Bitume Project | Intervista a Vincenzo Cascone

la rigenerazione della fabbrica sotto il segno dell’arte urbana

di Alessandra Mazzeppi

 

Nell’ex fabbrica di bitume ragusana “Antonino Ancione” enormi hangar e conteiner industriali dismessi si trasformano, oggi, in macchine del tempo e della memoria con Bitume Industrial Platform of Art, il progetto site-specific nato da FestiWall, il festival di arte urbana che negli ultimi anni ha trasformato il capoluogo ibleo in una galleria d’arte a cielo aperto.

Dalla creatività di oltre 25 artisti tra i più importanti nomi del panorama dell’arte contemporanea, Bitume prende una strada indipendente e pone l’attenzione al ciclo evolutivo dell’industria, attraverso un dialogo tra passato e modernità.

Ogni artista, mediante un processo di esplorazione, studio e indagine, ha successivamente riorganizzato spazio e materia bitumosa secondo il proprio stile e linguaggio, per offrire ai visitatori un’esperienza immersiva e molteplici spunti di riflessione.

Luis Gomez de Teran ripropone il suo Corpus Homini con la ferita nel costato da cui sgorga bitume, rendendo omaggio al sacrificio dei lavoratori. Il siciliano Giovanni Robustelli trae ispirazione dall’arte antica per l’opera Vanitas Vanitatum, rivisitando l’iconografia medievale del “Trionfo della morte” nella versione palermitana. Anche Case Ma’Claim si ispira all’arte del passato con Memento Mori, che ricorda l’omonimo affresco del Masaccio nella basilica di Santa Maria Novella. L’artista tedesco sopra l’immagine della carcassa di un cavallo abbandonato, come Masaccio, scrive: “Io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi anco sarete”, per far riflettere sul destino del cavallo che, parallelamente all’area industriale dismessa, è abbandonato all’ombra dell’evoluzione umana. Greg Jager continua la sua ricerca per il suo personale progetto Dismantle, scomponendo e ricomponendo in maniera futurista, linee e curve in palette con i colori predominanti dell’area.

Coinvolti nel flusso creativo troviamo anche fotografi e scultori, come Gianmarco Antoci che in Voglio Tornare omaggia gli operai della fabbrica realizzando un armadietto che sbuca dal pavimento e un paio di scarpe usurate. Alex Fakso, invece, sperimenta per Bitume uno stile inedito, legando fotografia e graffiti nella sua opera e coniando l’espressione “photograffitism”.

Nell’attesa della riapertura delle porte di Bitume Platform, Vincenzo Cascone, Curatore e Direttore Artistico ci racconta, in questo articolo/intervista, il dietro le quinte del progetto e le previsioni per il futuro.

 

Perché è stata scelta una fabbrica di bitume e cosa vuole comunicare?

FestiWall aveva un intento analitico o se vogliamo politico: attraverso l’arte urbana volevamo stimolare una riflessione sulla speculazione edilizia perpetrata a Ragusa dagli anni ’70 fino ai nostri giorni. Nel tempo, con la complicità di alcune amministrazioni, la cementificazione compulsiva della città ha creato uno sproporzionato concentrato di abitazioni rispetto alla reale necessità residenziale. Per fare un esempio: a Ragusa su una popolazione di 70.000 abitanti ci sono case e palazzi per circa 300.000 persone. L’idea di intervenire con un Festival, scandito da eventi culturali e articolato su diverse aree urbane, voleva offrire uno strumento d’indagine sulle diverse problematiche dei quartieri, sugli spazi di socializzazione mancanti, sui beni comunali abbandonati. FestiWall creava un centro, una sorta di quartier generale che si spostava all’interno della città e attorno al quale si sviluppavano, poi, i cantieri delle opere. In questo modo anche le zone periferiche diventavano, seppur per un breve periodo, il cuore pulsante della comunità.

