Art

Ballad of the End

Il progetto transdisciplinare di Greg Jager

 

 

Il caos nasconde una potenza sublime. Le macerie della città giacciono lungo margini nascosti come entità dimenticate, decadute, cumuli di realtà suburbane.

La società si aggrega nella determinazione di consuetudini proiettate a edificare incessantemente, a plasmare un organismo tentacolare che cresce, si espande, talvolta implode e ne abbandona alcune tracce, segmenti di spazio abitato. Il ricordo di un passaggio che possa essere perpetuato, tramutato o dissolto? La fine è un nuovo inizio. Danziamo sulle rovine del tempo e della materia.

Uno scenario sulle possibilità dello sviluppo di un’intelligenza collettiva in grado di manipolare i frammenti stratificati di un presente in via di deterioramento è il principio e fondamento del progetto transdisciplinare e partecipativo Ballad of the End dell’artista con base a Roma Greg Jager (1982), che ha presentato lo scorso 22 ottobre a Bologna, nello spazio di via Giuseppe Petroni 22/A per il ciclo Arte negli Spazi Temporanei promosso da Fondazione Rusconi, il III atto dell’operazione performativa ed espositiva, a cura di Hidden Garage.

 

Installation view Ballad of the End, Greg Jager, spazio in via Giuseppe Petroni 22/A Bologna. Per il ciclo Arte negli Spazi Temporanei promosso da Fondazione Rusconi, ph. James Beghelli.

 

Ballad of the End non permette un’incontestabile qualità di identificazione. Per lo più si accosta al concetto di opera aperta, se perfino non superi la stessa linea interpretativa, poichè si modula in svariati scomparti, dilatandosi in un ciclo non solo di azioni performative partecipate, in cui l’artista interpreta il regista e l’attore di un copione corale, ma anche di produzioni visive ed editoriali che fissano i segni degli avvenimenti. Il libro d’artista, realizzato in collaborazione con DITO pubblishing, dal quale sono estratte due fotografie di Martha Micali, la serie di 11 frottage e, per l’occasione, il suono generato dalle sound designer Lorenza Ceregini e Maru Barucco sono i testimoni di un cantiere metafisico, dove l’individuo è chiamato a svolgere il ruolo di agente detonatore in relazione a un’archeologia industriale contemporanea.

L’artista assolve alla funzione di scopritore di reperti architettonici, alcuni mattoni di tufo ritrovati nelle vicinanze del suo atelier, da cui ha avuto avvio la genesi del lavoro, dapprima esperito tra i perimetri della project room Ombrelloni Art Space di Roma, in collaborazione con il curatore Jordi Pallarrès, e successivamente alla Galleria d’Arte Moderna (GAM), nell’ambito della mostra MATERIA NOVA, Roma nuove generazioni a confronto a cura di Massimo Minnini. I primi due atti di un’opera d’arte totale: i corpi degli interpreti si avvolgono alla materia, al masso, sollevano il peso del mondo, proiettano la responsabilità di rinnovamento, del cambiamento anelato, scavano tra le recondite manifestazioni di esistenza, raccolgono assenze.

 

 

Un tappeto di roccia sfracellata sommerge l’ambiente e le pietre dissestate cadenzano il verticalismo della dimensione spaziale, all’interno del quale il pubblico è invitato a lasciarsi trasportare al libero movimento.

Il tufo assurge a dispositivo ed espediente, tramite delle relazioni combinate e imprevedibili costruite dai presenti che compartecipano a un’azione relazionale. Il singolo, spinto dalla propulsione dell’artista, scatena congiunture in un reciproco e tacito accordo attraverso la spaccatura, lo sbriciolamento, l’innalzamento di barriere, i tracciati delle orme e dei segni sul pavimento, nella generazione di un coacervo di rumori e suoni, così da provocare lo sconvolgimento dell’ordine mediante una processualità, che da una parte eleva monumenti, dall’altra scaraventa al suolo intenzioni, gesti di dissacrazione dell’atto appena composto. Un amalgama cinestetico, con l’amplificazione del reboante suono codificato, sovverte in questo modo un equilibrio, che viene disciplinato dal passo e dal trascinamento di chi lo attraversa, registrando una variazione e un mutamento nei quali le forze si autoregolano. La struttura materiale e umana si compenetra e l’interazione stimola il flusso dialettico che modera il sistema, un complesso che svela il suo carattere pregno di un’aurea multisensoriale. L’opera, in fondo, altro non è che l’esemplificazione di un ricorso storico, inserita in un filone contemporaneo che vede nell’artista un antropologo e un archeologo, capace di restituire l’estetica del residuo e del sedimento in vista, e nella speranza, di un futuro profondamente divergente.

 

 

Sulla stessa falsariga e a complemento del progetto, si inseriscono gli 11 frottage che tramutano la solidità e, al contempo, la friabilità della pietra in superficie malleabile su cui l’artista trasferisce i solchi preesistenti, in aggiunta ad altri incisi con la punta di un chiodo, ricontestualizzando e condensando la sostanza della materia.

 

 

Mentre il libro d’artista, realizzato in collaborazione con Martha Micali, Klim Kutsevskyy e i performer Alessandra di Cicco e Marco Aurelio Di Giorgio, si configura come opera altra, medium che, seppure autoreferenziale, traslittera la mobilità della performance. Le foto e il testo sono pensati come elementi a sé stanti, di modo che possano essere spostati, rivalutati dal lettore, partecipatore attivo e mentale della costituzione di un ulteriore stato della forma.

Balland of the End è, dunque, la misura dell’umanità, che tenta di bilanciare costantemente la sua presenza e il suo peso rispetto a un presente che è già passato e a un passato che assomiglia al futuro. Solo la volontà intesa nella sua totalità sistemica e collettiva ha l’opportunità di portare quello stesso peso comune, che incide sulla significanza della realtà.