Intervista a Greg Jager

di Alessandra Tomasello

 

Greg Jager, classe 1982, è un artista visivo con base a Roma. Il suo linguaggio percorre le avanguardie di inizio ‘900 e ne ibrida codici visivi con il contemporaneo. Tra arte, architettura ed antropologia, la sua peculiarità è la costruzione di un linguaggio astratto “liquido” capace di esprimersi sia attraverso grandi dipinti murali in contesti urbani che produzioni in studio. Ha collaborato con numerose istituzioni tra cui il MacRo – Museo d’arte contemporanea di Roma, L’istituto di Italiano di Cultura di Atene e Barcellona, B-Murals – Centro per le Arti Urbane di Barcellona, ha partecipato all’ultima edizione di District13 Art Fair a Parigi, Università Federico II e Inward a Napoli ed ha collaborato con Fendi a Roma e Berlino e con Bombay Sapphyre Gin a Milano.

 

 

 

Iniziamo dalle origini. Com’è nato il tuo percorso artistico?

Non ricordo un momento preciso in cui ho deciso di prendere questa strada. Sono nato e cresciuto in un contesto dove la musica e il disegno sono sempre state discipline molto presenti. Durante la seconda metà degli anni 90 ho iniziato a praticare skate e graffiti writing, come tanti miei coetanei. Queste discipline insieme a tutto il contesto culturale che le circondava, credo abbiano favorito la mia passione per le arti visive. Nel 2000 mi sono iscritto allo IED, sezione arti visive con indirizzo graphic design, da li ho iniziato una carriera nel mondo della comunicazione visiva fino al 2016, quando decisi di intraprendere un percorso che mi desse totale libertà espressiva.

 

Quanto il tuo background è presente nel tuo processo creativo?

Il background fa parte della mia identità: da un lato c’è il mondo del graffiti writing e dello skate che mi hanno insegnato a non pormi limiti e a fare del Do-It-Yourself un vero e proprio stile di vita, dall’altro lato la passione per le arti applicate, il design, l’architettura mi ha dato la possibilità di approfondire il lavoro di grandi maestri del ‘900 a cui devo tanto della mia ricerca. Questo bagaglio mi serve per guardare sempre avanti. Stare sempre un passo oltre la mia comfort zone e rischiare. Questa condizione di continua ricerca crea una tensione molto stimolante.

 

Semanticamente cosa esprime per te il segno visivo? Pura estetica delle forme o realizzazione di un significato?

Il segno visivo è puro alfabeto. È il mio modo di relazionarmi con il mondo. La continua decostruzione e costruzione è contemporaneamente forma pura e interpretazione della realtà. Per capire in profondità il mio lavoro non bisogna fermarsi ad osservare l’opera ma è fondamentale analizzare il contesto, questo vale sia per le opere murali che per i progetti espositivi.

 

L’architettura è un tema centrale nella tua ricerca, come si osserva dai tuoi dipinti murali. Come ti relazioni ad essa e in che misura influenza la tua arte?  

L’architettura è una traccia del tempo in cui viviamo. Ci permette di leggere quello che siamo veramente, da dove veniamo, quali sono le nostre ambizioni e i nostri fallimenti come società.

Prima di realizzare i dipinti architetturali mi piace poter osservare il contesto sociale e ambientale nel quale mi trovo, scoprire qual è il punto di vista migliore, il flusso dei passanti, e come si comporta la luce solare in quel determinato ambiente.

 

Secondo te quale ruolo gioca un intervento di arte pubblica nella fruizione del luogo e nel rapporto con la socialità?

L’arte è per me una forma di attivismo ed un grande gesto di responsabilità. Nel mio caso specifico, la pratica artistica nella sfera pubblica ha l’obiettivo di spingere lo spettatore a porsi delle domande nuove, trascinarlo oltre le proprie certezze e le convinzioni attraverso una significativa modifica del contesto quotidiano.

 

A tal proposito si inserisce bene in questo discorso “Decostruzione Ricostruzione”, realizzato nel quartiere Certosa di Genova fortemente colpito dal crollo del ponte Morandi. Puoi parlarcene?

Il progetto si inserisce nell’ambito del festival On the Wall, nel quartiere di Certosa. Un luogo che ha conosciuto il concetto di lockdown ben prima del Covid-19.

La peculiarità di questo dipinto, realizzato sull’edificio della scuola media Caffaro, è che il punto di vista di fruizione dell’opera non è frontale. La complessa architettura mi ha consentito di giocare con le estrusioni, i ballatoi, balconate e soffitti per creare un dipinto anamorfico. Si può cercare l’esatto punto di vista in strada o divertirsi ad ammirare le aberrazioni del colore senza dover necessariamente trovare un senso compiuto. L’idea è di creare un’opera interattiva che possa rendere il pubblico protagonista.

