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Come Pietre

Intervista a Noemi Mirata

 

Il 5 aprile si è svolta all’interno della rigogliosa pineta di Mineo la performance relativa al progetto Come Pietre dell’artista Noemi Mirata (guarda qui lo studio visit). Quest’evento, nella forma di passeggiata partecipata a cura di Francesca Renda, si è posto sin da subito come un percorso dal forte carattere introspettivo, assumendo i tratti di un’autentica processione laica.

Cinque sculture sonore, solidi e ieratici cubi in marmo bianco, hanno scandito il percorso; su di loro una semplice incisione ne individuava il contenuto sonoro, che, invitando implicitamente i fruitori al silenzio e all’ascolto attivo, si è reso strumento d’aggregazione e condivisione intima. Ognuna di queste tappe sonore riproduceva infatti un racconto personale registrato dall’artista durante alcuni colloqui avuti con delle persone anziane all’interno di una casa di riposo, arricchiti, poi, con letture ed interventi ad alta voce. Il risultato, ottenuto anche grazie ad un’ottima curatela, è stato un pellegrinaggio verso le profondità che gradualmente ci ha guidati ad un confronto con noi stessi e la nostra storia.
Abbiamo quindi incontrato l’artista per approfondire quest’ultimo lavoro.

 

Ritratto dell’artista con le sculture(ph. Gloria Carpino)


Qual è la genesi di questo progetto? Come lo collocheresti all’interno della tua ricerca?

Il lavoro nasce nell’estate del 2024 e si lega probabilmente ad un mio percorso personale in cui mi sono confrontata un po’ con me stessa ed il mio passato. Ammetto subito che Mineo, nei miei ricordi di bambina e adolescente, è sempre stato un posto ostile, che, in qualche modo, mi limitava nell’esprimermi. Lo vedevo di certo come piccolo e dalla mentalità ristretta, fatto di pochi abitanti e isolato; era quindi proprio presente questa sensazione di pesantezza, determinata dallo stare in un luogo in cui ti senti un po’ comprimere. A questo punto però della mia vita e, credo, poi anche in ogni persona che migra, si rimettono in discussione le proprie radici…le proprie origini insomma. Di certo era un problema che dovevo sviscerare prima o poi.
Quell’estate è stata il momento per rivedere Mineo con occhi un nuovi.
In quell’occasione ho avuto modo di apprezzarne la lentezza direi: la piccolezza del posto, la vegetazione, semplicemente il profumo, che, in una città come Milano, in qualche modo mi manca, oltre che questo contatto semplice e diretto con la natura… ma anche con le storie che vengono raccontate.
Io, come ha sottolineato Francesca nella fanzine, mi lego molto al tema della morte e credo che sia stata in qualche modo influenzata da questo chiacchiericcio: i miei genitori hanno un’attività commerciale e sin da piccolina ho sentito parlare la gente di morte come di caramelle. Nel senso che è una cosa di cui si parla con molta facilità senza le reticenze che spesso invece questo tabù impone. Questo è un aspetto che apprezzo molto e che credo di aver ritrovato molto sia nel mio percorso personale quanto, poi, nella necessità di avere uno stimolo esterno, che qui, ad esempio, si concretizza nel racconto da parte degli anziani. Nell’elaborazione preliminare del progetto devo dire che ha avuto un ruolo anche un libro che ho trovato nella casa di famiglia, ovvero Mineo-Storie di Pietre e di Uomini. È in pratica un libro fotografico in cui però c’è un testo nel quale viene evidenziata l’importanza della pietra per questo territorio e il suo ruolo costruttivo e caratterizzante. La pietra, in questo senso, si faceva parte di un tutto. Da questo ragionamento sono poi passata al concetto di memoria: la storia singola che si fa in qualche modo storia di tutti noi. È naturalmente stato utile anche per la formulazione estetica del cubo di marmo. Da lì ho poi anche letto Italo Calvino che nei suoi testi ha parlato dell’importanza della pietra.

