Intervista in diretta live 

Il biro-realismo di Paolo Amico

di Alessandra Tomasello

 

Il terzo appuntamento delle nostre dirette live ha coinvolto un artista siciliano trapiantato a Torino, che ha fatto della penna a sfera colorata la sua peculiarità. Paolo Amico, classe 1987, ha esposto in diverse città italiane, vincendo vari premi tra cui il Meneghetti International Art Prize, Borgo lizori (Perugia 2018) e arrivando finalista al Premio Cairo, Palazzo Reale (Milano). La sua ultima personale dal titolo Manifestazioni di luce si sarebbe dovuta tenere alla Floris Art Gallery di Milano.

 

Nasci come restauratore, pittore, hai studiato all’Abadir di Palermo, ma dal pennello sei passato ben presto ad un altro inusuale medium artistico: la penna a sfera. Ci puoi parlare meglio della tua formazione e cos’è il biro-realismo?

Ho iniziato i miei studi all’Abadir (Accademia di Belle Arti e Restauro – San Martino delle Scale, Pa) dove, non appena terminato il mio percorso, ho iniziato a collaborare con la mia docente che mi ha permesso di portare avanti la mia sperimentazione con le penne colorate. Le ho ritrovate nel mio cammino nel 2009, ma già da piccolo ne ero affascinato, a partire dalla semplice penna dieci colori. Biro-realismo nasce da quelli che sono gli elementi essenziali del mio lavoro, ovvero le penne, e rappresento in un certo qual modo una realtà urbana, filtrata attraverso le mie emozioni. La seconda mostra che realizzai fu a Pietrasanta e prese il titolo di Biro-realismo, termine coniato insieme ad Alessandra Radaelli, curatrice della mia personale. Mentre lavoro, sono solito fare uso di fotografie che monto in un unico video per mostrare allo spettatore il processo di realizzazione dell’opera. Si tratta di un lavoro molto lungo e minuzioso, ma la tecnica del restauro mi ha aiutato ad abituarmi alla pazienza e alla precisione. Non posso permettermi molto margine d’errore.

 

La tua tecnica non si discosta dalla pittura perché tu parti da una bozza preparatoria, una sinopia come si dice in gergo, per poi raggiungere una stratificazione del colore.

Il processo è molto simile a quello che viene utilizzato dalla pittura, compiuto per velature: basti pensare a come operava Leonardo. Per ottenere uno specifico colore, vado avanti per passaggi tonali, prima dai più chiari fino ai più scuri, partendo da una base a matita su cui poi lavoro con le penne.

 

Le tue opere si possono definire delle vedute di paesaggi urbani notturni in cui c’è una prevaricazione dell’ambiente sulla figura umana. Cosa rappresenta per te?

Spesso parto da un pretesto che può essere una città, per poi raccontare quelle che sono le mie emozioni. La figura umana nei paesaggi sembra scomparire, ma per quanto residua è significativa e diventa il fulcro della mia opera, di cui la città ne fa da contenitore. Ad esempio, ho realizzato una mostra dedicata a Parigi, dal titolo della “Tra sacro e profano” e lì ho voluto raccontare la sua contraddittorietà. Mi sono avvalso di paesaggi di Parigi e ho ricreato una realtà parigina ricca di neon e personaggi.

 

Il 27 febbraio si sarebbe dovuta inaugurare la mostra dal titolo “Manifestazioni di luce” alla Floris Art Gallery di Milano, con media partners noi di Balloon e Preserve Arts. Il testo curatoriale è stato scritto dalla nostra carissima collaboratrice Bianca Basile. Citando l’opera di Magritte in questo tuo progetto risalta “L’impero delle luci”, luci artificiali come i neon, ai quali si aggiungono visioni palindrome. L’immagine viene ribaltata specchiandosi nel suo contraltare. Ci puoi parlare bene di questo tuo lavoro?

