Manifestarsi. Manifestare. Mani (in)festanti
Silvia Muscolino
Come mi sento quando è una presa di posizione poetica e introspettiva. La mostra personale di Silvia Muscolino, a cura di Mario Bronzino e Barbara Cammarata, rende politico lo spazio della tela e polifoniche le trame dei ricami. Presso Isola Catania, il 20 febbraio 2026 si chiuderà, con l’esposizione, il ciclo delle mostre personali Coalizioni Isola: Laboratori di Cultura, Creatività e Arte.
La disamina dell’artista parte da un’indagine riflessiva su momenti parabolari all’interno della propria vita. Di fronte ad essi, l’atto di cura può essere ritenuto tale, se imposto? I due dipinti esposti nella sala principale indagano l’ambiguità della domanda, raffrontandosi senza corrispondersi così come i loro soggetti si richiamano, senza rispecchiarsi del tutto.
La vegetariana. Mordi e basta
Quello che potrebbe sembrare un atto di cura infantile, l’imboccare, è svelato nella sua contraddizione dal titolo dell’opera, La vegetariana. Mordi e basta. Un ordine, impartito con un tono che ha lo stesso retrogusto ferrigno della sua presunta giustificazione: «è per il tuo bene». Preoccupazione e oppressione sono rese dal piano ravvicinato – cinematografico – del dipinto. L’opera inquadra in primissimo piano la protagonista, che conosciamo solo con l’aggettivo vegetariana, cui viene imposto da mani – presumibilmente familiari – un boccone con il quale rimangiarsi una porzione di identità. Il soffocamento della scena è esasperato dalla tappezzeria del divano, che sembra spingere in avanti la giovane donna. La bocca serrata e lo sguardo deciso preludono alla reazione che, nell’omonimo romanzo, segue tale scena: l’attacco come ultima difesa.
Il dono
Il dono sembra rappresentare, malgrado il titolo, l’accerchiamento di una donna ferita. La scena è tratta da un sogno dell’artista. La creatura, né morta né viva, colta in un momento che richiama il tarantismo, viene soccorsa da spiriti femminili a lei simili, che cercano di assorbirne il dolore dalle ferite recate alla mano. Come sottolinea l’antropologo Ernesto De Martino, con la danza della taranta – da cui la scena sembra trarre ispirazione – non avviene un processo di stigma ma di catarsi collettiva. La persona morsa, ballando, espelle via il veleno con la cum-passione della comunità. Le tre ferite circolari sono ricondotte dall’artista alle tre lune che rappresentano l’intero ciclo della vita, specialmente femminile e che riporta il contesto culturale della cura a tale sfera, con un tono che sa di denuncia e di fiera consapevolezza.
I disegni
Sembrano ripercorrere a ritroso le lune i disegni a grafite che, come una linea del tempo, attraversano la sala longitudinale di Isola. Con la loro dimensione intima, rispetto ai dipinti, i lavori creano un ecosistema narrativo più spontaneo, dove è evidente il momento in cui il segno ha subito – o seguito – un’alterazione. La mano ricorre come protagonista anche in quanto soggetto, specchio dell’azione dell’artista sul mondo. Alcuni episodi della prima giovinezza sono qui narrati, attraverso la loro memoria: un atto di presenza – riscaldarsi le mani sotto l’acqua calda – o di cura non richiesta e dannifica, “soccorrere” e quindi condannare all’abbandono della madre, un rondone caduto dal nido. L’arte rappresenta qui una memoria catartica – tra idillio, nostalgia e presa di consapevolezza dell’avvento dell’età adulta.
Memoria a colori
La memoria attraversa anche la storia sociale, con il ciclo di disegni a colori del 2024. In questa serie, gli spiriti femminili tormentati danzano, nella ricerca di un mezzo d’espressione, sotto forma di abiti vuoti, dalla foggia ottocentesca. Nello stesso secolo, è ambientato il dialogo tra l’artista e la botanica ginevrina Caroline Barbey-Boissier (1847 – 1918), ignota per i suoi meriti scientifici ma conosciuta solo in quanto figlia e moglie dei due botanici di cui porta i cognomi. Così il divano “buono” dei salotti anni Sessanta rappresenta quello che era allora il sogno per la donna compartimentata nel ruolo di casalinga. Infine, l’ultimo lavoro della serie ricorda l’episodio di “Un altro giro di giostra” di Terzani, detonato dal contrasto tra la leggerezza del foglietto che gli viene consegnato dal medico e la gravità della diagnosi che in esso è riportata, per cui chiede appunto un altro giro sulla giostra della vita.
Goodbye
Il cerchio suggella il percorso espositivo attraverso la tavola rotonda di figure femminili che, dal medioevo ai giorni nostri, sono state rappresentative, più in assenza che per affermazione, di una genderizzazione della narrazione. Goodbye. Annina, Bimba, Carmela, Concetta, Macalda, Sofonisba, Virdimura è un convivio impossibile, se non nel luogo e nel tempo in cui viene presentato il lavoro, inteso nell’ambivalenza del suo significato che, in inglese, corrisponde tanto ad addio quanto ad arrivederci. Le protagoniste intrecciano le loro storie, dipinte sui tovaglioli e intrecciate nel loro legame polifonico con la Sicilia, anch’essa spesso marginalizzata come ancella del “Continente” italiano. Come mi sento quando è una presa di posizione poetica. Il coro si fa forte e ripone la memoria della sua voce nell’unica figura anonima bambina, di cui possiamo immaginare il nome di Futura.
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