Intervista a Laura Santamaria
di Valentina Lucia Barbagallo

Chi è Laura Santamaria?
Sono un’artista italiana.

Quanto il contesto in cui vivi o da cui provieni influenza la tua ricerca artistica nella scelta delle tematiche e dei supporti che utilizzi?
Dipende dai progetti. Mi considero eclettica e tutto dipende dalle necessità dei progetti a cui lavoro. Non mi riconosco in nessun contesto specifico, anche perché cambio di frequente il luogo in cui vivo… mi muovo molto in macchina. Mi piace tanto viaggiare: il viaggio comprende anche il tempo. Tutto mi sembra contemporaneo anche le società del passato… Tutto può essere.Cerco di usare l’immaginazione come mezzo esplorativo e di evasione. Questa attitudine la applico ad ogni aspetto del mio lavoro: dal modo con cui affronto la materia al mio modo di sperimentarla, dimostrazione di ciò sono i miei lavori con i pigmenti, iniziati nel 2004. (1)

Quanto è importante per te il confronto con ciò che ti circonda: società, mass media, altre ricerche artistiche, ecc.? Quanto questo ti influenza e come?
Non ho la televisione. Non mi piace questa società. Non mi piace il funzionamento meccanico con cui accadono le cose perché molto spesso delude le mie aspettative.Non mi piace come le generazioni precedenti abbiano reso precarie e fragili le nostre vite, costringendoci a fare un notevole sforzo per difendere i castelli effimeri su cui costantemente continuiamo a disegnare il nostro futuro. Insomma, più che un confronto è una trattativa di sopravvivenza, portata avanti con pazienza e perseveranza e continui desideri di fuga. (2)

Chi sono gli artisti che ami di più e perché?
Infiniti artisti di tutte le epoche: Yves Klein; Gabriel Orozco. Orozco mi piace molto: mi piace pensare che percorriamo una stessa invisibile linea. Il mio progetto Sufyagghé, del 2009, presentato a Genova, e il suo Asterisms, che ho avuto occasione di vedere al Deutsche Guggenheim di Berlino l’anno scorso. In questi progetti siamo partiti da uno stesso interesse di osservazione, raccolta e archiviazione di oggetti emersi dal mare, trovati lungo le coste, nel mio caso mi sono concentrata su quelli che vengono trasformati dalla natura, dall’ abilità di quest’ultima di plasmare la materia. Sono stata in Messico, per quasi un anno, e la magia che si respira è tangibile, pervade le cose, la ricerca di Orozco rivela questa magia e la dimensione di gioco, di gioia e di morte che ne fa parte mi incanta. (3) (4)

Come definiresti il tuo lavoro?
Autentico, inesauribile mistero, composto da spirito e materia. Talvolta, buio e, talvolta, lucente come un fuoco che alimenta mille metamorfosi di cui l’opera è solo un fatto visibile.
Le tappe: l’inizio in pittura, un decennio e oltre di lavoro in natura, e la relazione emozionale con la materia degli ultimi anni.

Quale messaggio vuoi trasmettere e su cosa vuoi farci riflettere con la tua ricerca artistica?
Molto difficile rispondere,a questa domanda perché ogni parte della ricerca è una parte della mia esperienza, dunque, diventa per me difficile vedere in modo distaccato l’essenza di questo insieme. È come se dovessi esprimere il senso della mia intera vita, e ancora non posso saperlo.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Certamente “gli incontri” più che un evento. I Master che ho frequentato sono stati fondamentali: il primo Giulio Paolini, al Corso Avanzato di Arti Visive della Fondazione Ratti, nel 2002. Ho compreso negli anni il suo insegnamento e non sono sicura di aver esaurito il suo discorso nemmeno oggi. Direi che mi ha trasmesso la lungimiranza dei contenuti, molti sono destinati ad essere scoperti nel corso del tempo, questo è molto importante perché rafforza il senso Di unicità e stempera la necessità dell’artista di essere compreso immediatamente. Il secondo con Geoffrey Hendricks di cui mi ha impressionata indelebilmente la modestia, la completa disponibilità verso gli altri e il pubblico, la grande forza concentrata in un atteggiamento che azzera ogni forma di vanità o di retorica. Hendricks mi ha fatto riflettere su come la ricerca abbia a che fare con la propria interiorità e su quanto ideale sarebbe lo stato di pace e di equilibrio con il sé prima della sua diffusione all’esterno.
Il terzo con Jorge Peris, che ha tutt’altro temperamento dei primi due e che mi ha letteralmente spaccato il cervello in due, ai tempi della residenza alla Fondazione Spinola Banna per l’Arte, nel 2008, fino a quando è emerso il lavoro del “Nerofumo” che considero una parte fondamentale della mia ricerca. Jorge è una persona straordinaria grazie a lui ho capito “realmente” quanto sia speciale l’esperienza che sto vivendo. A loro devo molto, ma ce ne sono molti altri. (5)

