[in ambiente*.

Intervista a Flavio Favelli

di Alessandra Tomasello

 

Luca Caccioni, Alessandro Costanzo, Iginio De Luca,
Flavio Favelli, Anna Guillot, Loredana Longo, Luca Vitone

 

ideazione Anna Guillot

coordinamento Emanuela Nicoletti

*ambiente

Michel Couturier
Alessandro Costanzo
Anna Guillot, Domenico Mennillo
Zygmunt Piotrowski-Noah Warsaw
Ampelio Zappalorto

 

Protagonista di questa quarta intervista agli autori del progetto espositivo [in ambiente*, ideato da Anna Guillot per lo spazio On the Contemporary di Catania da lei diretto, è Flavio Favelli (FI, 1967). Laureato in Storia Orientale all’Università di Bologna, si avvicina solo in un secondo momento all’arte studiando scultura con Arnaldo Pomodoro e frequentando il corso di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti di Como con Allan Kaprow come visiting professor, divenendo uno tra i più ferventi artisti nella scena del contemporaneo. Numerose le esposizioni personali in prestigiose istituzioni – Xi’anArt Museum, Xi’an (2018); The Delaware Contemporary, Wilmington (2017); La Maison Particulière, Bruxelles (2014); Art Basel Hong Kong (2013); American Academy in Rome (2011, 2010), Tate Modern, Londra (2010); MCA, Chicago (2009); Elgiz Museum of Contemporary Art, Istanbul (2008); Benaki Museum, Atene (2008); La Maison Rouge (2007); Musée d’Art Contemporain de Nîmes (2007); Creative Art Center, Beijing (2006); Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne (2005); Istituto Italiano di Cultura, Los Angeles (2004), solo per citare quelle straniere – Favelli ha partecipato inoltre a due edizioni della Biennale di Venezia (2013, 2003).

L’assemblaggio e la scomposizione di antichi oggetti d’arredo e di uso comune, come cornici, mobili, lampadari, tappeti, lattine, francobolli, sottratti ai contesti dell’ambiente familiare borghese sono una costante nella poetica di Flavio Favelli. I collages, le sculture e le installazioni che ne derivano modificano il significato meramente referenziale dell’oggetto e lo tramutano in elemento altro, annettendo un plusvalore dai tratti iconici di una quotidianità passata e riattualizzata. Ripercorrendo le visioni di una memoria biografica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Favelli restituisce un’identità privata ricondotta in maniera sottesa alla reinterpretazione di una storia collettiva e politica. Opere dall’animo ibrido si ampliano in veri e propri ambienti percorribili che ritraggono una dimensione dall’atmosfera esotica e coinvolgente, dispensatrice di riflessioni su cui si condensa il racconto e l’accumulazione di immagini.

 

Il recupero di vecchi oggetti d’arredo abbandonati rappresenta per te la riappropriazione di un passato personale che richiama al tuo ambiente familiare e borghese. “Evviva il papa” – l’opera da te identificata per la mostra [in ambiente* – mostra che si innesta nel contesto del progetto Rĕlĭquĭae incentrato sul tema del sacro – assurge a simbolo di un’icona contemporanea. Il volto di papa Pio XII, ritratto in un assemblaggio di francobolli a tiratura limitata, diventa il pretesto per evocare una memoria. Puoi parlacene?

L’opera evoca un tempo, una persona, Pio XII, un’idea di anni Trenta, certi santini che giravano in casa, i miei nonni erano, a loro modo, cattolici. Il viso del pontefice, con quegli occhialetti tondi un po’ Gandhi, un po’ Lennon, ma soprattutto da dottore-architetto, mi ha sempre posto dei problemi. Brutta faccia avrebbe detto mia madre se non fosse stato il Papa. Era uno dei tanti francobolli desueti della grande collezione di mio nonno materno. I francobolli del Vaticano mi hanno sempre colpito, cosa c’è di più ambiguo di una rappresentazione del potere marcata da una cifra con valore in uno stato con a capo il vicario di Cristo? Non amo la parola memoria, troppo intrecciata con la società, è troppo impregnata di faccenda collettiva, troppi sentimenti, troppo un passato che non passa. L’artista gioca da solo (semmai è la società poi che mediante le sue opere ne scopre il significato anche di memoria), non è mai letterale, non cerca vie chiare. La memoria serve ai cittadini per non dimenticare le vicende della vita pubblica, per dare un senso all’esistenza della società, l’artista semmai vuole ricordare le sue immagini (che diventano poi pubbliche, ma non per sua precisa volontà). L’artista che cerca la memoria finisce per dare un senso preciso all’arte e commette un pasticcio.

 

Nella tua indagine ricorre in senso reiterante il concetto di “ambiente” declinato in diverse forme. Penso al tuo progetto “Senso 80”, a “Sala d’attesa”, ma per citarne alcuni, ancora “Univers negozio metafisico”, “China Purple” e “Villa”. Quale atto sacro di scomposizione e rigenerazione, i tuoi ambienti danno origine a situazioni altre. Cosa esprime dal tuo punto di vista questo immaginario?

