Intervista a Vincenzo Mascia
di Valentina Lucia Barbagallo

Chi è Vincenzo Mascia? Ci parli, se le va, non solo di lei come artista, designer ma anche di lei come uomo.
Ritengo che le interviste siano il mezzo migliore per conoscere le personalità degli uomini in generale e degli artisti in particolare. Io che sono portato alla sintesi, nel senso che mi piace arrivare in fretta e possibilmente con il minimo sforzo alla comprensione delle cose, trovo più informazioni in una intervista che in un intero trattato. Chi sono? Me lo chiedo spesso e mi chiedo spesso anche il senso di quello che faccio, e quasi sempre non trovo risposte. Sono un uomo profondamente ed orgogliosamente del sud, amo la luce mediterranea, il mare, sono molisano di Santa Croce di Magliano, di estrazione proletaria si sarebbe detto una volta. Scuole superiori professionali, istituto tecnico per geometri, ovvio, mio padre era carpentiere edile, con una sopita vocazione per il bello e per l’arte. Amante della musica pop, Lucio Battisti per gli autori italiani, Beatles per la musica straniera, apparentemente così distanti, ma così vicini nell’evoluzione di nuove sonorità, con visioni di sintesi, di riduzione al minimo degli accordi, degli strumenti, delle armonizzazioni. La curiosità e la voglia di crescere, culturalmente ed anche socialmente, mi ha portato ad iscrivermi alla facoltà di architettura di Valle Giulia, la mitica, della rivoluzione sessantottina, nella Roma dei cupi anni di piombo, ma anche della gioia del movimento studentesco , della creatività al potere, degli indiani metropolitani. Nel mio soggiorno romano sotto l’aspetto artistico due cose mi hanno profondamente colpito: la frequentazione del corso di istituzioni di storia dell’arte con Filiberto Menna, teorico della corrente analitica, ed una mostra che vidi in una galleria privata di Piazza Fontanella Borghese di Piero Manzoni. Mi chiesi ma Piero Manzoni è un genio o è qui con le sue opere a prendere in giro il prossimo. Stavolta non c’erano scorciatoie o semplificazioni, per capire Manzoni occorreva studiare il concettuale post duchampiano e la pittura analitica. Manzoni rifletteva sull’arte come linguaggio autonomo e, provocatoriamente, come i sex pistols in musica, dimostrava che si poteva fare grande arte e grande musica anche senza conoscere a fondo le tecniche, che conta di più il contenuto del contenitore, il significato del significante.
Capii che con quattro accordi si può scrivere grande musica e decisi che avrei provato a fare l’artista.

Architettura e arte visiva: quanto e come queste due discipline o meglio filtrano/guidano il suo sguardo e la sua visione delle cose?
Io appartengo al grande Movimento Madì internazionale, diretta conseguenza del costruttivismo a cui è intimamente connesso. L’arte costruita, muovendo dall’azzeramento linguistico e formale (nessuna forma esiste a priori: si fa forma con l’arte del costruire, mettere insieme, comporre), rompe con la tradizione storicista e realizza la continuità tra arte e tecnologia. Questa intima connessione con altre discipline (architettura, grafica, disegno industriale), fa si che essa sia un’arte ancora testardamente vitale. Per cui in fondo la mia visione del mondo e delle cose è collegata ai mie studi in arte e architettura, non c’è alcuna discontinuità tra arte, architettura e design.

Lei si ritiene più un artista o un designer?
Personalmente non ho mai avuto interesse per la pittura intesa in senso tradizionale, non sono di quelli che già a cinque anni riempivano quaderni di disegni. Sono immensamente innamorato dell’arte, ma soprattutto dell’architettura e del design, ho sempre cercato una sintesi tra queste discipline, perché in fondo la metodologia, l’approccio è identico.

Pieno – vuoto; orizzontale – verticale; lucido – opaco: sono coppie ossimoriche che ritornano sempre nei suoi lavori e che sembrano quasi essere le forze generatrici della sua stessa ricerca. In che modo?
La vita stessa, l’universo è l’insieme di forze contrastanti: materia e antimateria, ordine e disordine, maschile e femminile, buio e luce, vita e morte, bene e male, Yin e Yang. Anche l’architettura persegue l’equilibrio dei contrasti, Munari dedica un’intera fase della sua ricerca al positivo – negativo.
L’uomo vive sempre in questo perenne contrasto, in questa dialettica degli opposti, tra l’impulso irrazionale e l’ordine razionale.
I miei lavori, nel loro disordine apparente, hanno nella ricerca dell’armonia il loro fine ultimo.

