Intervista a Patrizia Emma Scialpi
di Valentina Lucia Barbagallo

Chi è Patrizia Emma Scialpi?
Autodefinirsi è sempre problematico…allora preferisco rispondere riconoscendomi in una frase: “Il padre di Max Ernst stava ritraendo il proprio giardino. Non dipinse la siepe in fondo al giardino. Terminato il dipinto, andò in giardino e rimosse la siepe”.

Quanto il contesto in cui vivi o da cui provieni influenza la tua ricerca artistica nella scelta delle tematiche e dei supporti che utilizzi?
Alla base del mio lavoro spesso c’è una riflessione sulle dinamiche di costruzione identitaria o del sentimento di appartenenza, di frequente mediata dall’analisi dell’ambiente di origine, quindi sicuramente il contesto in cui vivo o da cui provengo influenza il contenuto e l’estetica della mia ricerca. Contemporaneamente conservo l’illusione che l’operare artistico possa attivare meccanismi di rimodulazione del contesto in cui nasce, influenzandone i cambiamenti sociali e culturali.

Quanto è importante per te il confronto con ciò che ti circonda: società, mass media, altre ricerche artistiche, ecc.? Quanto questo ti influenza e come?
Il confronto/scontro è inevitabile quanto stimolante: è importante per me osservare e decifrare i segni e i contenuti delle produzioni culturali attuali. Tutto ciò mi influenza nel momento in cui provo a trasportare questo bagaglio visivo all’interno del mio lavoro. Ad esempio la scelta di utilizzare fotografie recuperate dal web attraverso piccole azioni di riappropriazione, mette in atto una riflessione sul grado di diffusione e di facile accessibilità di immagini private nella società contemporanea.

Chi sono gli artisti che ami di più e perché?
Ce ne sono diversi, alcuni non strettamente legati al sistema delle arti visive. Più in generale sono autori che hanno attraversato i concetti di immagine, forma, verità, simulacro e materia: dai Bizantini a Giotto, da Bacon a Wharol, fino a Werner Herzog e Carmelo Bene. Poi fondamentali per me sono coloro che, in diverso modo, indagano le dinamiche umane, sia culturali e sociali, sia intime e private, come Nan Goldin, Gerhard Richter, Frederick Wiseman, Francis Alÿs, Nikhil Chopra, Mark Lombardi, i fratelli De Serio.

Come definiresti il tuo lavoro?
Sincero e multiforme. I miei lavori nascono da una tensione volta a ricostruire una memoria personale e metastorica: ultimamente mi sto occupando del concetto di nostalgia, non inteso solo come legame emotivo al passato, ma ridefinendolo in quanto commiato da una parte del Sé, necessario per riconciliarsi con il presente.

Quale messaggio vuoi trasmettere e su cosa vuoi farci riflettere con la tua ricerca artistica?
Non c’è un messaggio universale: sono piuttosto dialoghi intimi, manovre interpretative del presente. Mi interessa la natura dei legami tra gli individui in particolare in relazione ai contesti storici e ambientali. Attuo archiviazioni, stratificazioni, rimandi: cerco qualcosa che ormai è lontano o semplicemente una personale idea di forma e di verità.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Non riesco ad individuare una grande svolta nel mio percorso, perché non ce n’è stata ancora una vera e propria; direi che sono attraversata da leggeri cambiamenti di rotta, piccoli passi con cui “aggiusto il tiro” e in questo percorso possono essere davvero varie le occasioni di riflessione. Gli incontri che hanno contribuito alla mia personale forma di crescita, sia umana, sia lavorativa sono tanti: innanzitutto Luigi Massari, che mi ha aiutato a sviluppare uno sguardo trasversale, nel lavoro e nella vita, ed è tuttora fonte inesauribile di stimoli; con Stefano Serusi c’è stato e c’è un legame continuo, è capace di confronti intelligenti e mai noiosi; grazie a Bruno Muzzolini ho intravisto nuove possibilità nel mio lavoro, una diversa prospettiva legata al guardare e sotto questo aspetto ho recentemente trovato in Carlo Michele Schirinzi un riferimento prezioso.
Ma il primo significativo incontro è stato quello con il mio professore di Storia e Letteratura del liceo, Roberto Traversa: a lui devo la conoscenza di storie e immagini che per prime ho amato e da cui mi sono sentita “guidata”.

Come definiresti il sistema dell’arte contemporanea in generale (fai riferimento ai sistemi che conosci meglio: quello pugliese e quello milanese)?
Il sistema dell’arte contemporanea a Milano mi sembra ben strutturato, maturo, ma a volte in un modo che non permette significativi slanci di originalità e autenticità. Ovviamente ci sono spazi che trovo molto stimolanti: Hangar Bicocca, Marsèlleria, il MAC di Lissone, gli eventi della Fondazione Trussardi sono degli esempi, ma anche la forza e la coerenza presente in progetti e spazi indipendenti come Mars, Spazio O’, Farmacia Wurmkos, Dimora Artica.
In Puglia si sta sviluppando un sistema legato all’arte contemporanea molto vario e interessante, ancora giovane ma ricco di grandi potenzialità, con progetti dinamici non solo connessi alle arti visive ma anche alla riqualificazione urbana e innovazione sociale e culturale.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
A febbraio sarò presente nella rassegna di videoarte e musica elettronica Kindergarten a cura di Alessandra Casadei in collaborazione con Piemonte Groove e ArtHub presso il K-Hole art space di Torino e poi, con delle opere su carta, a Monza presso Villa Contemporanea in Frenhofer un progetto a cura di Andrea Lacarpia che indaga il rapporto significato/significante attraverso l’incontro tra astratto e figurativo.
Il mio ultimo video Touch. In prospettiva niente è lontano è attualmente in mostra nell’ambito del progetto Perspectives realizzato in partnership con l’Università di Valencia e la collaborazione di diverse Facoltà di Belle Arti europee e una canadese.
Continuo ad essere legata a diverse iniziative in Puglia cui tengo molto e che prevedono tempi più dilatati di realizzazione come il progetto in divenire Taranto Rooms a cura di Damage Goog (http://tarantorooms.tumblr.com). Da maggio 2013 ho iniziato a collaborare con LABuat (Laboratorio Urbano Architettura Taranto) in occasione del progetto Landscape Choreography e attualmente siamo impegnati con Fà-tu, un progetto di riflessione sull’economia, sul valore dei servizi e del lavoro che si avvale della collaborazione dell’Ex Fadda di San Vito dei Normanni e di Officine Tarantine.

Per altre info su Patrizia Emma Scialpi qui.

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(1)TardeT+á, still da video, 2012.
(2) Dove sono nata io, still da video, installazione ambientale, 2013.
(3) Love and Loss, 2014, acrilici su stampa inkjet su carta hahnem++hle bamboo, 42×29 cm.
(4) Qualcosa che sa di me, installazione ambientale, villa brivio, 2013.
(5) Una forma di appropriazione (Love and Loss), acrilici e collage su carta, 21×15 cm. 2013.