Un’altra storia | Attitudes_Spazio alle arti

Di Anna Papale

 

Continuiamo la nostra ricerca di spazi indipendenti nuovi, di progetti innovativi e di tutte le idee più recenti nella città di Bologna. Attitudes_Spazio alle arti è una galleria nata recentemente nel centro di una delle vie principali della città (diretta da Viviana Gravano e Isabella Gaffè, Assistenti di Galleria: Paola Menotto e Camilla Mesini, Social Media Manager: Benedetto Puccia). Non l’ennesimo spazio espositivo ma molto di più: siamo stati accolti da una delle fondatrici che ci ha da subito esposto il fitto programma di appuntamenti del loro calendario e soprattutto l’apertura dei loro ambienti a tutte le offerte culturali in grado di esprimere davvero un messaggio ricco di contenuti. A differenza di altri spazi espositivi, Attitudes affianca alla sua funzione centrale commerciale quella di sposare delle cause, di investire tempo e spazio in progetti realizzati ad hoc per le giovani menti e non solo. Si propone come realtà eterogenea, capace di parlare di arte, in tutte le sue declinazioni e diramature verso il cinema, la letteratura, la poesia senza dimenticare la sua matrice impegnata, una voce tra le altre che si esprime in ambito sociale, politico e storico.

Proprio in tale direzione è volta la mostra Un’altra storia, a cura di Viviana Gravano, con le opere di Camilla Casadei Maldini e Luca Capuano. I lavori sono assimilabili a un reportage, peculiare documentazione di un viaggio nella capitale etiope Addis Abeba e altri territori colonizzati in epoca fascista. Il fine, tra gli altri, è di sradicare una memoria insita nella storia italiana, convenzioni e convinzioni forzatamente attaccate alla nostra storia, quella della colonizzazione, principalmente attraverso lo strumento fotografico, generatore non solo di immagini bensì di nuove memorie. La fotografia, da sempre intrappolata nella sua iperoggettivazione, ovvero la capacità mimetica e il rapporto diretto con l’oggetto reale, in questa mostra fa emergere la sua potenzialità eversiva. La proposta innovativa delle opere in mostra giace nel desiderio comune di svelare una storia altra, appunto, di rendere l’oggetto espositivo un palinsesto formato da diverse stratificazioni, ognuna legittima, e conferma della relatività di un racconto, di una storia. Le sfaccettature delle narrazioni ci appartengono e oggi siamo tenuti a rinvigorire certi aspetti non solo attraverso la riesumazione ma anche, e a maggior ragione, a ridare luce a delle vicende poco raccontate, o peggio, raccontate in maniera non aderente alla verità.

La mostra si apre nello spazio più piccolo rispetto a quello che complessivamente forma la galleria che ha la funzione di premessa a tutto il percorso. Qui infatti si tenta di dare una chiave di lettura alle opere in mostra: un marchio che si reitera nei lavori e che funziona da reminder. Gli artisti hanno eletto a loro landmark, quasi anafora nel racconto esposto, il Monumento a 13 scalini: un monumento di singolare e sgraziata bruttezza littoria che celebra la presa della città, poi defascistizzato da Haile Selassie facendo posare sul gradino più alto il leone di Giuda, simbolo della civiltà eritrea. Una chiave di lettura di immagini non più di massa. Esso diventa matrice di un calco che si ripete sulle superfici dei documenti, dei reperti della conquista fascista, ora non più letti come dei trionfi, ma oggetti etnografici inseriti indistintamente nei musei di Addis Abeba o di Roma, a ricordo di una strage fisica e culturale. All’interno della stessa sala troviamo due fotografie, censurate da un vetro opaco, ci si accorge subito che nella fruizione delle immagini qualcosa va storto, così come la manipolazione che ha subito la loro storia: sono interni domestici il cui arredamento è tipicamente italiano sebbene le case che li ospitano si trovino ad Asmara; è possibile intravedere degli scorci se ci spostiamo, dunque se assumiamo una posizione diversa – che sia all’interno della stanza o in termini politici.

La sala che costituirebbe il corpo centrale della mostra, ospita oggetti che richiedono ciascuno di loro una spiegazione dettagliata, per carpirne almeno una parte del valore che sta dietro le molteplici stratificazioni. Se ci fermassimo all’apparenza essi formerebbero la collezione di un appassionato di storia, magari qualche nostalgico; ma se scoviamo il punctum, emergono dei risvolti inaspettati.

L’urgenza della mostra è di rimodulare una storia passata evidentemente distorta in favore di una più verosimile e che rivendichi la memoria dei coloni, gli stessi che paradossalmente non hanno dimenticato l’oppressione e il regime fascista, facendo persistere tutte quelle formel imposte e ormai indelebili nel loro patrimonio culturale e di conseguenza letterario, sociale e visivo. Sarebbe riduttivo far notare quanto essa sia attuale.

 

In copertina: Senza titolo, 2019.