[in ambiente*.

Intervista ad Iginio De Luca

di Alessandra Tomasello

 

Luca Caccioni, Alessandro Costanzo, Iginio De Luca,
Flavio Favelli, Anna Guillot, Loredana Longo, Luca Vitone

 

ideazione Anna Guillot

coordinamento Emanuela Nicoletti

*ambiente

Michel Couturier
Alessandro Costanzo
Anna Guillot, Domenico Mennillo
Zygmunt Piotrowski-Noah Warsaw
Ampelio Zappalorto

 

In questa seconda intervista relativa agli autori del progetto espositivo [In ambiente* ideato da Anna Guillot presso lo spazio On the Contemporary  di Catania, parliamo con uno degli artisti più innovativi nella scena del contemporaneo italiano. Eclettico per modus operandi, Iginio De Luca, nato a Formia (LT, 1966) e docente di Decorazione e Installazioni Multimediali all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, esprime la sua poetica in diversificati campi mediali (musica, arte visiva, video, installazione, performance) ed interviene in questo rinnovato ambiente con un dialogo lirico al suo alter-ego Libero De Libero.

L’uso eterogeneo dei linguaggi, una costante nella progettualità e nella metodologia dell’artista, implica una rilettura della realtà, demolita e reinterpretata da nuovi codici espressivi. Rintracciando il cammino di memoria nei suoi blitz, un ibrido tra arte urbana e performance, De Luca richiede con la voce amplificata di un megafono l’interazione con l’ambiente e il pubblico. Viene attuata così la denuncia culturale di uno status quo mediante azioni dal forte impatto visivo, come la proiezione di immagini e scritti in raid notturni o con l’emulazione di finte manifestazioni.

 

“La mia mutazione è una fase di delirio. Sono l’automa e l’ordigno”. Uno dei versi di Libero De Libero declamati durante il video ambientato nelle montagne di Fondi nel settembre del 2018. La parola decantata dal filtro del megafono – megafono esposto quale ready made rettificato nella mostra [in ambiente* – viene restituita alla terra natia del poeta. Si realizza una fusione del doppio animo dell’artista e dello scrittore, quello politico e poetico. Non un grido, ma un’orazione sublime che vuole far risorgere gli ideali in crisi. Come nasce questo lavoro? 

Il video “Sono l’automa e l’ordigno” fa parte di un ciclo di lavori degli ultimi anni ispirati al poeta e critico d’arte Libero De Libero. Il cognome rievoca quello di un personaggio chiave dell’ambiente culturale italiano degli anni ’30 e ’40 che ebbe un ruolo centrale sia come partigiano che come intellettuale, riunendo gli artisti della scuola romana attorno alla galleria “La Cometa” della contessa Pecci Blunt. Zio di mio padre, ogni tanto negli anni ’70, veniva a pranzo da noi: l’aria ispirata e fluttuante, la sigaretta, la voce sgranata e ruvida, gli occhi cerulei intrisi di struggente malinconia. Stipata in quella piccola statura, percepii fin da giovane una potente sensibilità a tal punto che oggi lui incarna la mia doppia anima, quella politica e quella poetica.
Il video in questione non registra una performance altrimenti persa se non documentata, ma si genera come lavoro autonomo costruito e montato su quest’azione. Per empatia genetica e condivisione territoriale, restituisco alla natura e allo spazio circostante le frasi ispirate di De Libero attraverso la mia voce filtrata e distorta da un elemento politico: il megafono. Espando sulle montagne di Fondi la sua poesia che si plasma e atterra sui luoghi familiari che, non a caso, sono anche i miei. Ogni verso declamato è allusivo a una condizione visionaria e sognante dell’uomo ma contemporaneamente fiera e responsabile. Come fossi un moderno Friedrich, mi fondo romanticamente con il paesaggio attraverso un’azione sonora in cui la parola si unisce al vento, all’eco delle montagne e al frusciare degli alberi. Simbolicamente restituisco la memoria del poeta alla sua città d’origine e mi faccio portavoce della sua figura d’intellettuale rivoluzionario, per me costante riferimento etico e lirico.

 

Nel 2016 entra nel tuo repertorio artistico il megafono, sia esso strumento che opera oggettuale. Cosa rappresenta nel tuo immaginario?