Purtroppo la mostra a causa di questa grave situazione è stata annullata, ma mi auguro che presto questo stato di cose cambi e possa di nuovo essere fruibile. In questa mia personale ho voluto mettere in risalto in particolare uno di quei soggetti chiave del mio lavoro: le opere urbane per l’appunto e i neon. Il neon è uno degli elementi nuovi del mio lavoro, l’ho estrapolato dal contesto e sono riuscito a metterlo in risalto. Il concetto sui cui ruota la mostra è l’equilibrio. Il mio intento è stato quello di trasformare parole palindrome e anagrammi in immagini, cercando di restituire il senso dell’armonia. Ad esempio, un’opera prende il titolo di mood-doom, una parola inglese bifronte, il cui doppio significato condiziona vicendevolmente: mood si traduce in umore, mentre doom in destino. Ho voluto rappresentare questa parola come un portico che, visto da una parte, assume una visione naturale, mentre se ribaltato si ha la sensazione di guardare l’immagine dal sottosuolo.

Invece nei neon, come nell’opera on-off, il concetto è quello di un’evoluzione positiva e di una evoluzione negativa, in base a come ognuno di noi vuol leggerla. Un’evoluzione migratoria o tecnologica, ma se ne possono attribuire tante altre.

 

Per quanto riguarda queste visioni ribaltate come appunto quella del portico, ci puoi spiegare meglio?

In questa del portico ho voluto fare una rappresentazione tra il bene ed il male, sfruttando la teoria dello Yin e dello Yang, ma con una raffigurazione mia personale dove vi è il male rappresentato dal nero ed il bene rappresentato dal bianco. In un senso, il male viene dominato dal bene, nel suo opposto è il bene a governare sul male. A seconda di come si vuol vedere l’opera, se ne può dare una propria valutazione. Inoltre, ho realizzato una staffa con un cuscinetto a sfera ed il visitatore ha la possibilità di ruotare le opere così da poterne esprimere un proprio giudizio. Fortemente legato a questo concetto di ribaltamento è anche il testo curatoriale, scritto da Bianca Basile, che ha attraversato tutte le mie opere, esponendo questo doppio percorso. Bianca è riuscita a creare così un testo palindromo, quasi come un’estensione delle mie opere stesse.

 

Poi ci sono anche delle tue creazioni che sembrano quasi dei nuvoloni, come degli scarabocchi, dei divertissements.

Sì, per ogni singola opera prima di poggiare la penna sul foglio, la passo in un quadratino, in un piccolo foglio, che con il passare del tempo si scurisce e si riempie di tutte le tonalità di ogni singola opera. Si genera così un pantone che rappresenta l’anima dell’opera, poiché racchiude in sé tutti i colori che la compongono.

 

Ma tu sei partito da una sperimentazione, invece, in bianco e nero.

Esatto, ho iniziato all’interno dell’accademia, nel corso di anatomia, disegnando con la sola penna nera. Da lì forse per reminiscenza di quando ero bambino, quando mi divertivo a schizzare con le penne colorate, ho pensato di poter aggiungere del colore. Dopo i primi tentativi, sono riuscito ad ottenere un discreto risultato e sono nate le opere che sto realizzando adesso.

 

Ci dicevi che per realizzare un’opera ci vuole anche un certo periodo di tempo. Quanto impieghi?

Allora, in media per realizzare un’opera di formato A3 impiego dai 7 ai 10 giorni, lavorando tutti i giorni dalla mattina fino alla sera. Faccio in media dalle 8 alle 12 ore al giorno di lavoro, difatti segno sempre sotto al foglio, quando entro in studio, una x e a fine giornata le ore dedicate. L’opera che ha richiesto più tempo è stata quella che ho realizzato per il Premio Cairo, un’opera di 2 metri per 1,50 ed ho dedicato 4 mesi.

 

Potresti mostrarcela?

