I’m Gonna Live Anyhow until I Die
Johanna Billing

progetto a cura di Lorenzo Bruni
Inaugurazione sabato, 30 marzo 2013, ore 21

Modica, La Veronica arte contemporanea
02 Aprile – 18 Giugno 2013

La Veronica arte contemporanea Sabato 30 marzo è lieta di presentare la prima mostra  personale in Italia di Johanna Billing dal titolo “I’m Gonna Live Anyhow until I Die” a cura di Lorenzo Bruni. L’opera video, che da il titolo alla mostra, è stata realizzata in occasione del progetto per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino,  co-finanziata dal MAC di Belfast. La mostra inoltre sarà costituita da un disco in vinile prodotto per l’occasione, in cui saranno presenti le  versioni improvvisate delle canzoni Cariocinesi and Mechanics (scritte dal cantautore siciliano Franco Battiato), e arrangiate qui dalla Billing come omaggio a Battiato ed al sul classico concept album Fetus (censurato in Italia perché trattava argomenti controversi, ma anche per l’immagine in copertina: un feto). Il disco contiene tracce audio delle conversazioni durante le riprese a Roma e delle registrazioni in studio a Stoccolma (non incluse nel video finale, ma utilizzate per questo album, come una visione alternativa alla documentazione di questi eventi). Sono presenti anche una serie di disegni realizzati con tempere nere che ricordano le forme di Rorschach,  realizzate dai bambini nel corso di questo “video/azione” e uno slide show dei sopralluoghi fatti nei luoghi di Roma dove è stato girato il video.

I personaggi principali del video “I’m gonna live anyhow until I die” sono cinque bambini che scoprono  strade e zone particolari di Roma, mentre i loro genitori continuano un lungo e ozioso pranzo al ristorante ‘Al biondo Tevere’.1 Dopo una lunga corsa per il parco dell’acquedotto romano, una sosta in un cortile del quartiere popolare degli anni trenta di Testaccio ed una all’idroscalo di Ostia, i bambini finalmente arrivano in una scuola vuota nel centro di Roma in cui il tempo sembra essersi fermato. In questo luogo iniziano ad osservare con stupore e a sperimentare gli oggetti e gli strumenti pedagogici obsoleti che sono stati ammassati nell’aula principale trasformata in deposito. La scena poi si sposta nel corridoio dove, a poco a poco, ogni bambino inizia a comporre figure con pennelli e tempera nera su fogli di carta da disegno piegato a metà, creando macchie simili a quelli del test di Rorschach. Il video è la narrazione di un viaggio intimo o comunque al limite con il sogno da parte di questo gruppo di bambini che “li porta avanti e indietro tra tempi, luoghi e generi, trovando un proprio ritmo autonomo”.

L’artista per realizzare quest’opera video si è confrontata con lo spazio fisico di Roma, ma soprattutto con la sua aura  culturale,  alimentata dal mito della sua storia. Il dialogo inedito che l’artista ha stabilito con il mix di tradizioni della città, ha fatto emergere una particolare attenzione ai riferimenti al cinema del Neorealismo e al concetto di educazione sia in senso pedagogico che rispetto alle tecniche psicoanalitiche sviluppate nel corso del secolo passato. Visitare Roma durante le manifestazioni contro la riforma delle Università nell’autunno 2010 ha portato in maniera spontanea Johanna Billing a concentrarsi su cosa le giovani generazioni possono aspettarsi e possono pretendere dal futuro dopo molti decenni di ideologia populista che ha minato sia il sistema che il ruolo dell’istruzione e della politica. Nel contempo, il lavoro è intriso della vita e morte di Pier Paolo Pasolini, che ha espresso una serie di pensieri sull’Italia, anticipando i cambiamenti sociali e culturali che avrebbero invaso la nazione alla fine degli anni settanta, e parti delle scene nel video sono ambientate nella sua città. Quest’opera video è in qualche modo anche un affettuoso omaggio agli eroi pedagogici come Bruno Munari ed ai suoi laboratori tattili per bambini, così come alla tradizione dei registi italiani degli anni ’40 e ’50, che attraverso il racconto della libertà dei figli di esplorare la loro città, trovavano un modo per riflettere sui cambiamenti storici e sociali in atto.

Come scrive Bruni, nelle note di accompagnamento che riguardano la discussione concitata dei bambini sui quadri che facevano nel corridoi della scuola deserta: “L’album nasce come omaggio alle coincidenze e alle casualità fortuite che le persone devono imparare ad ascoltare e soprattutto a far evolvere[.…] Emergono varie riflessioni tra cui: 1) è una fruizione sonora come quella dei film trasmessi alla radio di inizio secolo; 2) il focus del dialogo è rivolto alla capacità di interpretare dei segni e descriverli trasformandoli in immagini; 3) questa azione avviene in una scuola ma in assenza di maestri e istruttori, e la possibilità di interpretazione avviene a livello democratico tra i bambini e non in maniera solipsistica come avveniva con il metodo delle macchie di Rorschach istituite per ipotizzare le pulsioni nascoste del singolo soggetto.  In questo brano, anche se brevemente, si viene a creare un equilibrio fragile quanto intenso, della possibilità di dialogo verso un’energia comune che i bambini individuano nella capacità di saper immaginare e raccontare, e quindi ‘fare’ in condivisione”.

“Quest’interpretazione diventa ancora più significativa se consideriamo che fu ispirata dalla prima visita dell’artista a Roma nel 2010 e poi la cronaca del 2013, quando è stato prodotto questo disco (pochi giorni prima delle elezioni del nuovo parlamento italiano), in un clima di rassegnazione e disperazione. Il contesto delle nuove occupazioni universitarie che la Billing ha trovato a Roma due anni prima ha richiamato lo scenario culturale della città negli anni Sessanta (evocato dal ristorante “Al Biondo Tevere” e da Ostia) e pertanto questo riattiva non solo la memoria ma anche l’azione collettiva.

Johanna Billing (Jönköping, Svezia, 1973; vive e lavora a Stoccolma) realizza video, con un’enfasi sottile sull’individuo all’interno di una società che sta cambiando. I protagonisti dei suoi video rappresentano se stessi, ma partecipano in situazioni artefatte che oscillano tra documentario e fiction, come l’interpretazione multistrato di un luogo. Negli ultimi anni ha avuto importanti mostre individuali tra cui: I’m Gonna Live Anyhow until I Die, MAC, Belfast (2012); I’m Lost without Your Rhythm, Modern Art Oxford, Moving In, Five Films, Grazer Kunstverein, Graz, (2010); Tiny Movements, ACCA, Melbourne, I’m Lost without Your Rhythm, Camden Art Centre (2009); Taking Turns, Kemper Museum, Kansas City; This Is How We Walk on the Moon, Malmö Konsthall, Malmö (2008); Forever Changes, Museum für Gegenwartskunst, Basilea, Keep on Doing, Dundee Contemporary Arts, Dundee (2007) e Magical World, PS. 1, New York (2006). Ha partecipato in mostre collettive, tra cui la 4a Triennale di Auckland con Last Ride in a Hot Balloon, Auckland (2010); Documenta 12, Kassel (2007); Belief, Biennale di Singapore (2006); la 9a Biennale di Istanbul; la 1a Biennale di Mosca (2005); la 50a Biennale di Venezia (2003). Dal 1998 al 2010 Johanna a gestito la casa discografica “Make it Happen” con il fratello Anders, pubblicando musica ed organizzando performance dal vivo.”

(1) Al Biondo Tevere  è un ristorante frequentato da note figure  della cultura e dove Pasolini consumò la sua ultima cena.