My Little House torna a casa
Dieci anni dopo, la residenza ideata da Fulvio Ravagnani arriva alla quinta edizione: a Scario, nel Cilento, l’arte di Giovanni Morisi entra nella taverna della famiglia Gagliardo.
Nel 2014 Fulvio Ravagnani inventa un modo diverso di fare arte in residenza: un artista, una casa vera, sette giorni di convivenza. Dieci anni e quattro edizioni dopo, My Little House torna con Giovanni Morisi, ospite della famiglia Gagliardo a Scario, nel cuore del Cilento, dentro la cornice del festival Microcosmi.

Fulvio Ravagnani e Giovanni Morisi durante la perfromance LE SOLEIL. Courtesy My Little House #5. Ph L. Daverio.
C’è una casa, prima di tutto. Non una galleria bianca, non lo studio di un collezionista, ma una cucina vera, un tavolo vero, qualcuno che decide di aprire la porta ad un artista, talvolta sconosciuto, per sette giorni. È da qui che parte My Little House, il progetto di residenza d’artista ideato nel 2014 da Fulvio Ravagnani, che quest’estate torna a farsi vedere, e soprattutto a farsi abitare, con la sua quinta edizione.
Un’idea nata per stanchezza (del sistema)
Fulvio Ravagnani non ha mai fatto mistero delle ragioni che lo hanno spinto a inventare questo formato di residenza d’artista: «Ero stufo delle dinamiche del sistema arte: le inaugurazioni, le solite dinamiche di ego», racconta. Poi, nel 2014, l’incontro con l’attrice e artista visiva Cristina Gardumi cambia tutto: «Mi chiese di fare qualcosa insieme, le proposi di venire a casa mia a lavorare per un po’ e così da due sconosciuti è nato il “format” My Little House». Non una mostra su commissione, ma una convivenza: l’artista si trasferisce nella casa di una persona qualunque, per abitarla, studiarla, lasciarsi attraversare dalla vita di chi la abita davvero.
Dietro il progetto c’è una riflessione ancora aperta e attuale sul sistema dell’arte contemporanea, sempre più spinto verso la dimensione pubblica e spettacolare, a scapito dei contenuti. My Little House prova a fare l’esatto contrario: avvicinare, togliere ogni barriera tra chi fa arte e chi la guarda per la prima volta. E ha funzionato fin da subito: «Sono venute tantissime persone a casa mia nei mesi successivi, che non si occupavano di arte contemporanea, grazie all’eco che abbiamo avuto sulla stampa e su facebook», ricorda Ravagnani. «Capì dalle loro parole l’utilità del progetto: c’era bisogno di disintermediare l’arte contemporanea. E dopo tutti questi anni, capisco che il bisogno c’è ancora».
Quattro case, quattro storie
Prima di questa quinta tappa, My Little House ha attraversato quattro case e quattro geografie diverse. La prima, a Milano nella casa di Fulvio, con Cristina Gardumi, che dipinse un grande muro intrecciando storie personali, sue e di Fulvio, con temi della contemporaneità: è lì che il progetto ha messo nero su bianco i propri scopi.
Poi Catania, con l’artista Natalia Saurin, ospitata nella casa dell’Avvocato Giuseppe Coniglione: un’edizione che porto nella memoria anche come Balloon Project, perché in quell’occasione siamo stati partner della residenza.
Il titolo scelto da Natalia Saurin fu «Le due madri», un riferimento al parallelismo tra la madre del padrone di casa e la nonna, le due figure femminili con cui è cresciuto e, su scala più ampia, al parallelismo tra il monte Etna e Sant’Agata, patrona della città. Due donne nell’esperienza personale e due presenze materne nel macrocosmo urbano: la montagna vulcanica come figura femminile che veglia sulla città, quasi allo stesso modo della Santa a cui i catanesi sono profondamente legati.
Ricordo bene quanto quella casa, le persone coinvolte, il vulcano sullo sfondo, abbiano reso il progetto di più di una semplice esposizione in un contesto domestico: era un modo di raccontare Catania attraverso Agata e attraverso l’Etna, tenendo insieme fede popolare, affetti privati e mitologia del territorio.
A Taranto, Cristina Pancini ha spostato l’attenzione sulla funzione relazionale dell’arte, facendo collaborare genitori e figli in un progetto corale. A Rivello, Francesco Orazzini ha portato il lavoro da dentro casa a fuori, sui muri esterni, rendendo visibile a tutto il paese ciò che accadeva dentro. Come sintetizza lo stesso Ravagnani, ogni tappa ha chiarito gli ingredienti irrinunciabili del progetto: disintermediazione dell’arte, connessione tra il luogo e la storia personale, arte relazionale, visibilità pubblica.
La quinta casa: Scario e la taverna del Lupo
Dopo dieci anni di silenzio, il progetto torna grazie a Lorenza Daverio, che ha messo in contatto Ravagnani con il Microcosmi Festival, festival multidisciplinare e partecipativo ideato da Vittorio Cosma, diretto e curato in collaborazione con The Goodness Factory, con il contributo del Comune di San Giovanni a Piro. «I valori che muovono le nostre due realtà sono gli stessi», spiega Ravagnani, «promuovere la cultura, l’arte, la musica in contesti più “piccoli” lontani dai grandi centri culturali e dimostrare che “la cultura di provincia non è provinciale” come diceva Saramago».