 

Questi testi hanno avuto poi un ruolo anche nella performance.

Si. Per me c’è sempre una parte teorica che deve stare alla base. Devo informarmi sui concetti, le varie simbologie, l’etimologia ecc. Le letture ad alta voce sono state fatte per evidenziare l’importanza dei testi a cui sia io che Francesca abbiamo fatto riferimento.

 

L’artista e la curatrice Francesca Renda (ph. Gloria Carpino)



Le interviste agli anziani come le hai affrontate? Come si sono posti nei confronti del progetto?

Ho registrato i loro racconti a dicembre dell’anno scorso. Mi sono presentata alla casa di riposo chiedendo semplicemente chi avesse voglia e possibilità di parlare, raccontare la propria storia personale. All’inizio erano un po’ riluttanti ma poi piano piano si sono sciolti, specialmente quando sono iniziate le domande sull’infanzia o sulle persone più care, la madre, il marito, la moglie… l’obiettivo era banalmente riattivare la memoria, innescare il racconto. Da lì poi scaturiva un flusso ininterrotto e ad un certo punto ti trovai anche nella condizione di doverli interrompere.
Devo dire che puntualmente poi tutte le memorie tornavano all’infanzia, ed in questo senso il lavoro ha infatti preso una piega un po’ diversa: non si trattava più solo di ricordi, ma, più specificatamente, di memorie d’infanzia. Tramite questa piccola deviazione devo dire però che mi è stata data anche l’ulteriore possibilità, di cui ho poi capito aver necessità: indagare la me bambina a Mineo.

 

In qualche modo è stata un’occasione per confrontarti con te stessa.

Esatto. È stato un modo per confrontarmi con il mio vissuto, i miei sentimenti, capire meglio la natura del mio legame con questa terra.

 

 

Hai però preferito rielaborare l’audio delle interviste, punteggiandolo ed intervenendo direttamente, fornendo, diciamo, un tuo personale filtro all’ascoltatore.

In pratica ho riascoltato mille volte le registrazioni delle interviste, però, sai, nel raccontare degli anziani ci sono molte ripetizioni e ho quindi preferito dare impotanza ad alcune storie o frasi che ho ritenuto veramente importanti. Successivamente ho trasformato questi tagli in pause e da lì ho deciso di intervenire con la mia voce e quella del mio compagno, così da sottolineare le cose che ritenevo importanti. Direi che questa scelta sia legata anche alla fruizione dell’opera: le pause cadenzano e danno il giusto respiro all’insieme.
Lo stesso è stato fatto sulle sculture. Le parole incise cercano di mettere in risalto l’importanza della storia e della persona cercando però di mantenere una suggestione ampia e universale.
Se era vivo o era morto è il racconto sul fratello di Antonietta e lei effettivamente non sapeva se fosse vivo o morto ed arrivata a quel punto s’interrompe piangendo… Questo fatto, questa emozione, però, in qualche modo, riesce a trasmettersi intimamente e a far parte anche delle nostre storie.

 


La performance invece come si è svolta? Che reazioni hai notato nei partecipanti durante il percorso?

Diciamo che si è fatto un po’ l’inverso di un opening.
Non c’era un foglio di sala iniziale ed ho preferito che le persone vivessero prima l’esperienza. Che poi è anche il mio tipo d’approccio quando visito una mostra, prima preferisco guardare e alla fine leggo. Ovviamente, vista la natura performativa, abbiamo comunque dato qualche minima indicazione prima di inoltrarci nel sentiero. Francesca ha fatto una brevissima introduzione ed io invece ho fatto chiudere gli occhi ai partecipanti e, facendo ascoltare la mia voce, ho dato alcune indicazioni sull’esperienza, sull’approccio all’ascolto delle sculture e cosa avevo indagato della me bambina tramite il confronto con le storie degli anziani. Da lì poi abbiamo iniziato subito questo, diciamo, pellegrinaggio.
Quello che ho notato poi è che c’era un silenzio incredibile… come fosse un’effetiva processione: tutti prestavano molta attenzione all’ascolto, il suono infatti non era forte e necessitava di una certa attenzione e di una certa vicinanza fisica. Credo questo abbia permesso ai partecipanti di ritagliarsi un momento intimo.

