spazio (anche mentale). Richter per la rappresentazione di immagini quotidiane, con una metodologia più fredda “a congelare la pittura”, restituendo un’opera fisica, che in sé ha tutto ciò che deve possedere, senza necessariamente rimarcare una presenza gestuale dell’artista.

Hai altre mostre in corso o in programma?

Sì. Gabriele Salvaterra sta curando una mostra collettiva, intitolata “Grey Street”, ospitata negli spazi di Area35 Art Gallery a Milano, in cui sono stato piacevolmente coinvolto insieme ad altri stimati artisti. Per chi volesse, adesso è possibile fare un tour virtuale della mostra via web.

In che modo “rappresentazione” e “negazione” dell’immagine convivono nel tuo processo creativo?

Attraverso la bassa definizione delle immagini che prendo in esame, riconsiderando sempre gli errori e le distorsioni come fattori di unicità dell’immagine. Tentando di rappresentare immagini il più possibile trascendentali, a limite della percezione figurativa.

Che valore ha per te il tratto che segna il movimento, e il senso di percezione nei confronti dell’osservatore in queste visioni “immaginifiche” e mai statiche? Penso che il tratto sia il principio di tutto.

Ho quasi eliminato il tratto dalla mia tecnica, proprio perché nella maggior parte dei casi impedisce all’immagine di espandersi, a favore invece, di una rappresentazione unicamente gestuale. Se il tratto coincide con il gesto, allora sì, è ciò che faccio io. Proprio per questa ragione, cerco di lavorare sempre su superfici grandi, che mi permettono una libertà gestuale considerevole e restituire immagini mai statiche.

 

15.03.2020, ore 12:13, continua la conversazione via mail tra Eliana Vasta ed Ettore Pinelli.

 

Hai mai considerato il binomio stesura lenta del colore /violenza fugace del sociale? Quanto converge quest’aspetto nella tua produzione?

Sono aspetti di una dicotomia tecnico-concettuale che tengo in considerazione da sempre, ma di cui a volte, in base alle tecniche che ho sviluppato non intendo perseguire, forse solo il disegno assolve a questa lentezza di stesure.La mia rappresentazione è essenzialmente rapida, a favore di una resa immediata e senza ripensamenti. Non è la stesura del colore ad essere la parte lenta del processo di realizzazione dell’opera, quanto la ricerca delle immagini, lo studio attraverso i canali di informazione, e successivamente una “gestazione e distillazione” delle scene.

Cosa ti ha colpito della rissa in un parco a Mosca? Perché rappresentarla?

Pura fascinazione dell’accadimento. Non l’ho rappresentata una volta, ma più di sette volte attraverso diversi frame, e il lavoro non è ancora giunto al termine. Sicuramente per una ossessiva determinazione, e poi perché credo che queste immagini abbiano, oltre ad una dinamicità implicita molto intensa, una componente evocativa che posso amplificare attraverso il disegno.

 

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In copertina: Ettore Pinelli, Archivio senza titolo, Sacca Gallery, Veduta installazione.

Crediti fotografici: autore