Certo. Questo è un altro tipo di progetto a cui ho lavorato, riprendendo l’opera “La città che sale” di Umberto Boccioni, che aveva realizzato nel 1910 per omaggiare la crescita espansionistica di Milano. Sullo sfondo lui aveva lasciato delle impalcature e degli edifici in costruzione. Io ho recuperato il suo stile, cercando di simulare la pittura attraverso la scomposizione della pennellata. Dunque, ho inserito quelli che sono gli elementi della Milano attuale, dove si vede infatti, il Bosco Verticale e Piazza Gae Aulenti e la sede di Google che rappresenta quelle fabbriche contemporanee. È un lavoro che, assieme al disegno che raffigura l’incendio di Notre-Dame, sarebbe dovuto andare in mostra a Milano giorno 14. Per quest’opera ho preso ispirazione da “L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni” di William Turner. Ho sostituito gli elementi che contraddistinguono Turner, reinserendoli e interpretandoli nella visione di Notre Dame e Parigi. Tra l’altro, il disegno verrà esposto con una cornice bruciata, così da poter sfruttare oltre al senso visivo anche quello olfattivo.

 

C’è del pittoricismo in tutta questa tua ricerca, ma tra l’altro tu sfrutti il bianco della carta per poter poi operare questa stratificazione del colore, giusto?

Sì, realizzo il processo inverso di quello che faceva Michelangelo. Lui spogliava il blocco di marmo per tirar fuori la scultura, io in realtà rivesto il bianco della carta per tirarne fuori la luce.

 

Le domande dalla chat

 

Quant’è importante la ricerca fotografica nel tuo lavoro?

Per quanto riguarda le opere che hanno a che fare con il paesaggio urbano la ricerca la eseguo io sul campo. Non sono fotografie prese dal web, ma sono io stesso che mi reco nelle città. Spesso scelgo orari meno probabili, mi piace molto il momento del crepuscolo. Una volta ritornato in studio, cerco di stravolgere gli scatti selezionati con il mio disegno.

 

Crei così un’immagine tua, personale. Ma ci sono delle città che ti colpiscono maggiormente, anche per esempio, paesaggi della tua infanzia, della Sicilia?

Sicuramente della mia infanzia. Ho realizzato delle opere dedicate alla mia città come in “Futuro incerto”. Poi spesso anche Palermo, dove ho vissuto per otto anni, tra accademia e lavoro. Palermo è stata forse una delle città che maggiormente ha ispirato il mio lavoro. Adesso lo è anche Torino, in cui mi sono trasferito.

 

Con quale criterio scegli i paesaggi che portano poi al lavoro finale?

Spesso parto da un’idea. Nel caso dell’ultima mostra, volevo ricercare l’equilibrio nelle parole palindrome. Sono sceso sul campo e ho rintracciato gli scorci più idonei a quello che era il messaggio da raccontare. Ad esempio, in questo caso mi ha aiutato moltissimo Torino, i portici li ritroviamo in parecchie mie opere.

 

È possibile vedere qualche altra tua opera e puoi parlarne in maniera più approfondita?

Mi piacerebbe raccontarvi quella che rappresenta piazza San Carlo a Torino. Il suo titolo è “Caratteri” perché ho sostituito la statua di Vittorio Emanuele II, che si trova al centro della piazza, con due diverse forme di carattere delle persone. Quest’opera funge da bilancia in quanto si ha una dominanza di uno dei caratteri sull’altro, se girata sottosopra. Mentre in verticale si ha una forma di equilibrio perfetto e quindi la bilancia è stabile. Per me la visione finale è quest’ultima, però ognuno può darne la propria interpretazione. Un altro lavoro prende il titolo di “12 51”. Qui ho voluto raccontare più che un palindromo lo specchiare di un numero, il 12 diventa 51. Mi sono rifatto alla Cabala nella sezione che dà significato ai numeri: il 12 ha una valenza positiva, mentre il 51 ne ha una negativa. I numeri 12 e 51 li ho rappresentati con una visione ambivalente, quella armoniosa convive con quella più tetra, il positivo e il negativo. Il 12 può indicare il benessere, la fiducia, mentre il 51 la depressione, il litigio o la frode.

 

Quindi, c’è un po’ una sorta di catarsi nelle tue opere, il positivo ed il negativo, no?

Assolutamente.

 

Quante penne ti ci sono volute e quante giornate per l’opera del Cairo?