 

 

Per la scansione del percoso quale principio hai usato, in che modo il contenuto delle sculture sonore ha guidato questo breve pellegrinaggio?

A livello di contenuto ho iniziato con Biagia, una persona meravigliosa che mi ha raccontato in maniera direi poetica dei suoi amori, del fatto che scriveva e del suo reputarsi ballerina soltanto all’80%. Questo modo di raccontare, secondo me, poteva essere un buon inizio per chi ascoltava. Ho voluto poi proseguire con una voce maschile. Giuseppe rispetto a Biagia direi che è un uomo più terreno. C’è proprio questa differenza: lui parla della sua auto rossa, di un certo senso di rivalsa, del lavoro contadino prima e con gli autobus poi… una vita fatta di sacrifici, di chi non ha fatto le scuole, di chi, come si dice insomma, si è dato da fare. Poi c’è Maria, lei è l’unica che parla interamente in siciliano, ti racconta di storie abbastanza pesanti come la morte del figlio e del marito ma anche della sua l’infanzia vissuta in campagna. Arriviamo quindi ad Antonietta che credo sia la storia più emotiva e commovente. Lei ci parla del fratello andato in guerra e dell’incertezza e dell’angoscia che ha provato. Il suo modo di raccontare è tra l’altro contraddistinto da una lentezza bellissima… racconta le cose in maniera davvero lenta, come per farti entare dentro la storia, di darti il tempo di metabolizzare quello che sta dicendo. La scelta per l’ultima scultura è stata invece dettata anche da un parametro visivo. Mi commuovo ancora di Giovanni già nel titolo è come se chiudesse qualcosa, cioè: io ripenso a tutta la mia vita e pur vedendone in qualche modo la fine continuo a commuovermi, perché, in fondo, mi porto dietro questo grande bagaglio di memorie, del mio vissuto… anche lui è molto lento nell’esprimersi e si commuove parlando della moglie venuta a mancare tempo fa. Ci è sembrato giusto riferirci a quella scritta e ciò che rappresenta per chiudere il ciclo. L’ordine quindi direi che è determinato principalmente da una profondità e un senso di immersione crescente. Anche perché così come ci sono delle pause nella parte sonora dell’esperienza ci sono state delle pause anche nel cammino. Il distacco, la passeggiata tra una scultura e l’altra, diventava una pausa di rilflessione. Questa è stata proprio una scelta di curatela: abbiamo scelto di dare al fruitore una distanza gradualmente maggiore tra una scultura e l’altra. Un modo per ritagliarsi momenti sempre maggiori di silenzio e riflessione… per darsi del tempo insomma. Ecco, credo che questo lavoro, a prescindere dalla memoria e dall’evento in sé, è proprio un concentrarsi sul silenzio, un modo per rallentare e ascoltare, ciò che ci circonda, certo, ma anche se stessi. In questo senso, nella penutilma scultura, quella di Antonietta, abbiamo anche scelto di creare un cerchio intorno; l’idea era creare quasi un momento conviviale, che, pur nell’intimità dell’esperienza unisse tutti in questa circolarità. Circolarità che poi viene a rispecchiari all’interno del progetto: gli anziani alla fine della loro vita tornano bambini parlando della loro infanzia. Sembra scontato ma quando tutte queste cose vanno ricollegandosi è bellissimo, quasi un’epifania.



Ho apprezzato molto questo distanziamento graduale… mi sembra una buona metafora per rappresentare quest’idea dell’andare a fondo alle cose, richiedendo sempre più sforzo, concentrazione, tempo.