Semplicemente l’ambiente è più grande, è più articolato, confonde i piani e quindi crea diverse questioni. Sono un grande difensore dell’opera bi e tridimensionale, ma spesso spontaneamente si tende a “inquadrare” l’opera, la si imbriglia appena ce l’abbiamo davanti, con schemi e griglie. L’ambiente, essendo giusto più grande, permette di “fare passare”, magari con meno distrazioni, certe brevi esperienze, certe immagini di un “mondo artificiale” che l’artista contrappone a quello che passa il convento. Spesso questi miei ambienti hanno mobilia che vengono a volte letti come “cose vintage”, ma bisogna capire che la gran moda del vintage, la “bellezza” di certi oggetti del recente passato, soprattutto decontestualizzati e riproposti in ambienti diversi (la semplice credenza da cucina anni Quaranta di mia nonna in un ambiente pieno di cose non aveva certo lo stesso effetto della stessa messa in un loft quasi spoglio) per mettere a fuoco le qualità estetiche dell’oggetto, puntano ad un suo consumo visivo superficiale, di “come eravamo” o “di come facevamo bene le cose una volta”, mentre le scelte che faccio tendono a sottolineare il carattere “psicologico” di questi oggetti che io sento e scorgo. Questa situazione, questa sospensione di tempo che cerco di ricreare con questi ambienti, mi riportano ad un momento oltre che personale, paradigmatico: la situazione della casa borghese italiana, un modello globale, universale, il centro del mondo.

 

Raccontiamo, invece, della tua ultima mostra “Profondo oro” negli spazi della sede storica della Gori Tessuti e Casa di Calenzano (Firenze), curata da Pietro Gaglianò. Un grande murale si profila sulla facciata esterna, lucente, così come le installazioni e le sculture. Un oro che abbaglia e ricalca il lusso, ma al contempo inganna, tanto che il materiale dominante non è il metallo prezioso, ma il cartone.

Sarei più per un’interpretazione più “poetica” e legata all’immagine. Voglio dire che scelgo il cartone non perché è povero, ma prima perché è “bello” e solo dopo perché è semplice, reietto e povero. Solo che “bello” non si può dire fino in fondo. E allora dico che “bello” corrisponde (ovviamente) ad una mia idea “visiva”, quando lo vedo lo “nomino” come mia opera, corrisponde all’idea della… mia esistenza e questa cosa ha a che fare con il cosmo della psiche. Se si si facesse un gioco del tipo: “mi rappresenti la sua esistenza” mostrerei questa opera, perché questo fa l’artista. Poi, solo dopo, avviene lo sposalizio fra concetto e forma. Ti sarai accorta che generalmente il lato formale nella mia opera è molto forte, perché questa è stata la mia educazione e questo credo sia la chiave di appartenere in qualche modo ad una vicenda consumata fra Firenze e Bologna. In fondo sono nato nella “Terra dove è nato l’Uomo” come dice una pubblicità e qualche cosa vorrà dire.

 

Quale sarà il tuo prossimo scenario? Da quali riflessioni pensi di ripartire per i tuoi nuovi progetti?

“Scenari” era un progetto a Vicenza che consisteva di prendere via e cambiare il posto alle lettere della insegna neon del “Cinema Corso”, un cinema chiuso da tempo in città di proprietà della Fondazione Roi. Ero stato invitato dalla Biennale del Cortometraggio e la Fondazione ha bocciato il progetto perché non era in tema con il festival. È sempre più forte la pressione di enti e amministrazioni sul fare le cose a tema. Uno dei ruoli dell’arte è cambiare le carte in tavola e questo è importante per una società. Questa è una delle tante esperienze avute nel presentare progetti pubblici. Per risponderti cerco sempre di realizzare delle opere per lo spazio pubblico, da 7 anni che cerco di dare due progetti a Bologna. Recentemente dopo un invito ad una mostra a Treviglio ho proposto un muro esterno dipinto. Per ora mi hanno bocciato il primo progetto perché “non è in tema col luogo”. Vedremo col secondo, è molto dura, ma credo che oggi proporre opere non in tema col luogo e col territorio sia la cosa più interessante e di valore che ci sia. Comunque se mi dicono di no anche per il secondo sarà battaglia.

 

Cosa puoi dirci del tuo rapporto con la scrittura e della tua produzione libraria? Secondo te, qual è il ruolo dell’artista rispetto alla sua posizione sociale? 

Scrivo spesso e volentieri, ho scritto ogni tanto sulla cronaca della città di Bologna perché certe cose bisogna dirle o farle notare. Sostanzialmente la mia posizione sarebbe quella dell’artista non certo vate, ma inserito nella città o nel territorio, una specie di coscienza critica con cui ragionare, mentre è solo tirato fuori quando ha una mostra o una carriera da finire. L’artista, a differenza di altre occupazioni, pensa e vede delle cose che altri non pensano e non vedono e nonostante tutto (tranne casi estremi) è l’unico attore che produce cose senza un piano di mercato, senza una pianificazione e analisi rivolta a semplici bisogni. Nonostante sia molto critico sull’arte pubblica, ho fatto molte opere pubbliche che mi hanno dato tante esperienze interessanti. Penso che l’arte pubblica non sia per il cittadino, ma è l’artista che quando fa un’opera, che nomina come tale con consapevolezza in ambito pubblico, la rende automaticamente pubblica. L’arte per il cittadino è creatività con fini didattici e morali, l’arte dell’artista nello spazio pubblico è una possibilità che ha il cittadino di porsi in maniera finalmente differente nel luogo in cui vive. Certo qualsiasi progetto in ambito pubblico è sempre “aggiustato” prima dagli artisti, poi dalla critica e poi ancora dalla politica e amministrazione facendo diventare l’opera vicina al prodotto confezionato.

 

In copertina:

Flavio Favelli

Evviva il Papa, 2011 Collage di francobolli con cornice 45 x 39 cm, [in ambiente*, On the Contemporary, Catania.

 

 

 

On the Contemporary / KoobookArchive
Rĕlĭquĭae, [in ambiente*
a project by Anna Guillot


video
Alessandro Costanzo
sound design
Ilir Lluka
supervision
Gianluca Lombardo