ALCHEMILLA43 | FILIGRANA

Di Anna Papale

 

Lo scorso 9 febbraio 2020 abbiamo con sorpresa scoperto il lavoro e la passione dell’associazione culturale Alchemilla sita presso il meraviglioso palazzo Vizzani, in via Santo Stefano a Bologna. L’occasione è nata dalla presentazione della mostra Filigrana, secondo frutto dell’associazione, da parte del curatore e alla presenza di uno dei tre artisti. “L’associazione – ci spiega Camilla Sanguinetti – nasce da un fortunato incontro tra operatori del settore, tra cui artisti, collezionisti, curatori, che insieme hanno deciso di fare squadra trasformando le sale cinquecentesche e seicentesche della dimora Vizzani-Sanguinetti in luoghi di confronto, scambio e integrazione”, l’obiettivo che si pone è quello di attivare relazioni, creare incontri. Tra i progetti che la nascente associazione ha in programma troviamo l’organizzazione di eventi il cui fine è esplicitamente ed esclusivamente la divulgazione e la fruizione artistica; “una sperimentazione artistica non necessariamente finalizzata a delle mostre ma che serve a portare avanti il percorso dei singoli artisti in virtù di un clima di libertà, sciolto dalle normative commerciali”. L’associazione infatti, non essendo una semplice galleria, ha il vantaggio di ospitare gli artisti, presenti non solo per le residenze già avviate, bensì per coloro che hanno deciso di stabilirsi nelle sale del palazzo per concretizzare e consolidare il proprio percorso, arricchirsi reciprocamente tramite gli eventi previsti. L’idea che regge l’intero concept dell’associazione è di uno spazio ibrido e sempre aperto (al pubblico) e a nuove proposte in grado di conciliare le istanze artistiche contemporanee con le esigenze di contaminazione dell’associazione stessa.

‘Croce’ – probabilmente per una questione specificamente curatoriale tuttavia pienamente stimolante – e ‘delizia’ per il visitatore è la forte connotazione del Palazzo. Artisti e curatori sono infatti invitati ad interrogare le stratificazioni storiche del contesto, il suo passato, un vissuto già formato e allo stesso tempo con desiderio di crescere e svilupparsi in nuove narrazioni. Per la mostra Filigrana, curata da Fulvio Chimento, le sale cinquecentesche diventano generose ospiti e interlocutrici della raffinatezza delle trame di Stefano Arienti, degli scherzi di Maurizio Mercuri e delle nostalgie di Pierpaolo Campanini.

“Il meccanismo della filigrana ci permette di scovare l’anima del lavoro, la quale talvolta coincide con la volontà dell’artista, altre volte la supera” ci racconta Fulvio Chimento mentre ci accompagna lungo il percorso espositivo. Il disvelamento dei lavori avviene solo per delega al visitatore: si è continuamente spinti alla ricerca delle trame custodite o orgogliosamente mostrate, rese vive dalla contemplazione attiva di chi osserva. Nel caso di Stefano Arienti che propone opere inedite, l’ordito viene artigianalmente reso evidente: dai tappeti per il bagno, alle fotografie stampate su tessuto, alle carte dei manifesti, materiali che malgrado si discostino dal loro referente iniziale conquistano grazie anche alle scelte di allestimento inconsuete nuova vita da arazzi, coperte, rivestimenti per sedute.

Pierpaolo Campanini ci mostra il suo iter nelle fasi di sviluppo della mostra, rivelandoci che è stata proprio la libertà tematica offerta dal curatore che gli ha permesso di far emergere le trame del profondo della stessa mostra, le quali trovano adesione nella trama del suo linguaggio fino ad approdare a un segno, riconoscibile. Le sue tele e le sue cornici (modellini come lui le chiama) interrogano l’ambiente in cui sono allestite: la tela senza titolo (olio su tela su fondo a caseina, cm 55×70) raffigura una mano che porge un fiore poiché secondo l’artista la prerogativa di ogni mostra è una forma di offerta; a livello spiccatamente formale, la tela va a coprire un’imperfezione della parete assecondando altresì il bisogno dell’artista di “avere un angolo da girare”, un alcova in cui approfondire il rapporto opera-osservatore. L’artista studiando il trascorso del palazzo, vivifica un tratto recente della sua storia, incorniciando, con il suo modo originale, un’opera di Luca Bertolo già esposta precedentemente.

Infine Maurizio Mercuri si nasconde tra le texture diverse in ogni stanza del palazzo poiché ci inoltra nella filigrana dei lavori come la mostra invita a fare, e quasi ci fa smarrire in una vera e propria caccia alla trama: da una pagina di libro strappata di cui traccia una curiosa filigrana; da un mucchio di polvere degli interstizi del palazzo a un tabloid degli anni Duemila in una credenza della famiglia Vizzani. Instaura con il contesto e l’osservatore un gioco di dispetti, scherzi, ironici tranelli che ora si confondono con le venature del marmo alle pareti, ora con il referente rappresentato e il mobilio pregiato, ora addirittura si prestano a reperti archeologici fake.