Nel corso delle cinque edizioni del festival, scavando all’interno dello spazio urbano abbiamo trovato il Bitume, cioè la materia che sta alla base dell’asfalto e che può benissimo rappresentare la città moderna per come la conosciamo adesso. Stavolta, in questo progetto site specific, gli artisti non hanno lavorato in un contesto di pubblica fruizione quotidiana, cioè declinando la loro arte su traiettorie urbane, ma facendo “ricerca pura” su un sito di archeologia industriale, cioè studiando l’area, la Storia e le storie che l’hanno attraversata. In fondo, vogliamo continuare a studiare la città attraverso quella materia primordiale che ne ha cambiato i connotati.

 

Il grandissimo complesso industriale “A. Ancione SPA”, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, ha dato una svolta importante al progresso europeo con la produzione e diffusione del materiale bitumoso. Come è nata la collaborazione con la famiglia Ancione?

Bitume è nato dall’amicizia con Manfredi Ancione, uno dei nipoti dell’imprenditore Antonino che, a partire dal secondo dopoguerra, comprò dalla compagnia Inglese Aveline gli stabilimenti per la frantumazione della roccia asfaltica. Dal 2016 abbiamo iniziato a compiere, con il suo beneplacito e con i residui di vernice che avanzavano dai cantieri, delle incursioni in un’area di circa 150.000 mq, con alcuni degli artisti ospiti di FestiWall. La regola (tacita) era di non pubblicare sui canali di comunicazione i lavori, lasciandoli sedimentare insieme al Bitume, in attesa di raccogliere un adeguato numero di opere. Nel circuito comunque la voce si è sparsa e gradualmente sono arrivati diversi artisti a lasciare un contributo. Ad ognuno raccontavamo della storia di Contrada Tabuna, dei primi piacialuori (i minatori di pietra pece, nome volgare della roccia asfaltica), delle compagnie inglesi che comprarono la concessione dalla regione Sicilia per esportarla in tutto il mondo, di Benito Mussolini che si illuse di poter utilizzare il giacimento per alimentare lo sforzo bellico, della lotta di classe dei lavoratori, insomma di tutta una storia moderna che in fondo può anche essere una storia della materia: da qui il concept.

 

Che impatto ha l’arte urbana sulla società contemporanea?

La trasversalità del progetto non vuole distinguere fra ricercatori universitari, storici o artisti. Cambia la disciplina, ma lo spirito di ricerca resta immutato. Anzi, l’idea di mettere in comunicazione i diversi saperi apre ad infinite possibilità di collaborazione, di narrazioni.

Un caso emblematico è quello di SatOne, che attraverso una ricerca della facoltà di Geologia dell’Università degli studi di Catania ha potuto lavorare sulle immagini al microscopio delle sezioni sottili della roccia asfaltica di contrada Tabuna. L’artista tedesco ha preso spunto da questi incredibili paesaggi naturali, invisibili a occhio nudo, per realizzare la sua opera su un silos di cemento.

Nel concetto di Platform è prioritaria questa idea di collaborazione e scambio fra linguaggi e discipline. Se l’arte urbana si concentra sulla città, offrendo spunti di riflessione sull’immaginario della collettività, gli interventi inseriti in un contesto industriale lavorano su un piano più scientifico, scavano in profondità.

 

Qual è stato l’obiettivo comune durante la prima fase di realizzazione dei lavori che ha dato l’avvio alla rielaborazione e reinterpretazione da parte di ogni artista? Come si sono relazionati con il luogo e tra di loro?

Il principio era che gli artisti fossero totalmente liberi di interagire con lo spazio. Di solito passavano diversi giorni prima di mettere mano agli strumenti. Altre volte hanno lavorato preliminarmente insieme a noi, a distanza, ragionando sul progetto da realizzare, ma in ogni caso, appena arrivati in loco, si sono letteralmente chiusi dentro a esplorare le architetture industriali, ragionando su ulteriori interventi da fare. Realizzavamo le opere privilegiando le ore diurne, essendo l’area sprovvista di energia elettrica, e nel frattempo ragionavamo sul possibile percorso da far compiere agli spettatori. C’è stato il tempo anche per delle belle collaborazioni come quella fra Gomez e Bosoletti che hanno realizzato un’opera sul tema della deposizione.

