Intervista ad Antonio Arévalo

di Valentina Lucia Barbagallo

 

Chi è Antonio Arévalo?

Sono nato a Santiago del Cile. All’età di sedici anni, dopo il Golpe cileno, sono stato costretto a lasciare il mio paese per trasferirmi in Italia.Sono un poeta (dicono), ideatore di progetti, consulente e curatore d’arte indipendente. La mia formazione umana, artistica e letteraria si è compiuta tra Roma, Firenze, Madrid e Venezia, passando dall’arte al teatro, alla poesia, sempre vicino a realtà intellettualmente stimolanti, innovative e d’avanguardia. Negli anni ‘80 mi sono rapportato con molte riviste artistiche e teatrali, ne ho anche fondato una personalmente “Palimpsesto 1”. In questo periodo ho intensificato la mia attività poetica e performativa e dal Teatro Immagine mi sono avvicinato agli artisti visivi contemporanei. Dagli anni ’90 ho organizzato numerose rassegne internazionali, mostre ed eventi culturali in istituzioni museali e gallerie private in Italia e all’estero. Nel 2001, sono stato Curatore-Commissario del primo Padiglione del Cile nella 49° edizione della Biennale d’Arte di Venezia, Juan Downey (menzione d’onore). Nel 2006, sono stato curatore della Biennale Adriatica Arti Nuove 2006 di San Benedetto del Tronto. Sono stato Curatore anche  del Padiglione del Cile nella 53° edizione e Commissario nella 54°edizione della Biennale Internazionale D’Arte di Venezia.

 

Da quanto tempo fai il curatore e qual è stato il tuo iter formativo e lavorativo?

Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti, ma la mia vera formazione è stata la letteratura e il Teatro Immagine. Ho pubblicato quattro progetti poetici e ho partecipato attivamente al Teatro Immagine della fine degli anni settanta inizio ottanta. Mi colpivano profondamente i lavori di alcuni gruppi dell’epoca “Falso Movimento”, “Magazzini Criminali”, “Gaia Scienza”, la “Societas Raffaello Sanzio”, volevo capire la loro essenza, la loro provenienza, così all’Accademia Sperimentale di Stia sono diventato assistente di Mario Ricci, Giancarlo Nanni, Giuliano Basilicò, Valentino Orfeo che sono stati tra  i fondatori del cosi detto “Teatro Visivo”. Attraverso tutto questo ho conosciuto i lavori di moltissimi artisti che si confrontavano quotidianamente con il Teatro Immagine: Gianni Kounellis, Pino Pascali, Alighiero Boetti, Jean Fabre.

A partire dagli anni novanta ho deciso di diventare un curatore indipendente.

 

Qual è – secondo te – il ruolo del curatore, oggi, e quale ruolo si accinge a ricoprire, in futuro, all’interno del “sistema dell’arte”?

Per me è stato fondamentale, per capire il ruolo del curatore, l’aver visto la Biennale di Venezia del 1993, dove accanto a un’idea propria di arte, Achille Bonito Oliva ci offriva la scena internazionale, una scena che si è protratta nel tempo e che continua ad essere quella che ancora oggi è la più incisiva. Quella intuizione non la si studia in Accademia, è frutto di una grande esperienza poetica e relazionale che ammiro. Ho grande ammirazione per l’operato di Harald Szeemann e per il suo voler capire l’altro. Soprattutto voler capire l’artista che ti trovi davanti.

 

Quali caratteristiche sono indispensabili per fare questo lavoro?

Mediatore, scopritore, artefice, lettore, regista, traduttore e pro(motore).

 

Credi che la figura del curatore sia trasversalmente riconosciuta? Perché?

Nel mio caso si, perché sono io l’artefice delle mie mostre, poche volte ho accettato incarichi al riguardo.

 

Quando curi una mostra da cosa parti? Come scegli gli artisti, il tema, ecc? Spiegami, per sommi capi, il tuo metodo di lavoro.

Non ho un metodo preciso. Parto sempre dall’idea che sto facendo la stessa mostra a cui aggiungo o tolgo qualcuno/qualcosa, privilegiando momenti diversi. Una sorta d’incursione fra i libri “Le vene aperte dell’America Latina” dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano e “Il labirinto della solitudine” del messicano Octavio Paz, che hanno a che fare con l’identità e la maschera.

Cerco sempre di affiancare a dei veri Big artisti emergenti. Questo a volte funziona a volte no, dipende se l’artista è in grado di reggere il confronto.

 

Parlami di un progetto e/o di un incontro, per te, significativo (in positivo o in negativo)?

Sicuramente, l’incontro più significativo l’ho avuto con un artista cileno che ha vissuto in Cile proprio negli anni in cui io non ho potuto vivere lì e che è venuto in Italia – dove l’ho conosciuto – grazie a una borsa di studio. Parlo di Francisco Smythe e di sua moglie Paulina Humeres. Ho capito che, durante tutto il periodo dell’oscurantismo della dittatura di Pinochet in Cile, l’arte era sopravissuta giocando un ruolo di vitale importanza, nonostante il clima repressivo. Lo specifico cileno, la memoria di un presente/passato di assenza, di esilio, è affiorato in termini di estrema concretezza, disseminando il discorso di cose che lo fanno più simile a una mappa sulla quale sono incisi i percorsi di una sofferta condizione collettiva che a un solitario cammino di una soggettività esasperata: ho sentito che avevo fame di collettività. E’ stato come riempire un vuoto ed è stato in quel momento che ho deciso di fare il curatore.

 

Progetti futuri?

Le interviste. In questo campo ce ne sono di svariate per cui ho deciso di dare un senso alle tante domande e alle altrettante risposte che occupano un sacco del nostro tempo. Sto finendo di scrivere un libro “A tu per tu”, che contiene proprio le interviste che ho fatto io e quelle cha hanno fatto a me.

Fino a settembre ho in corso la mostra “Latinoamerica, arte fra identità e maschera” presso Art Stays 10 Festival Off Contemporary Art, a Ptuj in Slovenia. 

 

Un consiglio a chi voglia intraprendere questa professione?

Non sono necessarie né le Accademie né una scuola speciale. Sono sicuramente di fondamentale importanza le esperienze, le letture personali e avere delle buone intuizioni.

 

© Photo Fratelli Calgaro