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Tracce, ferite e costellazioni.

I Rilievi interspecie di Le Fonticelle

 

Ci sono progetti che sfidano la persistenza temporale dell’arte per farsi puro accadimento e rito collettivo. È il caso di Rilievi, la mostra bi-personale di Nicola Biagetti e Miriam Montani Magrelli curata da Bianca Basile nell’arco fulmineo di sole ventiquattro ore tra le montagne di Frosolone, in Molise. L’esposizione ha rappresentato l’atto finale della residenza Ogni montagna ha una voce lenta, promossa dal progetto Le Fonticelle. Fondato nel 2020 dalle gemelle Alicya e Maria Elena Ricciuto, questo avamposto dell’entroterra si muove da sei anni contro le derive del turismo estrattivista e le nostre sempre più oppressive protesi digitali.

 

 

Un laboratorio intenso che per questa restituzione ha abitato una casetta del pastore, appoggio per umani e non durante il pascolo, messa a disposizione dalla famiglia Fazioli per la mostra, luogo in cui la pietra ha accolto e fatto risuonare il racconto espositivo.

 

Nicola Biagetti, Tracciatura iconografica di un sentiero ad uso pastorale Acquevive–S.Egidio, 2026. Incisioni su pietra calcarea. Ph. Nicola Biagetti e Eleonora Cutini.

 

In questa  architettura rurale, il tempo si è sintonizzato bruscamente su un unico battito interspecie. La ricerca di Nicola Biagetti si è materializzata nel video-canale Solum (2026), nato dall’immersione totale dell’artista all’interno di una transumanza di tre giorni da Duronia a Capracotta, tra Campobasso e Isernia. La camera si muove in una semi-soggettiva ravvicinata e reale, capace di eludere ogni retorica consolatoria: lo sguardo del pastore si fonde con la messa in movimento delle greggi. È la sintesi visiva di un lavoro istintivo, senza sabati né domeniche, regolato solo dal meteo e dai cicli biologici, un elogio rigoroso del margine scelto rispetto alle psicosi urbane.

 

 

La traccia di questo farsi corpo tra i corpi si è poi fatta concreta nell’installazione Tratturo Frosolone, cinque pietre calcaree autoctone, incise da Biagetti insieme all’artigiano locale Nicola Brunetti. Opere capaci di isolare la polifonia di questa vita rurale, sintetizzandola in altrettanti simboli eloquenti: la campana, i bastoni, i tratturi, la casa e il cane. Per tratturi si intendono grandi piste erbose o pietrose tracciate dal passaggio delle greggi nelle loro periodiche transumanze. Non si tratta soltanto una via di comunicazione ma di un tracciato ancestrale sulla scia della quale, la riattivazione del sentiero attraverso queste simboliche pietre miliari rinsalda il legame tra abitanti e territorio, tra passato e presente, tra umani e non umano.

 

 

Un momento collettivo dell’opening ha incarnato l’invito a camminare insieme. Non lontano dalla sede della mostra è stata posata l’ultima pietra, che rappresenta proprio la casa del pastore, a suggellare, la riattivazione del sentiero, che è entrato a far parte del percorso del CAI, trasformando la materia minerale nell’archivio instabile di un cammino condiviso.

 

 

Se Biagetti traccia il solco della terra, Miriam Montani Magrelli compie un’operazione di una delicatezza disarmante, raccogliendo le ferite biologiche per proiettarle in una dimensione siderale. Il suo progetto Lacrimosa, pianto senza dolore IV (Le stelle de lu cielo) si insinua nelle pieghe dell’economia pastorale per dare voce ai soggetti storicamente più invisibilizzati, ovvero le donne e gli animali. Su frammenti di cipolla essiccata e stabilizzata, materiale fragile che evoca la pelle comune e il pianto “senza dolore”, catartico, l’artista ha tatuato con inchiostro blu cielo, utilizzando la tecnica hand poke, le cicatrici prelevate dai corpi delle mucche, delle capre e dei cani da pascolo.

 

I fori auricolari delle marche di legge, dispositivi obbligatori in Italia e in tutta l’Unione Europea per i cosiddetti “animali da reddito”, e i segni inferti dalle catene delle stalle vengono così visivamente reinterpretati, andando a sostituire le stelle più luminose delle costellazioni boreali simboliche rispetto al tema scelto dall’artista (L’Orsa Maggiore e Minore, il Mandriano, la Volpe, la Lince, i Cani) visibili in questa stagione, soprattutto in montagna, ma da rintracciare con una torcia sul lavoro in un gesto a metà tra il fare luce sulle ferite e l’atto di scrutare il cielo. L’installazione, ambientata tra la stalla e un vano di pietra, è stata sonorizzata dalla traccia audio di un canto popolare modale, intonato dalla sorella dell’artista, Ilia. Un inno alla sororité (sorellanza) che trascende il sangue e si fa dono politico.

 

 

Un frammento di cipolla su cui è tatuato un frammento di verso tratto dal canto che intitola l’opera recita: “cia manca quella della mezzanotte”; si tratta di una metafora poetica usata per portare alla memoria la stella più bella, rara e luminosa, associata a una condivisione fatta all’artista durante la residenza. L’opera è stata donata a una donna del paese costretta a lasciare la scuola cinquant’anni fa per lavorare, mentre la formula “La sororité est une arme!” (la sorellanza è un’arma) è diventata un tatuaggio dedicato proprio ad Alicya e Maria Elena Ricciuto, in una riconfigurazione del sentimento di vicinanza e di difesa che unisce le donne in un fronte comune.

 

Nicola Biagetti, Solum. Ph. Eleonora Cutini.

 

Anche se le luci della casetta si sono spente dopo sole ventiquattro ore e le opere hanno lasciato quel perimetro di pietra, lo sguardo sui rilievi molisani risulta inevitabilmente mutato. Bianca Basile ha orchestrato una corrispondenza visiva emozionale, dimostrando come l’arte contemporanea possa rendersi attivatrice di processi collettivi, quando rifiuta la pura illustrazione del territorio per coglierne, piuttosto, il profilo reale con le sue vette e i suoi solchi . RILIEVI resta, nella sua natura di evento effimero, una mostra che parla della necessità di rallentare, un monito che ci ricorda come ogni montagna custodisca una voce con attenzione dedicata e come il ruolo dell’arte sia, prima di tutto, quello di mapparne l’eco prima che svanisca.

 

 

 

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