In che rapporto stanno la sua adesione al movimento Madì e la sua ricerca personale?
Come artista faccio parte di un movimento artistico che da decenni persegue un’arte che non rappresenti, non significhi, e non faccia riferimento a simboli. L’arte è qui e adesso con la sua autonomia linguistica con il suo codice ed il suo insieme di segni. L’oggetto artistico non rimanda ad altro da sé ma è autosignificante, ossia significante e significato sono perfettamente coincidenti. Carmelo Arden Quin fondatore con Rhod Rothfuss e Gyula Kosice del Madì, libera il quadro dalla giogo della cornice e dalla tirannia delle forme elementari, pur restando profondamente legato alla pittura.
Sono approdato al Madì nel 1996 in maniera inconsapevole. Lavorando a lungo sul ciclo di opere titolato “sulle tracce di Fontana”, superfici di cartone inciso ed estroflesso che rivelavano un fondo di colore e luce, ad un certo punto intuii che bisognava travalicare i limiti del contorno del quadro che mi appariva, ormai, come un universo a sé, concluso, che non ammetteva dialogo, contaminazioni.
Volevo che il quadro esplodesse in mille frammenti, che superasse i propri limiti e provasse a conquistare lo spazio al di fuori di sé. Così ho cominciato a lavorare sulla scomposizione del quadrato in altre forme geometriche elementari che assemblavo per accostamento o sovrapposizione.
Per l’intervento in Piazza Politeama a Palermo, ho pensato di utilizzare come elemento primario un tubolare quadrato in allumino, ne utilizzerò nove da disporre a terra in maniera casuale in accostamento ed in sovrapposizione (le possibili combinazioni sono infinite) in una sorta di maxi mikado, in continuità con il pensiero madì di un’arte ludica e giocosa.
I listelli sono colorati nella parte terminale, per renderli unici e soggettivizzarli.
I listelli appoggiano su una lamina di acciaio specchiante, in modo che essa rifletta parte dei listelli ed il cielo di Palermo. Il cambiamento delle condizioni di luce e delle condizioni atmosferiche introduce una quarta dimensione dell’opera, quella temporale. L’opera quindi entra in rapporto o anche in contrasto sia con il contesto architettonico della città, sia con il cielo riflesso di Palermo stabilendo il limite tra natura ed artificio, tra natura e cultura.

Che consiglio darebbe a quanti oggi vorrebbero intraprendere la sua professione?
Non mi sento di indicare vie o di dispensare consigli, ognuno deve vivere la propria vita e coltivare i propri sogni. Io sarò l’ultimo degli artisti ma vedo in giro troppa approssimazione, troppa gente che si sente l’artista incompreso che prima o poi sarà riconosciuto come novello Van Gogh. E purtroppo attorno a questa galassia di presunti artisti girano altrettanto presunti esperti, critici o galleristi che ti fanno vedere la luna nel pozzo, basta pagare il biglietto e ti procurano un chiodo dove puoi appendere la tua arte e aspettare che arrivi il gallerista illuminato che ti darà soldi e fama. Anch’io spesso rifletto: ma chi lo fa fare a stare chiuso nel mio laboratorio, al caldo o al freddo a seconda della stagione, per anni e anni di ricerca continua, di autofinanziamento, di frustrazioni, di amarezze, di rinunce, non sarebbe meglio fare una bella passeggiata, andare al mare, giocare a carte con gli amici, ma tant’è è il fuoco dell’arte che ci avvolge e distrugge.

VINCENZO MASCIA_2015_STRUTTURA 18_15 ACRILICO SU LEGNO 60x60

 

(1)

VINCENZO MASCIA_2014_STRUTTURA 18_14 ACRILICO SU LEGNO 80x96

(2)

VINCENZO MASCIA_2011_STRUTTURA 02_11 ACRILICO SU LEGNO  35x40x5

(3)

Vincenzo Mascia_struttura caotica

(4)

(Copertina) Vincenzo Mascia, struttura caotica, render di Valerio Mascia.

(1) Vincenzo Mascia, 2015, STRUTTURA 18_15, Acrilico su legno 60×60 cm.

(2) Vincenzo Mascia, 2014, STRUTTURA 18_14, Acrilico su legno 80×96 cm.

(3) Vincenzo Mascia, 2011, STRUTTURA 02_11, Acrilico su legno 35x40x5 cm.

(4) Vincenzo Mascia, struttura caotica.