Behind the mask

Intervista a Filippo La Vaccara

di Alessandra Mazzeppi

 

Con cartapesta e fil di ferro l’artista Filippo La Vaccara mette in scena “People and pizza”, un’onirica realtà, fatta di sentimenti, situazioni comuni e protagonisti mascherati alla ricerca della loro identità.

La rappresentazione che ne da l’artista, in collaborazione con il videomaker Danilo Torre, risuona come una mistificazione pirandelliana in un’altra realtà sospesa che richiama scenografia e manichini dechirichiani o, come suggerito dallo stesso artista, la leggerezza e l’ironia del circo di Calder.

Le musiche a cura di Alessandro Linzitto ci accompagnano per mano attraverso questo sogno rarefatto, in cui ognuno può riflettersi e interrogarsi su quale sia la rappresentazione che offriamo di noi ogni giorno.

 

L’idea nasce dall’esigenza dell’artista di diffondere le proprie sculture in un momento in cui tutto il mondo dell’arte vacillava tra lockdown nazionali e locali, per tale ragione è stato scelto YouTube come vetrina di diffusione, essendo di facile accesso ad un pubblico impossibilitato a recarsi altrove.

Abbiamo intervistato La Vaccara per farci raccontare la genesi del progetto e cosa si cela dietro le sue maschere.

 

 

Come nasce “People and pizza”?

Ho chiesto all’amico e filmaker Danilo Torre di realizzare un docufilm sul mio lavoro per raccontare e mostrare la scultura in un momento in cui era più difficile progettare mostre. Così Torre stesso mi suggerì di realizzare delle sculture, delle teste che si potessero indossare, per animare una serie nota della mia produzione dedicata al ritratto in ceramica.

E credo che abbia avuto proprio ragione!

 

Il corto riporta alla mente le antiche rappresentazioni mute e le maschere stereotipate della commedia dell’arte.
È possibile identificare i personaggi di People and pizza?

La trama del film da me suggerita era molto semplice: un gruppo di amici si ritrovano al parco e uno di loro porta la pizza. C’è anche una scultura in ceramica che rappresenta questo soggetto e ricrea una situazione normale, lontana anni luce da sofisticazioni concettuali o da significati che devono essere spiegati. I personaggi sono ispirati spesso a conoscenti o amici, proprio come per le teste in terracotta.

Torre ha lavorato alle riprese conservando un grosso margine di estemporaneità e con un suo linguaggio peculiare. Siamo stati noi stessi a indossare le teste, scambiandole, e a cercare una relazione tra questi personaggi, anche nella successiva fase di montaggio.

 

Le scene sono tratte da episodi di vita quotidiana e anche senza l’ausilio dei dialoghi è facile percepire ciò che sta accadendo attraverso le movenze dei personaggi. Eppure a volte crediamo che indossando una maschera sia più facile non far trasparire le nostre emozioni. Come sei riuscito a ricreare questo paradosso?

É il potere della ripresa che conferisce ai personaggi, di fatto delle maschere ferme, emozioni e addirittura espressioni. La maschera fa da specchio a un sentimento che costruisce lo spettatore, con la sua sensibilità.
Abbiamo parlato a lungo con Torre di questa capacità delle maschere di nascondere ma al tempo spesso amplificare le emozioni.

 

Perché un personaggio è rimasto senza volto e cosa rappresenta?

Per me si è trattato di realizzare una forma plastica con delle caratteristiche e la presenza di una testa senza volto sottolinea le diverse possibilità della scultura. All’interno del film quella particolare testa da un ulteriore spunto immaginativo a chi guarda.


Insieme al regista Danilo Torre avete optato per una risoluzione video bassa, ci spieghi il motivo di questa scelta?

Torre in genere realizza delle opere video a partire da materiale esistente, come film amatoriali in pellicola Super8 e, più recentemente, cominciando a selezionare materiale in VHS. Conoscendo questo suo lavoro, ho detto che per me il documentario doveva somigliare a un suo film, doveva avere quel sapore di un documento ritrovato, recuperato, collocato in un tempo non proprio preciso, ma vagamente sospeso.

Torre coglie lo spunto per dare alle immagini un sapore vintage, con una risoluzione VHS.

 

Che ruolo ha la musica nel cortometraggio?

Alessandro Linzitto, che ha curato le musiche, ha avuto un ruolo determinante. É riuscito a conferire un sentimento alle scene, mixando musica, suono e rumore, collocando i personaggi all’interno di una dimensione sonora al tempo stesso “pop” e spaesante.

 

Le statue in cartapesta e fil di ferro è il tuo tratto più riconoscitivo, cosa rappresenta per te la maschera?

Convenzionalmente le chiamiamo maschere. Più precisamente le definirei sculture che si sono prestate alla macchina da presa, che hanno riconosciuto l’importanza di animarsi attraverso le immagini in movimento.

Sono un po’ come il circo di Alexander Calder, sculture nate per generare uno spettacolo.

 

Ci sarà un continuo di “People and Pizza”?

Io sono al lavoro con nuove teste…

 

Foto di scena e backstage, ph. Danilo Torre, Mercedes Auteri, Dino Vittimberga, Filippo La Vaccara.