Protagonista di questa quinta edizione è l’artista Giovanni Morisi, che ha condiviso le sue giornate con Saverio il Lupo, pastore, uomo di mare, musicista, cittadino di San Giovanni a Piro e anima della Taverna del Lupo alla spiaggia del Marcellino, uno dei luoghi magici della costa cilentana. Un lavoro site specific nato da quella convivenza è stato presentato in una mostra l’11 luglio a Scario.
Nella taverna, tra fisarmoniche e tamburelli: intervista a Giovanni Morisi
Giovanni Morisi è l’artista che ha abitato la quinta edizione di My Little House. Per sette giorni ha lavorato a fianco della famiglia Gagliardo, nella taverna che gestiscono sulla spiaggia del Marcellino, portando avanti la sua ricerca con Le Soleil, entità editrice nomade che crea libri d’artista collettivi in spazi pubblici. Gli abbiamo chiesto di raccontarci com’è nato, giorno per giorno, il lavoro presentato l’11 luglio a Scario.
Come hai vissuto questa esperienza di residenza?
È stata un’esperienza intensa e proficua. Per una settimana, mi sono seduto al tavolo di fronte alla porta d’ingresso della cucina della taverna che la famiglia Gagliardo gestisce presso la spiaggia del Marcellino, nella Costa della Masseta, Cilento. Si erano creati così due spazi di lavoro comunicanti, e sentire il loro fermento mi faceva entrare in uno stato di eccitata concentrazione. E nel frattempo si chiacchierava, si commentava quanto facesse caldo, si condivideva una storia personale o familiare. Davanti alle difficoltà del proprio progetto, eravamo insieme, spalla a spalla. E a fine giornata, era d’obbligo un bagno veloce nel mare limpido e fresco, prima di prendere il traghetto per tornare al porto di Scario o prima di dormire sulla spiaggia. Niente male.
Su cosa si è concentrata la tua ricerca in questo periodo?
Il periodo di residenza con My Little House mi ha permesso di esplorare pratiche di design editoriale analogico per il mio progetto artistico Le Soleil, entità editrice nomade che crea libri d’artista collettivi in spazi pubblici. Ero arrivato con 2 zaini carichi di strumenti, ma più osservavo l’ambiente che abitavo, più capivo che non erano necessari. E come un nomade, sono ritornato a viaggiare leggero. Entrando in un profondo stato di abbondanza. Ho studiato quindi i tamburelli e le fisarmoniche che la famiglia Gagliardo suona a fine servizio, e ne ho utilizzato le decorazioni e le componenti per definire le grandezze, le forme e i motivi di uno dei capisaldi dell’arte dell’impaginazione: la cornice.
In che forma si è tradotto concretamente il tuo lavoro?
Ho realizzato 42 cornici su foglio A4 con 7 motivi diversi realizzati tramite il frottage, tecnica di disegno che ha riprodotto con sguardo infantile e spirito primitivo il mondo che avevo intorno, utilizzando la matita o il carbone rimasto dalla cottura della carne alla brace.
Le cornici sono state utilizzate durante la performance di Le Soleil di giovedì 9 luglio. L’azione editoriale-performativa chiede alle persone in strada di scrivere direttamente sullo schermo di una stampante/scanner connessa a un pannello solare e spostata nello spazio pubblico con un mezzo di trasporto, in questo caso un carrello in acciaio da mensa. Per questo lavoro, ho chiesto ai lavoratori del terzo settore di Scario (baristi, negozianti, barcaioli, librai, edicolanti) di annotare la frase di una canzone che li rinfranca dalla fatica del lavoro. Il risultato è quindi un libro d’artista a pagine sciolte di 42 fogli che uniscono il disegno della cornice, il segno della grafia del pubblico e la stampa digitale.
Il risultato della residenza è il primo stadio di un lavoro che porterò avanti. Le cornici esposte alla fine della residenza sono numerate perché saranno parte di un libro d’artista più ampio strutturato come un gioco dell’oca. Già durante la mia permanenza a Scario, ho cominciato a realizzare 22 disegni la cui grana, o texture, è costituita dalle cortecce degli alberi della macchia mediterranea che arriva al mare; dalle pietre della casa distrutta nella seconda guerra mondiale su cui si fonda l’attuale taverna; dalle foglie dell’albero di carrubo in cui riposano gli antenati del capofamiglia dei Gagliardo, Saverio. La forma finale sarà quindi un libro d’artista di 64 schede, composto dalle 42 cornici già presentate, 8 disegni realizzati da me e 14 disegni realizzati dalla famiglia stessa, che reinterpretano i simboli esoterici del gioco dell’oca.
Una casa non è mai solo una casa
Quello che colpisce, a distanza di dieci anni e cinque edizioni, è che My Little House non ha mai smesso di essere fedele alla propria idea di partenza: un’arte che si guadagna la fiducia di chi la ospita prima ancora di quella di chi la guarda. A Milano era una parete, a Catania una le stanze di una casa, a Taranto una famiglia, a Rivello un intero paese, oggi a Scario sono un tamburello, una fisarmonica e il carbone della brace. Cambiano i materiali, cambia il paesaggio, ma resta lo stesso gesto: un artista che si siede al tavolo di casa d’altri e, per qualche giorno, lascia che quella casa “scriva” insieme a lui. È una forma d’arte orizzontale, fatta di relazioni prima ancora che di opere, ed è forse proprio per questo che, dieci anni dopo, sentiamo ancora il bisogno di raccontarla.
Puoi vedere qui i video-racconti delle precedenti edizioni.




