Il megafono irrompe nella mia strumentazione creativa nel 2016 appunto, quando compio il blitz “Venghino siori, venghino” ponendo in risalto, attraverso un’azione performativa, alcune scelte maldestre di Cristiana Collu, la direttrice della Galleria Nazionale di Roma. E’ un elemento simbolico che ha vocazioni sociali, storiche e popolari e in quel contesto era particolarmente adatto ad una dimostrazione eclatante e sarcastica che specchiasse pacchianamente la situazione che andavo a colpire. Ha assunto valenze diverse sintetizzando efficacemente le componenti politiche e poetiche della mia ricerca: è divenuto specchiante e ruotante di 180° in una mostra dove lo spettatore si trovava coinvolto e complice in un gioco di ruoli partecipativi; si è arricchito di citazioni ispirate a Libero de Libero che, stampate su un vetro circolare sabbiato, ne ostruivano e modificavano la campana acustica (uno di questi è ora esposto nella mostra a Catania); si è modificato nella sostanza per una performance compiuta nel 2018 nel contesto collettivo di “NoPlace” a Santo Stefano di Magra. In quel caso la mia voce attraversava l’oggetto e ne usciva sublimata, filtrata dal megafono in ceramica, materia a sua volta sublimata dalla cottura della creta.
Questo elemento così semplice e potente riesce a convogliare ultimamente tutte le mie molteplicità, caratteriali e artistiche; affido a un potenziatore tematico la possibilità di essere contemporaneamente profondo e leggero, ironico e feroce, sarcastico e pungente, sfaccettature emozionali del mio stesso io.

 

Il suono ha una posizione centrale nel tuo pensiero artistico e nel tuo fare arte. Una voce, la tua, che si disperde propagandosi tra la vegetazione di Fondi. Le voci, quelle del passato, della memoria sepolta che vengono dissotterrate, fatte vibrare attraverso il tocco quasi voluttuoso delle tue mani in “Le voci di dentro”, installazione sonora site-specific concepita per i Mercati di Traiano durante l’Atelier d’artista di Live Museum Live Change, progetto di Pav e curata da Francesca Guida. Qual è stata la tua percezione a stretto contatto con le vestigia romane? Sembra quasi ricalcassi e riplasmassi la materia, sottraendola all’oblio mediante effetti acustici.

Il senso percettivo e concettuale del mio progetto è stato riassunto in azioni che contemplavano un rapporto intimo con lo spazio, un contatto alternativo che si sottraeva alla vista per generare linguaggi evocativi che negavano l’apparenza. Custode di reperti archeologici, la nicchia sottostante il Mercato di Traiano è stata, nel febbraio di quest’anno, il mio studio di registrazione. Lo sfregamento epidermico e caldo delle mani con le superfici aspre, levigate e corrose di questi frammenti, è divenuto pretesto tattile per creare un archivio sonoro che ha identificato acusticamente ogni blocco di marmo, catalogando in modo sensoriale e immateriale queste presenze storiche. Un vocabolario illogico di voci sommesse, un bisbigliare incomprensibile di frasi, un dialogo surreale tra pietre parlanti che rivendicavano la loro anima e ne reclamavano ancora la vita.  Uno scontro frontale tra la mia esistenza e la natura millenaria del contesto pubblico e politico dei Mercati fatta di uffici amministrativi, di “voci” come pratiche schedate di una burocrazia antica che sedimenta documenti, vite archiviate, timbrate e firmate. Microfoni altamente sensibili, cuffie, amplificatori, casse audio e mixer sono stati gli strumenti tecnici che hanno accolto in modo capillare e fedele tutte le sfumature acustiche prodotte dalla performance a fine residenza. I suoni generati, montati e organizzati come un flusso naturale di eventi, adesso abitano lo stesso spazio servito a crearli in un’installazione immateriale ma, mi auguro, ugualmente suggestiva e coinvolgente.

 

Quale direzione sta prendendo ultimamente la tua indagine? Quali sono le tue prospettive artistiche future e, secondo te, l’arte oggi quale strada deve imboccare per rinascere?

Oggi sono biograficamente e artisticamente qui: tra il lirismo e la cronaca, tra la poesia e la politica nella necessità di sublimare la realtà, metabolizzando i residui, i detriti del quotidiano in possibilità di fuga, slittamenti di senso e salvezze dall’ovvio. Mi piace la sintesi, partire da elementi discontinui, un accumulo d’informazioni collettive e sociali come didascalie eterogenee di un bollettino italiano e raggiungere la massima semplicità: un’immagine, un video, una scritta, un suono, un oggetto. Simboli efficaci di una metabolizzazione estrema, quasi che la fatica e il tempo di esecuzione spariscano di fronte a un lavoro che magicamente si genera da sé per un processo naturale, automatico e necessario. Il senso dei miei lavori è stratificato, a lasagna, perché permette letture multiple a più livelli e a varie intensità: dalle più spicciole e iconiche alle più profonde e criptiche. Lo slancio visionario è alla base di ogni progetto, nell’illusione di creare un interstizio sociale e poetico, inutile o necessario, nella possibilità di dare significato universale a un’idea, a un pensiero inizialmente irrazionale e romantico. Mi piace crederlo. È principalmente una questione di fede.
Il futuro è il mio presente, cerco di viverne pienamente il senso, consapevole che solo il lavoro può porre domande a una vita così illogica e misteriosa.

L’arte non è mai morta, non c’è bisogno di intraprendere nuove strade, ci sono già tutte, basta solcarle.

 

In copertina:

Iginio De Luca

Sono l’automa e l’ordigno, 2019 –

Smalto, pittura lavabile su megafono, vetro sabbiato, cm 40×28 ø cm23.