Il sistema dell’arte contemporanea in Italia e all’estero: analogie e differenze.
Credo che all’estero venga valutata in primo luogo la qualità del lavoro e la professionalità
in Italia questi criteri non sono al primo posto, purtroppo. Preferisco riferirmi alla mia esperienza di residenza al Kunstverein Neukölln, Kunstraum t27 a Berlino, dove ho vinto un bando misurandomi con artisti internazionali, e dove a distanza di tempo sono stata invitata a collaborare a nuovi progetti. In particolare, sono stata colpita dalla curiosità intellettuale delle domande che mi sono state poste durante il public talk che hanno seguito la mia mostra e da come la mia opera fosse stata analizzata con sensibilità e profondità. Il pubblico era attento e preciso, ogni risposta doveva essere ponderata con attenzione: era fondamentale. Da questa esperienza ho considerato evidente il riconoscimento del ruolo che gli artisti hanno e della loro funzione intellettuale che forse in Italia passa in secondo piano, ma ho anche preso contezza di quanto un pubblico preparato possa essere determinante e potente… Diciamo che la differenza principale risiede negli interlocutori e nell’oggettività esercitata nella selezione del lavoro degli artisti. (6)

Parlaci della tua ultima personale che ha inaugurato lo scorso 20 settembre presso Dimora Artica di Milano…
Si tratta di un progetto pensato per gli spazi di Dimora Artica, curato da Andrea Lacarpia, non un lavoro finito quanto un work in progress in cui mi sono occupata del diadema della regina sumera Puabi. I gioielli sono stati rinvenuti nella tomba a Ur ed ora sono conservati nel Penn Museum di Philadelphia. La corrispondenza con il museo è stata importante sia per le energie e l’entusiasmo condiviso sia per il resoconto scientifico che loro provvedono a condividere mediante diversi canali. Presso Dimora Artica è esposta una fotografia che rappresenta la più recente versione di ricostruzione del diadema e di come sia attualmente esposto; immagine che ci è stata gentilmente messa a disposizione per completare la mostra. La regina Puabi è una figura emblematica la cui regalità è un’investitura giunta dall’alto, i suoi gioielli sono carichi di un simbolismo di difficile interpretazione, poiché bisogna addentrarsi non solo nel linguaggio, e nell’estetica di una cultura lontana da noi geograficamente e storicamente ma perché rappresentano elementi di un insieme che non è possibile ricostruire. Tutto è un enigma dove gli archeologici sono costretti a immaginare e formulare ipotesi per consegnarci realtà incerte, seppur “creative”. Con questa idea ho realizzato le sculture, in primo luogo sono entrata nelle fasi di realizzazione degli orafi sumeri, rilevando la concezione modulare con cui già lavoravano nel 2500 a.C. Un processo di studio estremamente interessante, che mi ha dato accesso ad un modo di pensare e progettare diverso da quello a cui sono abituata. Ho deciso, quindi, di rendere essenziali alcuni degli elementi ricorrenti e di lavorarli in ottone, costruendo delle sculture ed installando alcuni pezzi in dialogo con lo spazio. Le opere evocano formalmente il diadema pur dissociandosi dall’idea di gioiello, aprendo una nuova traccia iconografica ed interpretativa. (7)/(8)

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
Sto lavorando ad un libro di artista in collaborazione con la Fondazione Artphilein, e ad un progetto di mostra collettiva a Berlino dove sono stata invitata nel ruolo di curatrice.

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(1) Cosmic Joy Swept Over, 2012, site specific installation, 600 x 270 cm circa, pigmenti, minerali, spotlight, Mars Mission, Gehacht Kunstraum, Dresda.
(2) Nord, 2008/2012, fotografia b/w, documentazione della performance, 33 x 22,5 cm, stampa inckjet su carta cotone. Geode, solo show, Sala Dogana – Palazzo Ducale, Genova.
(3) Sufyagghé project, 2009, site specific installation, dimensioni ambientali, materiali raccolti lungo le coste della Sardegna, Movimentazioni – Rassegna Interculturale delle Arti e dello Spettacolo, Genova.
(4) Sufyagghé project, 2009, serie di fotografie, 20 x 26,5 cm, documentazione fotografica dei materiali raccolti lungo le coste della Sardegna, Movimentazioni – Rassegna Interculturale delle Arti e dello Spettacolo, Genova. Courtesy Fondazione Artphilein
(5) Lo Zolfo (La Luna), 2008, site specific installation, dimensioni ambientali, nerofumo, opera permanente, Fondazione Spinola Banna per l’Arte, Banna, Poirino.
(6) Hypnero, 2012, site specific installation, dimensioni ambientali, Trilogie des Loches, Kunstverein Neukölln, Kunstraumt27, Berlino
(7)/(8) Nin, 2013, scultura,ottone (lavorazione a sbalzo e martellatura), Dimora Artica, Milano.
(9) Vista dell’allestimento della mostra “UR”, 2013, Dimora Artica, Milano.