Estratti di ambiguità lucide
Intervista a DROPS sulla potenza dialogica nella progettualità culturale
A Firenze, lo studio di comunicazione e design Almagreal apre un nuovo capitolo con DROPS, progetto culturale variabile, aperiodico e indipendente. Dal lavoro di Giuseppe Lo Cascio, Carlo Bramanti ed Elena Zaghis è emersa l’inevitabile variabilità di rappresentazioni dell’ambiguità, cercando delle chiavi di lettura per decodificarne l’incertezza.
DROPS si configura come uno spazio aperto di confronto su tematiche contemporanee che, in modo trasversale e multidisciplinare, attraversano il design nella sua accezione più ampia. Nato dall’indole creativa e sperimentale di Almagreal, si è articolato in tre appuntamenti, in cui il vernissage di una mostra è stato accompagnato da una conversazione tra l’artista/designer in esposizione e una voce controparte esperta, attiva nel panorama fiorentino. L’idea per questo primo ciclo di incontri è stato l’accostamento controintuitivo di due concetti: Ambiguità lucide manifesta la paradossalità del confronto con i sistematici artifici del reale, con le zone d’ombra che dimorano i nostri meccanismi d’interpretazione e di esperienza.
Ne abbiamo parlato con Giulia Reali, direttrice creativa e strategica dell’agenzia e docente all’ISIA Firenze e Vincenzo Lapiccirella, designer e coordinatore del progetto.
Elisa Perissinotti: Nel vostro lavoro esiste una forte componente di ambiguità, con cui giocate in senso linguistico, in senso strategicamente provocatorio, se non seduttivo. È questo che vi ha ispirato?
Giulia Reali: Decisamente sì. Partiamo però da una constatazione generale: oggi viviamo immersi in una realtà profondamente ambigua. La differenza rispetto al passato è che ne siamo lucidamente consapevoli. Molti mi hanno chiesto cosa intendessi per “ambiguità lucide”: è un argomento che, proprio perché ossimorico, induce le persone a riflettere mettendole davanti a un’evidenza. Secondo noi, non c’era tema più adatto in questo 2025, per affrontarne le urgenze, i significati che emergono attraverso queste due parole.
Vincenzo Lapiccirella: Sì, per me è un paradosso, un tranello costante tentare di definire qualcosa che, per sua natura, sfugge alla definizione. Ma, prima ancora di essere lucida, l’ambiguità diventa anche uno strumento progettuale e il paradosso è utile proprio per sollevare domande. Non abbiamo nemmeno proposto una lettura univoca; piuttosto, abbiamo osservato come Giuseppe (insieme a Martino De Vincenti che ha co-curato il suo intervento), Elena e Carlo, attraverso i loro progetti, si siano confrontati col tema. L’approccio è stato aperto e attivo, mettendo ciascuno nella condizione di compiere un ulteriore passo di riflessione nel proprio progetto. Qualcuno si è smarrito di più, qualcuno di meno, ma il valore del dialogo è proprio questo.
GR: È sorprendente come tutti i partecipanti si siano naturalmente inseriti nel tema senza che ne fossero pienamente consapevoli. Questo rispecchia il vero spirito di DROPS: mettere a terra una curiosità e dare occasione per esplorare altri territori di senso. Tutte e sei le persone coinvolte ci hanno arricchito con nuovi spunti di riflessione, e, allo stesso tempo, DROPS ha portato loro delle evidenze rispetto a quello che era il loro lavoro.
VL: Il punto centrale è offrire uno spazio alle persone. In fondo, il nostro ruolo è quello di facilitare un momento di incontro, individuando chi possa far funzionare il dialogo. Qui nessuno viene per tenere una lecture, anzi, ci si può trovare a vivere anche del “disagio” nel confronto.
GR: Soprattutto l’idea di ritrovare un luogo dove il confronto e il dialogo siano vissuti dal vivo. Avere la possibilità di discutere liberamente, aprire e chiudere argomenti, pensare che chiunque può mettere lì la sua visione. È una forma di ricchezza che si rischia di perdere proprio perché si fanno troppi monologhi, no?
EP: Che ruolo gioca la non-canonicità dello spazio?
