Abitare il tempo
Arte, esilio e memoria nella prima retrospettiva italiana di Taysir Batniji
Alla Palazzina dei Giardini Ducali di Modena, Abitare il tempo ripercorre oltre vent’anni di lavoro di Taysir Batniji, intrecciando storia personale e collettiva, fotografia, video e installazione. Una riflessione intensa e mai retorica su identità, diaspora, fragilità dei diritti e resistenza, in cui l’arte diventa spazio di memoria e consapevolezza di fronte all’impossibilità del ritorno.
Il poeta palestinese Mahmoud Darwish ha definito la Palestina come una metafora:
“metafora dell’esilio, della condizione umana, del dolore generato dallo sradicamento e dalla spoliazione”.
Intorno a questi temi si sviluppa anche il lavoro di Taysir Batniji, la cui mostra Abitare il tempo è in corso fino al 15 febbraio 2026 presso la Palazzina dei Giardini Ducali di Modena. Organizzata da Fondazione AGO e curata da Daniele De Luigi, è la prima retrospettiva in Italia dedicata all’artista palestinese.
Batniji nasce a Gaza nel 1966, vive e lavora tra Palestina e Francia finché il blocco dei confini della Striscia di Gaza da parte di Israele gli rende quasi impossibile il ritorno in patria, rendendolo di fatto un esiliato; storia individuale e storia collettiva diventano così inscindibili nella pratica dell’artista, che attraverso una pluralità di media riflette sull’identità e la memoria, sulla distanza e sulle connessioni interrotte, sull’assenza e sul tempo.
Fragilità dei diritti e impossibilità del ritorno
Attraverso un centinaio di opere realizzate durante gli ultimi venti anni, la mostra permette una lettura fluida di un lavoro denso e complesso: già nella prima sala si trovano delle opere che introducono le coordinate e le direttrici di senso a partire dalle quali si svilupperà il percorso.
Di grande impatto è Man does not live on bread alone #2, che riproduce l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani; all’apparenza inciso indelebilmente, il testo è in realtà impresso su sapone di Marsiglia, materiale deperibile che simboleggia la fragilità stessa di tali diritti. Untitled, una riproduzione in vetro di un mazzo di chiavi ormai inutilizzabile, dà invece forma alla condizione di chi non può più fare ritorno, alludendo alla Nakba, l’espropriazione collettiva della terra che nel 1948 fu subita da più di 700.000 palestinesi.
Fotografia come gesto collettivo
Si incontrano in mostra anche diverse opere fotografiche, molte delle quali commissionate dall’artista ad amici o conoscenti rimasti a Gaza, data l’impossibilità di realizzarle personalmente sul campo. Il concetto di autorialità passa così in secondo piano in favore della creazione di una narrazione corale.
La serie Just in Case #2 ne è un esempio: in seguito ai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza dell’ottobre 2023, Batniji si fa inviare da familiari e conoscenti le fotografie delle loro chiavi di casa, accompagnate, laddove possibile, da un breve testo. Il risultato è un racconto collettivo, un documento di esistenza condivisa, a tratti struggente se si pensa che molte delle chiavi fotografate non aprono più alcuna porta, o peggio, che molte delle persone coinvolte non sono più in vita.
Ironia e giochi di parole come invito alla riflessione
Alla densità concettuale ed emotiva del lavoro di Batniji fa da contraltare il registro linguistico: mai retorico, il suo sguardo rimane, per quanto inevitabilmente coinvolto, sempre lucido, persino ironico; i giochi di parole sono spesso usati come titoli delle opere per creare un cortocircuito tra forma e contenuto.
L’esempio più incisivo è probabilmente Tabula Ghaza. Nel tentativo di salvare ciò che è destinato a scomparire, viene esposto il piano usurato di un tavolo recuperato a Gaza nel 2014, accanto a una fotografia dello stesso tavolo scattata dall’artista nove anni prima. Con amara ironia, Batniji altera l’espressione tabula rasa trasformandola in un atto di resistenza alla cancellazione.
Memoria e identità
Un altro tema caro a Batniji è quello della memoria, a sua volta inseparabile dal concetto di identità. Nel video Home Away from Home. The Journey, l’artista traccia la storia della propria famiglia grazie all’incontro con dei cugini emigrati negli Stati Uniti.
Di nuovo, la dimensione privata si intreccia a quella collettiva, dirigendo la riflessione alla diaspora palestinese, alla condizione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa per cercarne un’altra in un luogo che non è il proprio. La memoria diventa spazio condiviso, luogo simbolico di rivendicazione e affermazione in cui storia e identità risultano inscindibili.

Taysir Batniji, Home Away From Home. The Journey, 2017, still da video. Courtesy l’artista e Sfeir-Semler Gallery Beirut/Hamburg.
Abitare il tempo come atto di consapevolezza e resistenza
In una nicchia, poggiata su una piccola mensola, è allestita l’opera che probabilmente condensa l’intero senso della mostra e ne richiama il titolo.
Suspendend time non è altro che una clessidra la cui sabbia non scorre, adagiata sul piano orizzontalmente. Un piccolo gesto sovverte la funzione dell’oggetto, rendendolo metafora di un tempo cristallizzato, della fragilità, dell’attesa.
Abitare il tempo diventa quindi, come sottolinea il curatore De Luigi nel raccontare la mostra, una risposta all’impossibilità di abitare liberamente lo spazio, un atto di resistenza che attraverso l’arte mantiene vivo ciò che rischia di essere cancellato.
“Necessaria” è l’aggettivo più usato, da chi l’ha già visitata, per descrivere Abitare il tempo: una mostra che costringe a confrontarsi con una realtà che non può essere ignorata, che impone una presa di consapevolezza, ricordando inoltre il ruolo e l’importanza dell’arte nella costruzione di una coscienza collettiva. Tutte le informazioni su orari, visite guidate e public program sono disponibili sul sito di Fondazione AGO.










