Pittura non pittura: Hermann Bergamelli

Dialogo fra divenire continuo, materia e tonalità cromatiche

Di Marco Laffranchini

 

Si è conclusa il 6 marzo la personale di Hermann Bergamelli (Bergamo, 1990), alla A+B Gallery di BresciaElectro Glide in Bluequesto il titolo della mostra curata da Irene Sofia Comi, è stato un vero e proprio viaggio all’interno della creatività dell’artista in equilibrio fra tessuti, materia e tonalità cromatiche.

Stratificazioni, Immersioni e Compressioni sono le tre serie di lavori presentate, nonché tre parole che racchiudono al loro interno il percorso artistico intrapreso da Hermann in equilibrio tra ritualità caotica e ordine lineare, vero e proprio corpo a corpo con la materia in un continuo divenire, prova e sintesi di un processo tanto empirico quanto fisiologico e personale.

‹‹Alla base della mia ricerca vi è un’idea di gioco priva quasi totalmente di un’accezione ludica, gioco visto come un’opportunità erratica, un ritrovarsi sempre in una prospettiva differente, senza progettualità, evitando pregiudizi e preconcetti formali›› racconta l’artista negli ambienti della galleria.

Nelle Stratificazioni, ognuna composta da circa venticinque metri di fettuccine di tessuto accostate e cucite assieme, vi è un legame molto forte fra gesto e risultato. ‹‹Il lavoro è dichiarato, senza pretese o grandi slanci concettuali, è immediato›› – ci fa notare – sfugge e diventa incontrollabile, connotato dall’assenza di un inquadramento cromatico predeterminato e da profili indefiniti. Ci si trova di fronte a opere in totale divenire, dinamiche, libere, in cui persino il disfacimento del tessuto è casuale, frutto del processo produttivo, creando così una forte connessione con ciò che è la vita stessa.

Nelle Immersioni, esposte nell’altra sala della galleria bresciana, il tessuto vergine, bianco, viene sottoposto a colorazione tramite dei bagni di colore con pigmenti naturali (soprattutto erbe e frutti rossi), aceto, sale grosso ed additivi chimici. È trattato come una tela pittorica. Dopo il primo sfogo cromatico, parti della pezza iniziano a prendere percorsi diversi in termini di colorazione, giungendo a risultati non previsti. ‹‹Ciò che proprio mi fa impazzire è l’idea che si sa quale sia il punto di partenza ma non la meta a cui si giungerà. È puro empirismo›› ci racconta, sottolineando come ‹‹sia semplicemente il gioco a portare al cambiamento tra un tono cromatico e l’altro, da destra a sinistra››. A conclusione del processo i panni con differenti pigmentazioni vengono ricuciti insieme e riuniti su di un telaio ed i colori si allacciano, si rincorrono, costruendo un alfabeto cromatico complesso, che lambisce quasi la dimensione scultorea, cosparso com’è di pieni e di vuoti. Sono delle finestre su complessità volumetriche di cui il lavoro dell’artista ha avuto il controllo solo in parte, ed in ciò si riconosce la stessa spinta, la stessa esigenza presente nelle Stratificazioni, la stessa necessità circolare di apertura alle opportunità, al cambiamento continuo. ‹‹È un processo costruttivo ma senza alcuna idea progettuale e quindi ci si ritrova a confrontarsi con il processo stesso. Ci si viene da chieder ma cosa è successo? ma non lo sai, non vi è risposta. È pittura senza la pittura››. Ed è proprio questa questo fare pittura senza l’atto del dipingere a rendere la sua opera totalmente libera da scelte tecniche e dal peso, per così dire, dell’indottrinamento accademico.

Infine, nelle Compressioni, prodotto dello schiacciamento in una morsa di lembi di pezza tenuti insieme dalla sola pressione esercitata da tale oggetto, vi è dialogo tra la ghisa di cui sono composte le morse e il tessuto leggero che, pressato, assume un peso totalmente diverso, diventando duro e contribuendo a creare un equilibrio ieratico che permea questa serie. In entrambe le sale della galleria le morse, con la loro verticalità, diventano protagoniste di intere pareti. Un oggetto di questo tipo, strettamente legato all’infanzia e al passato dell’artista, possiede una carica scultorea e strutturale che va ad aggiungere un significato intimo e molto personale al complesso dei suoi lavori, anche in chiave dinamica. ‹‹Vi è inizialmente questo primo dialogo corporeo, questo braccio di ferro con la morsa, in quanto si va a comprimere con forza il tessuto e lo si fa manualmente. Prima danza macabra con la morsa. Gli strati di tessuto sono pressati, e basta veramente un attimo, due giri di morsa, e crolla tutto››.

L’emblematico titolo Electro Glide in Blue sottolinea gli elementi comuni alle tre serie di lavori: Electro inteso come processo, Glide come erranza verso un mutevole orizzonte formale in equilibrio tra caos e ordine e In Blue quale elemento misterioso appartenente ad ogni lavoro.

Il continuo mutamento, l’apertura totale e questo scorrere incessante del tempo senza né un inizio né una fine donano alle opere di Hermann un senso di libertà che non è facile ritrovare nella realtà di oggi, sempre più artificiosa, preconfezionata e precostituita, in cui la nostra percezione difficilmente riesce ad essere slegata dalle influenze esterne cui, anche involontariamente, è costantemente sottoposta ogni giorno.

 

Ph: Petro Gilberti e Marco Laffranchini

Courtesy galleria e artista