Torino, l’arte e quello che resta
Un weekend tra ricerca, memoria e responsabilità
Artissima è sempre un’ottima occasione per organizzare un weekend dell’arte e concedersi un giro tra musei, gallerie e studi d’artista. La mia due giorni torinese è stata un attraversamento di ricerche e memorie: da Elena Mazzi a Marisa Merz, da Letizia Battaglia a Song Dong, con la sensazione che l’arte abbia ancora la capacità di mettere in relazione ciò che siamo con ciò che non possiamo permetterci di dimenticare.
Lo studio come luogo di ricerca
La mia due giorni torinese è iniziata con uno studio visit da Elena Mazzi, che per me è sempre una certezza. Ci conosciamo da circa quindici anni e ho seguito l’evoluzione della sua ricerca lungo tutto questo tempo. Visitare il suo studio torinese, confrontarmi con lei sui lavori più recenti, frutto delle residenze in Scandinavia e in Messico, è stato particolarmente stimolante.
Il suo lavoro di mappatura non è mai soltanto una raccolta di dati o una restituzione geografica: è un processo di ricerca, approfondimento e relazione con questioni che sento profondamente mie e del nostro tempo. Credo nel ruolo sociale dell’arte, nella possibilità che abbia di rendere visibili dinamiche che spesso attraversiamo senza riuscire a leggerle fino in fondo.
In questo senso, il confronto con Elena è stato un modo per iniziare il weekend tornando a ciò che considero essenziale:
l’arte come strumento di conoscenza, relazione e responsabilità, non come semplice esercizio estetico.
Marisa Merz, il tempo e un incontro che non dimentico
Alla GAM ho visitato le mostre, ritrovando in Marisa Merz una ricerca delicata, interiore, capace di sottrarsi alle definizioni. La danza delle ore, progetto articolato in tre atti tra GAM, Fondazione Merz e Castello di Rivoli, mi ha restituito proprio questa dimensione: un tempo che non procede in maniera lineare, ma si deposita nelle forme, nei gesti, nella materia.
Alla GAM, il capitolo più intimo e quotidiano della ricerca di Marisa Merz dialoga con la mostra Nell’oltretempo di Giuseppe Caccavale, che mette in relazione gessi e dipinti di paesaggio provenienti dai depositi del museo con una scrittura a spolvero. Una traccia fragile e persistente, che sembra parlare di memoria e trasmissione senza bisogno di trasformarle in monumento.
E tutto questo mi ha riportato a un ricordo che ancora oggi mi fa sorridere e mi scalda il cuore. Era la mia prima Artissima. Arrivata sulla terrazza del Museo del Cinema, dentro la Mole Antonelliana, uscii dall’ascensore e Marisa mi venne incontro salutandomi calorosamente. Ero emozionata e allo stesso tempo, imbarazzata: era evidente che mi stesse confondendo con qualcun’altra. Glielo dissi, ma lei non si scompose. Mi rispose che, comunque, il nostro incontro aveva avuto un senso.
Che amarcord! E forse è proprio questo che mi restituisce la sua ricerca: la capacità di lasciare spazio a ciò che non si può spiegare, di accogliere l’imprevisto e trasformarlo in una relazione.
Al Castello di Rivoli, il percorso prosegue con la ricostruzione di E il naufragar m’è dolce in questo mare, progetto che Marisa Merz presentò nel 1980 alla galleria Tucci Russo e ripropose alla Biennale di Venezia. La mostra si apre inoltre al dialogo con artiste contemporanee, creando una costellazione di voci che non cerca di spiegare Marisa, ma di restituire la vitalità del suo approccio poetico e sperimentale.
Letizia Battaglia: la Sicilia, la cronaca, la resistenza
A CAMERA, la mostra dedicata a Letizia Battaglia è stata così bella e intensa da commuovermi. L’opera 1970-2020, con oltre 200 immagini, ripercorre cinquant’anni di lavoro, attraversando la cronaca, la fotografia sociale e la vita quotidiana. Molti degli anni che racconta non li ho vissuti in prima persona, ma da siciliana conosco bene quei luoghi e quegli uomini. Le sue fotografie mi hanno riportato a una forza che appartiene alla nostra terra: quella di voler cambiare le cose senza demordere.
Quando subisci ingiustizie, quando l’impotenza sembra diventare una condizione quotidiana, può nascere una forza inarrestabile. Oggi la chiamiamo resilienza, ma per me è qualcosa di più: ideali, valori, amore incondizionato e volontà di non abbandonare. Non significa accudire o aspettare che le cose cambino. Significa impegnarsi, costruire, seminare anche nei territori più insidiosi.
Il viaggio e lo scambio non sono una fuga, ma concime. Perché se c’è una cosa che noi siciliani conosciamo bene è la fatica della conquista, insieme alla soddisfazione di raggiungere la meta.
Battaglia ci ricorda anche le condizioni in cui vivevano le donne, soprattutto una donna reporter e madre come lei, e ci ricorda un tempo senza digitale e senza intelligenza artificiale, un tempo che io ho sconosciuto e vissuto. Un tempo in cui l’informazione arrivava ai lettori con l’odore forte della cronaca. Per me significa anche ricordare un giornalismo che non era ancora così indebolito e destabilizzato, e che aveva nella testimonianza diretta una responsabilità difficile da sostituire.