Quest’opera è una esortazione a superare le difficoltà guardando i problemi da altri punti di vista e trovando soluzioni non convenzionali.

 

Invece le architetture abbandonate cosa rappresentano per te?

La mia città tende ad espandersi in modo centrifugo, lasciando grandi vuoti al centro. Costruzioni abusive, vecchie fabbriche, relitti industriali sono, come dicevo prima, l’evidenza del fallimento del passato. Per me questi luoghi silenziosi e lontani dalla civiltà raccontano una storia, mi consentono di scendere negli abissi di un vecchio mondo che si sgretola. Sto portando avanti un progetto di archiviazione fotografica dei miei interventi in questi luoghi, l’obiettivo è di realizzare un mini progetto editoriale che racconti i vuoti urbani attraverso foto e testi di urbanisti e antropologi.

 

Il tuo lavoro spazia da grandi dipinti murali fino ad arrivare a produzioni più intime come collage, installazioni e dipinti. In tutto questo che rapporto c’è per te tra l’outdoor e l’indoor?

Il rapporto tra strada e studio genera un vortice di informazioni molto stimolante. Dalla strada provengono tensioni, stati emotivi, input visivi che rielaboro in studio. Queste elaborazioni, oltre a dare corpo ad opere plastiche e pittoriche che riflettono sul limite dei propri confini, vengono restituite al loro ambiente di provenienza, la strada, dove assumono una dimensione spesso effimera e fragile. Credo che i due ambienti siano connessi da un doppio filo, lavorare solo in strada o solo in studio sarebbe estremamente noioso.

 

Questo tempo trascorso in isolamento è stato fruttuoso per la tua creatività? Quali sono i lavori che hai realizzato?

Avendo una casa-studio ho trascorso molto tempo a progettare e produrre cose nuove. La condizione di isolamento ha molto influenzato il mio lavoro: ho lavorato con media di fortuna che si sono rivelati in realtà interessanti e mi hanno dato la possibilità di sperimentare nuove possibilità. Sicuramente anche nelle prossime produzioni murali si vedrà la differenza tra il “prima” e il “dopo” quarantena.

 

La molteplicità della tua indagine artistica ti permette di sperimentare diversi media, dallo spray ai colori ad acrilico, ai pastelli. Come cambia il tuo approccio visivo rispetto ad essi?

Sperimento molto e non sono legnato ad un medium in particolare. I media come i supporti sono strumenti diversi che servono ad esprimere concetti e raccontare storie. Mi approccio ai materiali con molta libertà, l’importante è trasmettere il messaggio con coerenza.

 

Spesso il tuo lavoro ti porta all’estero. Quanto hanno inciso le tue esperienze al di fuori del territorio nazionale sul tuo percorso?

I viaggi sono un patrimonio inestimabile. Il confronto con diverse culture è una costante opportunità di crescita sia personale che professionale. Scegliere di fare un percorso come il mio in Italia ti porta a dover sempre intraprendere rapporti con luoghi dove la cultura è una vera e propria industria e genera economie.

 

Se questa è la tua visione come vivi Roma? Che rapporto hai con la tua città?

Il confronto con la mia città è certamente inevitabile. Con Roma ho un rapporto di amore e odio. È una città piena di contraddizioni: molto creativa ma pedestre, laica ma profondamente cattolica, contemporanea in uno scenario antico. I contrasti sono l’identità di Roma e questa cosa un po’ mi affascina.

 

Secondo te, come agiscono i social media e le nuove tecnologie sulla fruizione dell’arte? Durante la pandemia si sono rivelati fondamentali nella creazione di diversi progetti on line. Quanto la frontiera digitale ha trasformato il sistema dell’arte in questo periodo di lockdown? Cosa ne pensi al riguardo?

Le nuove tecnologie, la ricerca scientifica, e le nuove forme di comunicazione influenzano costantemente sia la produzione che la fruizione artistica. Il lockdown, come hai osservato nel tuo recente articolo, ha precluso l’esperienza sensibile dell’arte moltiplicando però gli sguardi ed i ragionamenti intorno all’arte in termini di discussione, mediazione e divulgazione. Questo a mio avviso ha favorito, oltre ad i tantissimi progetti artistici online, il dialogo tra operatori, artisti e pubblico. Sono sicuro che molte di queste pratiche attivate in emergenza hanno già modificato profondamente le nostre abitudini.

 

Parlaci delle tue idee future. Quali sono le tue nuove ispirazioni?

Sto lavorando ai progetti del 2021. La cosa più ispirante sarà tornare tra la gente. L’arte senza pubblico non esiste.

 

In copertina: Metamuseo @ MacRo – Museo d’Arte Contemporanea di Roma – 2018

 

 

 

Grafidinamica – Kinetic Act. 2020. Video installazione – 8 dipinti.