Gero Canalella

Un dialogo con la terra

di Marco Laffranchini

 

A fine Marzo, quando ancora la Lombardia era in piena zona rossa, abbiamo avuto il piacere di svolgere uno studio visit in modalità remota con lo scultore Gero Canalella (Mussomeli CL, 1988),  approfondendo i temi della sua ricerca artistica.

Il suo lavoro, costantemente in bilico fra spiritualità e caducità, fra sacralità e materia, indaga il complesso rapporto uomo-natura in un’epoca in cui la tecnica sembra essere diventata il vero soggetto della storia. Partendo da una riflessione sulla contemporaneità e su ciò che ci circonda, cerca di recuperare, attraverso le sue sculture, una natura cosmologica, primitiva, ma che, allo stesso tempo, può essere vista come materia prima, da utilizzare e plasmare. «Volevo ricreare questa sorta di inquietudine e rassicurazione allo stesso tempo che finisce per conferire alle opere una direzione più aperta, non più soltanto narrazione, ma anche maggiore autonomia, capacità d’espressione dei materiali in sé e per sé, raccontando una storia attraverso ciò che le loro forme possono trasmettere, a prescindere dalle intenzioni di chi le ha realizzate».

Figura ricorrente nei primi lavori di Gero è quella del Pinocchio, contraddistinto dal lungo naso, forma fallica e manifestazione pulsionale che nell’opera dello scultore siciliano si ricollega alle radici del sacro che contraddistingueva le religioni arcaiche, molto più connesse alla natura rispetto a quanto lo sia l’essere umano di oggi.  «La religione nel tempo è stata sicuramente sfondo di tante manifestazioni, tra cui quella sessuale. Volevo cogliere e rappresentare gli stessi scenari propiziatori e di fertilità che caratterizzano le sculture itifalliche appartenenti al neolitico e con le quali si instaura un dialogo silente. Nella sessualizzazione rituale del rapporto con la terra queste opere riprendono antiche pratiche sciamaniche e culti contadini legati alla morte e alla rinascita e ripropongono quelle nozze con la dea terra che l’energia libidica dell’amplesso rende viva.», ci spiega, sottolineando come questo porti ad una rivisitazione della nostra cultura e del nostro bagaglio socio-culturale.  Non è solo un tema ricorrente quello del Pinocchio, di cui l’artista ha realizzato una serie, ma anzi, con il suo naso inizia ad uscire dai confini della scultura e dello spazio andando a conficcarsi nel terreno (Amplesso, 2018 resina poliestere, terra), testimoniando come nei suoi lavori vi sia la sua terra d’origine ed un rapporto profondo, quasi viscerale, con il territorio. Il naso, inoltre, inizia ad attraversare le pareti e lo spazio, creando un’apertura spaziale della forma che sbuca in un altro ambiente, attraversando tutto quanto e trasformando anche l’edificio che la contiene in un elemento vivo (Adrien, 2014 e Amplesso, 2015). La casa diventa un luogo da penetrare e possiede una sua simbologia, collegamento, questo, con le civiltà antiche, pre-industrializzate, per le quali, essa era un elemento da umanizzare, un vero e proprio cosmo, quasi un organismo vivente in cui abitanti e spazio erano in simbiosi fra loro, come già sostenuto dallo storico delle religioni Mircea Eliade (Bucarest, 1907 – Chicago, 1986).

Attraverso la riappropriazione di elementi già presenti nel nostro background, artistico o culturale che sia, Gero mette in atto una sorta di riciclaggio, di riutilizzo. Da Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995) riprende le crettature traendone qualcos’altro, una sua grammatica, un nuovo racconto. «Mi sono riappropriato dell’opera di Burri, come anche, in un certo senso, di quella di Collodi, facendo miei proprio quelli che sono gli elementi appartenenti alla nostra cultura, alla storia dell’arte, ma anche alla fiaba e al rituale, per mescolarli fino a conferigli nuova vita, a rigenerarli», così ci spiega. Il cretto inizia a diventare la pelle stessa del Pinocchio, sul quale, in seguito, vengono a moltiplicarsi i nasi fino a giungere a delle forme organiche più astratte, aliene e primitive, in cui il movimento diventa rilevante. Il colore stesso, questo azzurro opaco, polveroso, fornisce un contributo non indifferente all’aurea mistica ed evanescente delle opere. La scelta di tale colore non è casuale, anzi, porta con sé anche un messaggio intrinseco, quello del cielo e dell’infinito. Da qui le nuvole della serie Cielo basso, caratterizzate da colori tenui, e da una linea organica e sinuosa.

«In questa serie di sculture l’argilla pigmentata si aggrappa e spacca su una superficie in schiuma poliuretanica, opportunamente trattata per far attecchire il materiale. Essa è a sua volta ancorata ad un’armatura in rete metallica e il tutto è reso stabile da una sorta di stampella in alluminio. La nuvola diventa quindi il simbolo di una terra primitiva e densa di sacralità, ma allo stesso tempo pesante, che deve reggersi su di un apparato tecnico e religioso complesso, che finisce inevitabilmente per condizionarla».

Appoggiate al pavimento, queste opere, tanto fragili quanto stabili, si caratterizzano per la sussistenza interna di categorie opposte, quali naturale e artificiale, leggero e pesante, interno ed esterno, ponendoci così in una dimensione in cui sacro e profano si fondono, i contrapposti coincidono e le ambivalenze la fanno da padrone.  Una realtà sempre aperta e in divenire, come la vita stessa.

 

Ph: Gero Canalella. Courtesy l’artista