Tute di prossimità per un amore sovraesposto
Da NP ArtLab a Milano, la mostra “Dove brucia la luce” mette in dialogo per la prima volta Matteo Capriotti e Francesca Mirabile in un racconto intimo
Fino al 16 luglio 2026 negli spazi milanesi di NP ArtLab è visitabile la mostra Dove brucia la luce, la doppia personale di Matteo Capriotti e Francesca Mirabile, curata da Federico Montagna. Il progetto espositivo ragiona sull’amore esaminato come un fuoco che arde nel buio, una forza viscerale e totalizzante che si manifesta e si scontra attraverso i linguaggi della pittura, della fotografia e della scultura. Un invito poetico a rallentare e a guardare sotto la superficie.
Appena entrata in galleria, l’impatto con la pittura di Matteo Capriotti mi ha proiettato in una dimensione intima e profonda, lontana da ogni retorica idilliaca o consolatoria. Nei suoi dipinti, l’artista ritrae sé stesso in abbracci ed effusioni carichi di un’emotività irrefrenabile, che sembra quasi voler strabordare dalla tela. Dal fondo scuro emergono piccoli lampi e scintille, ma l’elemento che più mi ha colpito è l’uso di griglie rosse regolari. Questa gabbia geometrica crea un’ambientazione compressa e claustrofobica che, paradossalmente, si affaccia su uno spazio cosmico sconfinato. Proteggere il ricordo di un incontro significa accettarne la parziale cecità, l’impossibilità di trattenerne ogni singolo dettaglio.
Sulle tele di Capriotti, le figure umane sono appena suggerite da segni grafici finissimi e continue sovrapposizioni visive. La luce non proviene solo dall’interno del racconto, ma investe la superficie dall’esterno, espandendosi fino a far quasi scomparire i soggetti. È un’operazione formale che evoca l’estetica delle fotografie “bruciate”. Questa sovraesposizione estrema cancella i dettagli e fissa i contorni su sfondi eterei e monocromatici, facendo sì che il pathos romantico, pur sembrando sul punto di svanire, resista all’oblio del tempo come un ricordo impresso nella memoria. Una scelta visiva potente che trasforma un’autobiografia privata in una riflessione universale.
Se la pittura di Capriotti implode nel privato, l’indagine di Francesca Mirabile si muove sulla memoria collettiva e sulla passione travolgente. Il punto di partenza del suo progetto è la tragica e straordinaria storia d’amore dei vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, vissuta letteralmente sull’orlo del cratere. Nello spazio della galleria NP ArtLab si incontrano sculture realizzate con caschi in ferro uniti a strutture in carta piegate a leporello.
Sono richiami materici agli elmi rudimentali che i due scienziati indossavano per spingersi dentro l’ignoto dei vulcani, dove sono rimasti insieme fino alla morte nel 1991. La dialettica tra la fragilità della carta e la rigidità del ferro diventa metafora di un sentimento che, per resistere, deve dotarsi di una struttura protettiva, anche a costo di sfiorare il pericolo.
A parete, Mirabile presenta tre cofanetti in ferro che tentano di inquadrare e trattenere i frammenti di quella potenza esplosiva, ispirandosi ai materiali fotografici raccolti dai Krafft in oltre vent’anni di attività. Non si tratta di un’operazione nostalgica o d’archivio, ma della testimonianza visiva di un legame inscindibile, dove l’incanto del paesaggio si fonde con la tragedia imminente. Il dialogo orchestrato dal curatore Federico Montagna tra i due artisti funziona per sottrazione, evitando la trappola della banalità. Il fuoco, motore concettuale dell’intera mostra, resta invisibile all’occhio: non lo si vede mai accendersi, ma se ne percepisce il calore persistente. Dove brucia la luce ci ricorda, come un contro-canto necessario nel nostro tempo dominato dal sovraccarico visivo, che l’intensità non coincide con la nitidezza e che l’esperienza dell’altro è sempre un’esperienza d’ombra e di riverbero.