 

Bitume Platform volge l’attenzione anche all’ambiente e alla sostenibilità, può essere da guida per un’arte sostenibile?

L’arte per sua natura è sostenibile, in questo caso riflette su un modello produttivo che col tempo ha manifestato la sua insostenibilità e ne ha reso palesi le conseguenze ambientali e sociali, penso ai poli industriali di Gela o Priolo e a quello che avranno lasciato una volta dismessi. In sé dei segni di pittura su un silos non possono competere con l’impatto che hanno avuto aree produttive come queste.

L’arte però è imbattibile nell’evocare la storia, nel piegarla ad un piano narrativo trasmettendone la memoria.

Fra le tematiche trattate abbiamo anche affrontato la natura con l’opera di Tellas. In Mimesi l’artista sardo ha omaggiato una delle protagoniste silenziose dell’area industriale: la vegetazione che sta riavvolgendo gli spazi in disuso. Gill Clement parlerebbe di terzo paesaggio, definendo in questo caso l’area Ancione come un contenitore “fondamentale per la conservazione della diversità biologica”.

 

In questo periodo storico particolare, segnato dalla pandemia da Covid-19 e dai decreti che limitano la fruizione degli istituti e luoghi di cultura, che misure ha adottato l’organizzazione e come sta reagendo?

In questa fase abbiamo sospeso le visite. Siamo stati costretti a farlo in virtù delle restrizioni dovute all’emergenza epidemiologica. Abbiamo reso possibile l’evento lavorando per step e gestendo il lavoro degli artisti a porte chiuse, senza pubblico. Uno dei presupposti dell’arte pubblica è quello della possibilità di veder lavorare l’artista dal vivo in tutte le sue fasi. Per Bitume, invece, le visite si sono svolte solo a conclusione dei lavori. Per la fruizione non stavamo riscontrando grossi problemi, visto che l’area è molto ampia ed è quindi semplice creare il distanziamento necessario. Abbiamo tracciato gli spettatori con la prenotazione online, misurato la temperatura all’ingresso, sanificato a ogni turno i caschetti protettivi. Nonostante non ci fosse un rischio di promiscuità, abbiamo preferito allinearci alle restrizioni che il governo ha messo in campo per contenere la diffusione del virus e superare questo difficile momento.

 

Fin qui, ritiene che siano stati raggiunti gli obiettivi e le aspettative iniziali?

Se per obiettivo intendiamo quello di mettere sotto i riflettori un tassello di storia essenziale per avere maggiore consapevolezza di quello che siamo adesso, allora ritengo di sì.

Abbiamo affrontato un rimosso della comunità, rivisitandolo attraverso l’arte contemporanea.

Se invece pensiamo alla possibilità di rendere sistematico il recupero dell’archeologia industriale in una chiave sperimentale, penso che il lavoro da fare sia ancora tanto. Bitume Platform rappresenta un approccio inedito per una riflessione sulla società post industriale e sui resti di un sistema che appare lontanissimo. Il progetto ha ipotizzato che un ciclo industriale, seppur dismesso, possa riattivarsi nel talento espressivo degli artisti coinvolti, nell’eterogeneità degli approcci al contesto.

 

Quali sono le prospettive per il futuro del progetto?

Stiamo organizzando, in collaborazione con la fondazione Federico II di Palermo, una grande mostra di Bitume al Palazzo dei Normanni di Palermo. Il futuro del progetto sta nella sua trasmissibilità.

Nel caso di Palermo far incontrare uno dei luoghi più antichi e importanti del mondo con l’archeologia industriale è molto stimolante. A supporto della mostra è in lavorazione anche un volume che raccoglierà saggi, documentazione e reportage fotografici sia della storia del sito che dell’esperienza fatta con gli artisti.

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