Per l’opera del Cairo ho impiegato 1007 ore in 103 giorni, senza sabati e senza domeniche, insomma a lavorare senza sosta. Penne moltissime, per fortuna c’è un’azienda, la Fila, che mi fa da fornitore e ogni tanto mi invia un lotto in studio.

 

Che tipo di carta utilizzi solitamente?

Realizzo dei passaggi tonali molto leggeri, non uso la mano forte. Per riuscire anche ad avere il nero non vado subito calcando la penna, ma faccio dei passaggi molto molto leggeri. É quasi un processo alienante quello che mi porta a generare le opere, quindi la carta non ne risente. Utilizzo una carta bianca superliscia che mi dà la possibilità di poter andare più nel dettaglio.

 

Quale città italiana pensi dia più possibilità a chi voglia entrare nel mondo dell’arte contemporanea?

Beh, italiana penso Milano. La Sicilia dà grandissime possibilità, specie Palermo e Catania sono due centri molto importanti, però credo che in Italia sia Milano quella che abbia la maggior concentrazione di arte contemporanea. Io vivo a Torino, ma lavoro parecchio su Milano, anzi attualmente lavoro più su Milano che su Torino. Milano non l’ho scelta, è lei che ha scelto me, nel senso che ci sono le gallerie di Milano che ti cercano, c’è più attività, è una città molto più smart, anche se non voglio essere retorico con queste parole. Questa è la mia percezione.

 

E invece, qual città estera ti attrae?

Sulle città estere sogno soprattutto Londra, New York, Los Angeles o Miami. Come città europee sicuramente sono molto attratto da Berlino o Dusseldorf, che sarebbe meravigliosa, perché ha un legame molto forte con la pittura. Ad oggi credo che sia la città che, a livello mondiale, abbia maggiori caratteristiche inerenti al mio lavoro. Mi rispecchierei più facilmente rispetto a quella che è la mia ricerca, la mia indagine.

 

Quali progetti per il futuro?

Ho diversi progetti che avrei dovuto presentare in altre mostre. Uno dei quali sarebbe stata una mostra a Sestriere, che prevedeva prima la residenza e poi una personale. La residenza si sarebbe basata sul progetto di cene con l’artista, che avrebbero previsto l’indomani un ritratto delle sere trascorse insieme. La mostra era organizzata dal comune di Sestriere in partecipazione ad un gruppo di ragazzi che si chiama Classic Taste. Questi ragazzi si occupano di organizzazione di eventi d’arte e non solo, ma l’abbiamo dovuto rimandarla e spero di poterla fare o quest’estate o l’inverno prossimi. Poi ho un altro progetto che avrei dovuto presentare prima a Torino e dopo a Milano. A Torino nella galleria Zabert e a Milano nella galleria Babs che è vicino a Piazza Duomo. Babs si occupa prevalentemente di gioielli d’artista, io non avrei dovuto realizzare dei veri e propri gioielli, ma un progetto sull’identità umana. Mi sto occupando di eseguire dei ritratti formato fototessera, sempre con le penne, e alle persone che ritraggo viene richiesto di scrivere poche parole su sé stesse. Nel catalogo comparirà come risultato finale il ritratto e una breve presentazione, come mimasse un documento d’identità.

 

Come stai vivendo questi giorni?

Non è facile, perché sto cercando di creare un’opera che racconti il passare dei giorni e non è semplice riuscire a concentrarsi su questo. Sto lavorando su un’opera dal titolo “La solitudine della ragione genera mostri”, una eco dell’opera di Francisco Goya, “Il sonno della ragione genera mostri”. Mi ritraggo all’interno di una stanza che ospita tutti i personaggi e gli elementi che hanno caratterizzato le mie opere nel corso di questi anni. Provo a mostrarvela, però è molto un work in progress. Il mio processo creativo in realtà parte da un bozzetto non definito come può essere questo qui, nel caso specifico di quest’opera, che poi ho riportato in grande formato. Cosa curiosa è il personaggio verde, un extraterrestre, che realizzai 25 anni fa, quando avevo 7 anni. É una sorta di omaggio del mio stesso lavoro.

