Intervista a Irene Coppola

di Roberta Randisi

 

Adattarsi ma soprattutto riformulare un sistema artistico e culturale in grado di sostenere gli squilibri causati dall’epidemia sta diventando un’azione costante, è un momento in cui ci poniamo tante domande e nel tentativo di elaborare ciò che sta accadendo nasce il bisogno di sviluppare un ragionamento critico collettivo. Come lavorano gli artisti e come affrontano questa inaspettata difficoltà? Lo chiediamo a Irene Coppola, artista vincitrice dell’Italian Council 2019 a sostegno del progetto di residenza La Wayaka Current Tropic 08°N presso Guna Yala, Panama. Coppola nasce a Palermo nel 1991, studia presso la NABA Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e la Willem de Kooning Academy di Rotterdam, lavora principalmente con la scultura e con l’installazione, facendo del calco, dei frammenti naturali e dell’indagine cartografica, il proprio linguaggio. La sua ricerca procede attraverso l’esperienza e il risultato ultimo è votato ad un’essenzialità che coniuga minuzia scientifica e sublimazione della forma.

 

La mostra Schegge è stata inaugurata presso L’Ascensore di Palermo in un momento particolare, poco prima che il governo ordinasse il lockdown; ad ogni modo l’opening ha riscosso molto successo e lo spazio espositivo ne permette tutt’oggi, grazie alla sua vetrina, una visione dall’esterno. Che cosa hai portato in mostra?

L’inaugurazione della mostra presso L’Ascensore a Palermo è avvenuta il 29 febbraio 2020. Non c’era alcuna restrizione governativa legata al contenimento del virus e lo spazio espositivo è stato accessibile su appuntamento per le due settimane successive, finché le normative hanno stabilito la quarantena nazionale. In attesa della riapertura, ricollegandomi alla tua premessa, il contenitore stesso è curiosamente rimasto l’unico possibile display dell’installazione, ancora visibile dalla strada. Il lavoro in mostra nasce da una ricerca formale e concettuale che porto avanti sul rapporto tra vegetazione e memoria territoriale. Il titolo Schegge rimanda a una duplice lettura: può riferirsi ai frammenti vegetali/minerali acuminati o a quelli di un ordigno esplosivo. Palermo tutt’oggi è segnata dalle conseguenze dei bombardamenti anglo-americani del 43’ ma in pochi sanno delle tracce belliche rimaste impresse su gran parte delle palme tra Villa Giulia e l’Orto Botanico della città. Le tre sculture in mostra sono calchi in gomma siliconica delle mutilazioni vegetali, messe a display su tre strutture in ferro laccato che definiscono la fisicità del lavoro in rapporto allo spazio espositivo. Due mappature disegnate su carta incorniciano poi alcune note scientifiche e testimonianze storiche della narrazione. In occasione della mostra, è stato presentato anche un opuscolo in edizione limitata e numerata che raccoglie materiale autoriale sul progetto, realizzato grazie al supporto del Sistema Museale Università degli Studi di Palermo – Orto Botanico.

 

La tua ricerca indaga lo spazio urbano e la natura, hai svolto studi sulla varietà delle forme vegetali, sulle maree, sulle tracce lasciate dalla storia; com’è adesso, da artista, il rapporto con la dimensione domestica alla quale siamo vincolati? In che misura è cambiata la modalità di fare ricerca?

Sono rimasta nella casa di famiglia a Palermo. La quarantena non impedisce di continuare a far ricerca, sebbene creda non sia necessario ‘riempire’ a ogni costo il proprio tempo in maniera produttiva, né tanto meno dimostrativa, col rischio di perpetuare dinamiche di efficienza capitalizzabile. L’ascolto, il pensiero critico e soprattutto la cura vanno praticati a partire dallo spazio domestico o all’interno del primo nucleo sociale che è la famiglia, dove non è facile costruire sinergie ed equilibri costanti. Dovremmo almeno iniziare a essere consapevoli che da anni viviamo politiche di “distanziamento sociale” che trovano oggi un terreno fertile. Basti pensare come il linguaggio sia inquinato sempre più da slogan e retoriche che fomentano la paura e celano le differenze sociali ridotte a un vuoto e di moda #ashtag. E invece NON siamo tutti sulla stessa barca, NON siamo soldati, NON siamo in guerra, NON tutti hanno una casa e così via.

La pratica artistica normalmente è sottoposta a continui mutamenti e lotte per la riappropriazione dello spazio-tempo del fare, che assorbe e rigetta desideri e traumi collettivi in vari modi. Di recente ho pubblicato una pagina web dal titolo HOME PAGE dove tento di profanare, ribaltare o associare tra loro significati e significanti sull’immaginario pandemico con disegni digitali che dispongo, in caduta libera, nello spazio bianco della home virtuale. Nel giardino di casa, invece, ho iniziato a procurarmi pepite di resina e lattice dagli alberi, oltre che spine deformi e petali essiccati. Sarà un’ossessione quest’attrazione per le forme vegetali ma il ritrovamento di un pentafoglio è stato una delle migliori anomalie di questi giorni!

 

Si suppone che il sistema dell’arte subirà mutazioni e cambi di direzione alla ricerca di nuovi equilibri. Pensando a una ripartenza, a quali progetti ti stai dedicando?

Mentre porto avanti la pratica scultorea su lavori ancora inediti, continuo a elaborare il recente e intenso periodo vissuto nella Comarca indigena autonoma di Guna Yala, sulla costa sud orientale di Panama. Oggi sto lavorando alla realizzazione di un libro d’artista sul processo attivato durante la residenza La Wayaka Current Tropic 08°N con cui ho vinto la VI edizione dell’Italian Council – MIBACT, in collaborazione con l’architetto palermitano Vito Priolo. A partire dalla costruzione di un archivio di materiali organici e plastici, abbiamo indagato la cultura materiale locale per poi riflettere sul concetto di display come dispositivo artistico, su cui intendiamo collaborare per progetti futuri. Probabilmente, mai come oggi nel sistema dell’arte contemporanea e non solo, gli strumenti e le strutture del “mettere in mostra” vanno riconsiderate e sovvertite per emancipare il corpo-oggetto alienato.

 

Ph. crediti: F. M. Nicoletti