Song Dong: gli oggetti, la memoria, il lutto
Al MAO, Song Dong mi ha fatto riflettere sulla memoria e sul lutto, attraverso la fragilità degli archivi familiari. Soul Out, prima mostra personale italiana dell’artista, coinvolge l’intero museo e mette in dialogo installazioni, fotografie e video di performance con le collezioni permanenti e l’architettura di Palazzo Mazzonis.
Oggetti che per chi li ha vissuti sono carichi di significato, ma che per le generazioni successive possono apparire soltanto contenitori vuoti, usurati, privi di un legame emotivo. Eppure, quei vestiti, quelle scarpe, quei giochi, quei saponi sono un manifesto dell’amore che tiene unite le famiglie. Riaprono cassetti legati a momenti in cui noi e i nostri cari eravamo altro da oggi, ma senza “quegli altri da oggi” non potremmo essere chi siamo nel nostro presente.
È questa la forza della ricerca di Song Dong: non attribuire agli oggetti un valore universale, ma restituire loro la possibilità di custodire una storia carica di valore per uno, priva di senso per un altro. Gli oggetti degli archivi familiari si nutrono di una dicotomia disarmante che vede una generazione attribuire un enorme significato a un significante e la generazione dopo guardare al significante per quello che è nella sua forma. Se la memoria è condivisa, il ricordo no e per tale ragione appare fragile, effimero, persino destinato a scomparire. Ma nel momento in cui viene riconosciuto, torna a parlarci.
Andrea Bowers: il valore di ciò che normalmente scartiamo
Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo mi ha accolto un neon No Missili che già ha predisposto il mio animo all’ascolto. Poi, la mostra di Andrea Bowers, La Ragnatela, mi è piaciuto molto, soprattutto per il lavoro sui cartoni.
I cardboard, realizzati con materiali di recupero, celebrano storie femministe del passato, restituendole a una dimensione concreta, quasi domestica. Il cartone non è soltanto un supporto: è una riflessione sul riuso, sul valore di ciò che viene scartato e sulla possibilità di generare nuovi significati a partire da ciò che già esiste. La materia conserva la propria storia e diventa parte del messaggio.
Accanto a questo nucleo, Bowers presenta lavori dedicati al movimento femminista antinucleare italiano e al Campo delle donne di Comiso, nato nel 1983 contro l’installazione di una base militare NATO e a sostegno del disarmo nucleare. Neon, political ribbons e documenti d’archivio restituiscono visibilità a una storia di lotta collettiva. Ma è soprattutto la capacità di trasformare un materiale povero in un luogo di testimonianza, senza cancellarne la fragilità, ad avermi coinvolta.
La mostra si completa con altri quattro progetti. The Ballad of Sexual Dependency di Nan Goldin, attraverso 126 immagini realizzate tra il 1973 e il 1986, racconta genere, desiderio, relazioni e vulnerabilità, trasformando l’esperienza privata in una testimonianza generazionale. Con Point of Return, Joseph Yaeger lavora sulla memoria delle immagini attraverso fotogrammi cinematografici e sequenze ritrovate, trasformati in dipinti ad acquerello su gesso, dove le crepe della superficie evocano la fragilità e la permanenza del ricordo. Aziza Kadyri, in Choreography of the Latent, intreccia ricamo, tessitura e intelligenza artificiale per affrontare migrazione, sradicamento e identità femminile. Infine, Louis Morlæ, con …Pop.!Crash/(LOON), indaga il futuro e le trasformazioni tecnologiche.
Torno però al cartone di Bowers: come negli archivi familiari di Song Dong, anche qui ciò che rischia di essere dimenticato torna a parlare. Recuperare, riutilizzare e restituire valore a ciò che scartiamo è una forma di responsabilità che attraversa tutto il mio weekend torinese.
Artissima: incontri, ritorni e nuove prospettive
Artissima è sempre una buona occasione per tornare a Torino, non soltanto per la qualità della proposta fieristica, ma per ritrovare artisti, collezionisti e galleristi, approfondire ricerche conosciute e scoprirne di nuove. Non ho dedicato alla fiera uno spazio di approfondimento perché credo che meriterebbe un articolo a sé. Le fiere, quando sono ben pensate, diventano degli esaltanti acceleratori di input: si passa da uno stand all’altro, ci si sofferma, si approfondisce oppure si sfiora una ricerca, anche in base al tempo e al confronto che si riesce ad avere con chi la presenta. E proprio perché le proposte interessanti sono tante, non vorrei ridurle a un elenco, né trasformare queste pagine in un catalogo personale della fiera. Mi interessa piuttosto raccontare quello che Artissima porta con sé e ciò che accade intorno: gli incontri, le conversazioni, il piacere di ritrovare persone con cui condividere pensieri e ricerche, ma anche la possibilità di conoscere nuovi interlocutori e ascoltare punti di vista diversi. Perché una fiera non è soltanto ciò che espone, ma anche ciò che mette in relazione. E spesso sono proprio gli scambi, le idee e le conversazioni a lasciare il segno, ben oltre il tempo della visita.
L’arte, per me, come la scrittura, non ci consegna necessariamente risposte, ma ci restituisce la responsabilità di continuare a cercarle.


