 

Che poi è un po’ una contraddizione, nel senso che solitamente rappresenti dei paesaggi all’aperto, invece in questa particolare situazione hai sentito l’esigenza di rappresentare l’interno.

Esatto, proprio per definire meglio quello che stiamo vivendo.

 

Questi tuoi paesaggi notturni, un po’ svuotati dalle persone, sembrano ritrarre quello che stiamo vivendo. Le nostre città ora vuote dai suoi abitanti.

Sì, è anomalo perché io ho sempre avuto l’esigenza di svuotare le città. Invece in un momento del genere ho l’esigenza di allontanarmi dalle città e rappresentare un interno in relativa solitudine.

 

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto è quello di poter fare arte e fare l’artista finchè posso, non voglio mai mollare di un centimetro e mi dedico appieno a questo. Altri sogni nel cassetto potrebbero essere di poter mostrare il mio lavoro nei luoghi più affascinanti possibili.

 

Quant’è stata importante la tua formazione da restauratore?

Come accennavo poco fa, è stata essenziale per tre motivi. Il primo mi ha educato alla pazienza. Il secondo è la conoscenza del colore che nel restauro pittorico prevede spesso di ricostruire intere aree di un’opera, utilizzando gli stessi colori dell’artista e questo ti permette di scomporre il colore e di connettere quelli che sono gli elementi. Il terzo è stato quello di poter studiare da vicino grandi maestri, come ho avuto la fortuna di poter osservare Matthias Stomer, artista caravaggesco, o Pietro Novelli o tanti altri che soprattutto hanno operato in Sicilia. Il restauro l’ho svolto prevalentemente in Sicilia.

 

C’è qualche artista che ti ha ispirato maggiormente?

Allora, è un elenco lunghissimo, direi chiunque. Ma mi hanno ispirato, tra la fascia dei contemporanei, sicuramente Hockney e guardo moltissimo Gerhard Richter. Richter partiva da una formazione da iperrealista, poi è passato ad una fase quasi astrattista, anche se non si può definire proprio un astrattismo il suo perché andava quasi a guardare in macro le sue opere ed è un processo che spesso avviene nella mia arte. Parto da un iperrealismo figurativo per poi finire in un astrattismo, tornando di nuovo indietro. Oppure Rothko. Io utilizzo colori molto rothkiani come il blu mixato al giallo, che fanno da base ai miei paesaggi notturni,

 

Invece un artista moderno o medievale che ti ha lasciato qualcosa?

Del passato possiamo citarne moltissimi. Uno dei principali è Caravaggio, direi banalmente, in quanto spesso realizzo anche dei ritratti in cui il gioco di luce non è lontano a quello che applicava lui. Oppure le velature di Leonardo e molti altri. Lo stesso Turner o Boccioni, delle volte i surrealisti che riproducevano questi paesaggi bifronti.

 

Hai già fatto esperienza di residenza d’artista?

Ahimè no. Ho fatto una esperienza similare, uno dei momenti più belli che ho vissuto. È successo nel 2013, a Palermo dove crearono lo Zac che era all’interno dei Cantieri Culturali della Zisa, zona arte contemporanee. Lì avevano ristrutturato un hangar, ex fabbrica di aeroplani, lunga 120 metri, forse erano 2000 mq, in cui erano stati chiamati 80 artisti emergenti. Ognuno di noi aveva una sua area che poteva sfruttare come un vero e proprio studio. Siamo stati lì dentro per sei mesi e sono rimasto molto entusiasta, perché ho avuto la possibilità di confrontarmi con altri artisti che si trovavano nella mia stessa situazione. In quei sei mesi sono maturato più che in 5 anni. È stato un momento meraviglioso simile ad una residenza.

 

Pensi che possa servire l’esperienza della residenza per un artista e quanto incide?

L’esperienza di residenza è fondamentale, si matura tantissimo perché si ha la possibilità del confronto, che ci spinge a migliorare nella ricerca di nuovi spunti creativi.

 

In copertina: mood-doom, penne a sfera su carta 40×30 cm 2018

Courtesy ph. Paolo Amico e Floris Art Gallery