Si. Tempo per poter affrontare meglio ciò che verrà dopo, lasciandoci dietro il passato… la performance è stata creta per questo. Sono state raccolte memorie di vita e la vita è sempre rappresentata simbolicamente come una strada e, guarda caso, la strada arrivava poi a Mineo, nel senso che nell’ultima scultura si fa più evidente all’interno del paesaggio la veduta di Mineo; come se Mineo fosse, sì, l’ambiente in cui il lavoro è stato installato, ma, anche, un mio personale ritorno alle radici.

 


In questo lavoro è presente anche un forte contrasto tra la forma cubica delle sculture e la natura che le circonda, ma è anche un lavoro che apparentemente sembra cozzare anche con parte della tua precedente produzione.

Il cu
bo è una forme che contiene e ho creduto fosse la forma adatta a farsi contenitore di storie e memorie. Il marmo invece si lega agilmente all’immagine dell’incorrutibilità e, quindi, della fissità della memoria. C’è naturalmente anche la morte ma, io penso, anche del concetto di casa, che si esprime tanto nella forma conchiusa che nella sua solidità. Certo, un po’ crea un cortocircuito vedere questa forma così rigida in un ambiente così rigoglioso e pieno di vegetazione, però diciamo che questo è un concetto che sta spesso alla base del mio lavoro.
Direi comunque che solo inzialmente ci sia stata una continuità nei materiali e nella ricerca. Di certo è sempre presente l’idea della natura come qualcosa di primordiale e connettivo… ma c’è anche l’inconscio e l’aspetto introspettivo: porsi delle domande su chi siamo, chi sarremo… Questo particolare aspetto direi che si è fatto più presente negli ultimi due anni, in particolare dopo la residenza che ho fatto in Islanda, lì sono stata molto influenza dal contatto con l’acqua.
In effetti mi connetto molto con gli elementi: se prima c’era tanta terra, dopo questa esperienza c’è stata tanta acqua. Credo che ci sia con l’acqua una profondità maggiore che con la terra probabilmente non riuscivo a dare… credo fosse tutto più superficiale.
Memorie Sommerse, una scultura sonora interattiva che ho realizzato l’anno scorso, è abbastanza rappresentativo in questo senso.


Penso che Memorie Sommerse sia un po’ l’altra faccia della medaglia e che questi lavori siano molto legati e, forse, consequenziali. Sicuramente in Memorie Sommerse c’è una maggiore astrazione, probabilmente più solitaria.

Si, credo dialoghino molto bene insieme e sono molto forti entrambi: metallo e marmo, la pesantezza c’è (vuoi o non vuoi). Anche se il rapporto con suono è diverso, entrambi i lavori puntano a sviluppare una sorta di vibrazione in chi partecipa, nel caso di
Memorie Sommerse il fruitore si fa anche attivatore; in Come Pietre c’è solo l’ascolto, per cui è richiesta una qualche forma di attenzione attiva e quindi un richiamo al silenzio.

 

 

Qual è il destino di queste sculture? Pensi di riproporre anche l’aspetto performativo?

Con la curatrice abbiamo parlato molto del futuro. Io penso, e anche lei, che in qualche modo questo evento fatto a Mineo sia solo l’inizio di qualcosa. Già in realtà ci eravamo poste come obiettivo di proseguire. Far viaggiare questo lavoro per noi sarebbe importante. Certo servirebbe comunque uno spazio abbastanza grande per poter proporre un percorso tra le sculture. Intanto stiamo già lavorando ad un videodocumento da proiettare in sede espositiva così da proporne la fase realizzativa e mostrare l’evento svolto a Mineo… perché comunque il lavoro è stato
fatto per Mineo e in relazione con quello specifico posto. Probabilmente eviterei di ripetere l’aspetto performativo… ma non saprei. Forse si potrebbe riproporre trovando il posto e le giuste circostanze.

 

 

 

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