GR: Solitamente gli spazi espositivi vengono progettati per valorizzare l’opera presentata e concentrare l’attenzione, riducendo al minimo il contesto. Tuttavia, non sempre è necessario: la scelta di mantenere e inserire interventi artistici nell’ambiente quotidiano dello studio, è stata una sfida. La scommessa è stata dimostrare che, se l’intervento ha davvero qualcosa da comunicare, lo emana e lo esprime a prescindere. Non serve creare un white cube. Anche se intorno ci sono una motocicletta, un calcio balilla o una scrivania Olivetti, l’opera mantiene la sua presenza. Anzi, forse tutto ciò che è nell’ambiente può dargli ancora più forza, renderla più autentica.
VL: Bisogna sottolineare che solo uno dei partecipanti è un artista, mentre gli altri due sono designer. Ciò si riflette nel modo in cui ognuno attribuisce significato allo spazio. L’intento era quello di sperimentare, come nel caso di Carlo ed Elisa che non hanno mai considerato l’idea di esporre le loro opere come lavori artistici veri e propri. Giuseppe, invece, fa arte con cognizione di causa. Si è interrogato seriamente su come intervenire, sui significati che potessero essere trasmessi attraverso questo particolare tipo di esposizione. È stata un’opportunità per generare tensione creativa.
GR: Credo sia una prova di intelligenza creativa accogliere la diversità degli altri. DROPS si sviluppa proprio per stratificazione: inizia con una persona, poi si aggiunge la seconda, poi la terza, e queste differenti espressioni convivono. Questa coesistenza tra approcci è il segno di una nuova generazione di creativi e designer che fanno della flessibilità mentale la loro forza, superando logiche individualiste e sistemi espositivi ormai superati. Oggi, più che mai, serve questa libertà e responsabilità inclusiva, se manca ci si chiude nell’egoismo della propria esperienza.
EP: Vi è stato un principio guida nella selezione dei tre artisti e dei relativi esperti?
VL: L’obiettivo è mantenere il design come lente, cercando di comprenderne i limiti e le possibilità, nonostante non ci sia un limite a chi può prendere parte a DROPS. Infatti, il design ha la sua accezione più ampia.
GR: Anche perché design vuol dire progettualità. Credo che rientri nell’aspetto della forma creativa e performativa più ampia. Il concetto è talmente dilatato e pervasivo che attraversa mondi e categorie diverse. Però si deve imparare a far sì che quei territori siano aperti e ibridabili uno con l’altro.
- DROPS, Ambiguità lucide, Almagreal, Firenze, 2025. Ph Simone Ridi
EP: Visto il riscontro positivo, avete deciso lavorare sulla programmazione del 2026, ci è concessa un’anticipazione sul concept?
GR: Allora, il tema è ancora in fase di definizione. Per il 2026 stiamo pensando di diluire gli appuntamenti, dargli tempi di respiro più larghi. Ci piacerebbe mantenere una modalità dialogica e non settoriale.
VL: Vorrei aggiungere che DROPS è uno spazio aperto a chiunque abbia idee da proporre o cerchi uno spazio per mostrare e raccontare qualcosa. Siamo sempre in ascolto, pronti ad accogliere e supportare nuovi contributi e prospettive all’interno del nostro programma, purché in linea con il percorso che stiamo portando avanti. Drops non vuole essere solo per noi.
In conclusione, i percorsi interpretativi emersi all’interno di DROPS si sono sviluppati come esito diretto di tre conversazioni. Proponendo delle deviazioni consapevoli come strumenti attraverso cui esplorare le potenzialità inattese dell’universo concettuale di tre lavori, si è così affermata la capacità generativa del dialogo. Giuseppe Lo Cascio, confrontandosi con Francesca Bongioanni ha evidenziato la precarietà funzionale delle pratiche di archiviazione e conservazione. L’incontro tra Carlo Bramanti, il suo libro e Simone Paternich ha ricercato i punti di contatto fra le strutture narrative di due sistemi di conoscenza: il design informazionale e il complottismo. Infine, Elena Zaghis e Alessandro Panunzi hanno affrontato le implicazioni narrative dell’impiego di tecnologie generative e, soprattutto, il concetto di intenzionalità e di responsabilità etica legate al loro uso.













