Intervista ad Andrea Branciforti

Di Anna Papale

 

Abbiamo piacevolmente conversato con il volto dietro il brand Improntabarre, il designer Andrea Branciforti. Recentemente ha collaborato con Orolavico, giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 specializzata nella lavorazione della pietra lavica, per cui Andrea Branciforti ha realizzato una collezione di sottopiatti dai toni visionari. Attuale presidente ADI (Associazione Design Industriale) Sicilia, abbiamo approfittato della sua posizione per capire il futuro del design nella nostra isola e non solo. Ci racconta qui il suo punto di vista e le sue creazioni.

 

 

Introduciamo Improntabarre e lo farei, se ti fa piacere, partendo dal logo, un buon succedaneo della tua attività e per capire come sei arrivato al design.

Improntabarre nasce ufficiosamente nel 2004 ed ha assunto le caratteristiche che ha oggi a partire dal 2010. Il logo ne esemplifica la duplice natura: da un lato il codice a barre delle riproduzioni seriali in scala industriale – abbiamo iniziato con gli oggetti in ceramica – e dall’altro l’invasione dell’impronta digitale. Il primo riporta alle origini dell’attività ovvero la produzione di oggetti di design industriale sebbene la loro progettazione avvenga in studio e il secondo vorrebbe rimarcare il tocco finale di tutta la filiera, il vaglio artigianale, la traccia della manodopera, l’amore e la cura che riponiamo in ogni singolo oggetto prodotto, unico per via della sua biunivoca funzione. Io sono cresciuto in un’azienda ed è stato fisiologico giungere poi al design.

 

Visto che hai menzionato il design industriale, vorresti parlarci della tua esperienza per ADI (Associazione Design Industriale) e come vi sei approdato?

ADI è un’associazione che a livello nazionale esiste da parecchio tempo e che si è ben radicata anche sul nostro territorio grazie a delle realtà che condividono gli stessi valori. Ho avuto la fortuna di essere stato selezionato grazie al lavoro Urban Design for tile (2015), presentato al Farm Cultural Park di Favara. Abbiamo realizzato delle piastrelle in pietra lavica, il materiale più iconico della costa orientale, a cui abbiamo aggiunto delle venature in rosso che ricordano i rivoli di lava visibili dalla città di Catania durante le frequenti eruzioni. In questo caso l’occasione di progettazione è stata naturalistica e artistica allo stesso tempo, non dimentichiamoci che il fine ultimo, nostro e del design, è quello di creare un oggetto funzionale. Il risultato ci ha sorpresi innanzitutto per la risonanza che ha avuto in Italia presso i professionisti del settore, quali l’ADI appunto, ma anche in ambito commerciale. Le nostre piastrelle sono state molto apprezzate in Nord Europa dove sono state esposte come veri e propri manufatti artistici, un display che scherzosamente strizza l’occhio alle nostre maioliche ed è indice di come la rivisitazione, intelligente, del nostro patrimonio è ugualmente apprezzata anche in export.

 

Rimanendo in tema di rivisitazioni, il tuo ultimo progetto Odyssey collection, per Orolavico, è una ricetta fusion: una collezione di sottopiatti il cui pattern trae ispirazione da certi frame del colossal 2001 : Odissea nello Spazio di Stanely Kubrick, futuristico e visionario, realizzata in pietra lavica e in cotto, mantenendoci ben saldi al nostro paesaggio. Dicci di più.

La collezione ha avuto un periodo di gestazione lungo un anno, coincidente con il periodo in cui ci siamo fermati un po’ tutti, un periodo che è servito anche a noi del settore, per pensare e capire quale direzione prendere. Fortunatamente il virtuoso network siciliano si è mostrato propositivo e ha reagito sapientemente. La collezione si compone di sei micro-collezioni (Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula) e le nuance, sono ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base che riproduce tonalità naturali e che non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone).

 

È un tipo di valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti che si discosta dall’overdose di retorica a cui ormai siamo eccessivamente abituati. Qual è stato il processo creativo che ha portato a tale innovazione e rivalutazione dell’immaginario collettivo?

Il punto di partenza è il nucleo centrale della narrativa del film di Stanley Kubrick. Il contesto sociale in cui è stato pubblicato si spiega in una data, il 1968. Anno di rivoluzioni, ma soprattutto di prese di coscienza e la conseguente messa in discussione delle abitudini fino a quel momento adottate. È un anno che si sta ripetendo, lo stiamo vivendo con il privilegio di avere maggiori tecnologie e consapevolezze in più. Mostrandoci l’incognita che avvolge il mondo aldilà della superficie terrestre, Kubrick non fa altro che porre quesiti sulla nostra natura e sulle risposte che questa ci fornisce e che oggi conosciamo bene. Tornando alla collezione, il legame con la natura e il paesaggio siciliano è riverberato nell’utilizzo della pietra lavica, immediatamente riconoscibile, non è necessario aggiungere altro, parla da sé, seppure aiutata dalla tecnica. Anche nel video realizzato da Adriano Di Mauro, l’astronauta, non esplora nulla di nuovo se non la propria (T)erra. Oltre al design, o meglio assieme ad esso, anche la ricca catena del food si è fortunatamente resa conto del bisogno di tale cambiamento. Le aziende presenti sul nostro territorio che condividono idee e valori, si stanno adattando e innovando in modo da instaurare un nuovo indotto culturale, basato sulla catena del cibo, con un occhio di riguardo al gusto – in toto – alla salvaguardia dell’ambiente e il rispetto delle nostre tradizioni senza estremizzare.

 

 

Mi rivolgo adesso al presidente ADI Sicilia, in tale veste hai dichiarato che bisogna: “affermare la centralità del ruolo del design industriale nel dibattito culturale e nello scenario economico regionale”. Quali sono le sfide e le nuove direttive di questo percorso? Come si configura il futuro del design?

Come detto, in Sicilia si sta consolidando una rete di aziende che si rivolgono al design in modo intelligente, costruttivo in senso bilaterale. Abbiamo il compito di promuovere le collaborazioni e diffondere il linguaggio ecosostenibile. Enzo Mari disse che ogni gesto, è un gesto politico, dunque se negli anni abbiamo seminato è il tempo di raccogliere i frutti della nostra buona propaganda, e il raccolto sta arrivando. La direzione è tracciata. Ho la fortuna di occuparmi anche dei futuri designer, in qualità di docente presso l’Harim Accademia Euromediterranea e il consiglio che do ai miei alunni è quello di rallentare, fermarsi e riflettere sui propri oggetti, sulla tecnica da utilizzare, evitare gli sprechi di ogni natura. Il segreto è che l’ecosostenibilità sta nell’artigianale, nel riutilizzo delle nostre tradizioni, conservative sì, ma mai in senso negativo.