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Conciliare impermanenze

Una residenza d’arte a Gori-Celle

 

Il progetto espositivo In stato di fluttuazione è stata il frutto del primo ciclo del progetto di residenze per artistǝ e curatorǝ Coabitazioni: arte, paesaggi, comunità, dirette dalla Fondazione Gori-Celle in partenariato con Promo Pa Fondazione e finanziate dal PR FSE+Toscana 2021-2027. Con la direzione di Pietro Gaglianò, l’edizione ha generato incontri e attraversamenti, riflettendo un tempo lungo d’osservazione e di dimora in un più ampio sistema di interdipendenze tra l’antropico e il naturale.

 

Alessia Lastella, Se tu c’hai, tu compri e tu fai. Se un tu c’hai, mangi quel che tu poi, 2016, Rami, erba filata, piante selvatiche, verdure spontanee ©Ilaria Di Biagio.

 

La mostra, curata da Giulia Giacomelli e Lorenzo Vanda, ha riunito le opere di otto artistǝ presso il Pomario della Fattoria di Celle, rigenerando uno spazio caduto in stato di abbandono e assimilandone gli originari principi di cura. Il paesaggio non ha funto da sfondo passivo d’intervento, ma da fonte vitale di conoscenze, temporalità plurali e cicli perpetui di mutamento: un luogo di silenziose risorse etiche e percettive attraverso cui hanno riconosciuto nuovi valori di coesistenza.

 

 

Conversazioni tra costellazioni di senso

Un semplice atto di protezione verso specie vegetali spontanee e commestibili, considerate forme di vita marginali, configura il lavoro di Alessia Lastella (Trani, 1996). Qui, il recinto intrecciato manualmente instaura un labile confine di sopravvivenza, riabilitando la memoria culturale di queste presenze. Non segni d’ingerenza umana, ma tracce di discrete sottrazioni traspaiono sulle sculture di Roberto Orlando (Palermo, 1996), assimilabili a gemme di resine vegetali. Istruzioni per una estrazione – Lacrime dà voce a una sottile metafora doppiamente mitologica e relazionale. In una prospettiva simile, Nicolò Andreatta (Bassano del Grappa, 1990) prende spunto dalle antiche pratiche di gestione idrica della tenuta, vicine a un approccio di ascolto dell’ambiente, per comporre un acquedotto di terracotta che evita coercizioni, lasciando l’acqua fluire tra porosità e deviazioni.

 

 

Il tronco d’albero, organo che compendia simbolicamente sia processi biologici sia di addomesticazione, diventa curiosamente il soggetto delle ricerche di Laura Angela Gelsomini (Brescia, 2001) e Marta Cornacchia (Roma, 1997). In Palingenesi, viene accostato a una struttura in filo di corten che, ossidandosi, ricompone idealmente le radici da cui si è spezzato, diventando un dispositivo di riflessione “sulla possibilità che ogni processo di deterioramento contenga anche una forma di persistenza”. In La fine del mondo, invece, il legno si presenta nella forma di un fossile mineralizzato di una conifera ormai estinta: un elemento di condensazione tra processi di sacralizzazione, geografie e rotte di circolazione delle specie e profonde stratificazioni temporali.

 

Davide Mariani, La solagna è ancora ombrosa, 2026, Scarti in terracotta ©Ilaria Di Biagio.

 

Prossimo alla performance, l’intervento di Davide Mariani (Cagliari, 1998) nasce dalla raccolta di frammenti di terracotta. Attraverso una pratica quotidiana di attraversamento, osservazione e mappatura, diventano strumenti per tracciare una cartografia alternativa, non rappresentativa del territorio: una geografia affettiva, ricomposta e tradotta nel Pomario in un sentiero tanto effimero e irrisolto nella sua fruibilità quanto intimo nella sua genesi.

 

 

Infine, entrambe le artiste Angelica Picco (Milano, 2001) e Silvia Cotugno (Taranto, 1991) hanno riconvertito funzionalità di specifici luoghi a favore di un esercizio di accoglienza sensoriale tutto personale. Da un lato, Dietro gli occhi lontanissimo invita a trovare nell’interno della fontana seicentesca del giardino un “rifugio temporaneo in cui nascondersi e sospendere il rapporto abituale con l’esterno”, arrestando ogni interferenza visiva per aprirsi all’ascolto di un palinsesto sonoro liminale. Dall’altro, ispirandosi alla trattazione della cultura estetica giapponese di Junichiro Tanizaki, Cotugno trasforma la serra in uno spazio di penombre e delicati riverberi di luce. I vetri vengono oscurati con la calce e le vasche diventano un giardino secco, plasmando un equilibrio di stasi contro l’atrofizzazione per eccesso della nostra sensibilità.

 

 

La fluttuazione come postura espositiva

Lungi dal riassumere esaustivamente gli ordini di senso che animano ciascuna opera e in linea con le premesse curatoriali, ho restituito delle personali impressioni di sintonie e accordi entro un ventaglio di possibilità. Come scrive la curatrice: “Ciò che tiene insieme la collezione non è un principio tassonomico, ma una rete mobile di affinità, talvolta impalpabili”. Non un sistema chiuso eretto su gerarchie tematiche, ma una configurazione aperta e mutevole di rapporti che entra in risonanza con il paesaggio, senza che i significati si esauriscano in esso. Coerente con questa lettura elastica, lontana dalla risoluzione, è stata la decisione di destinare l’ambiente della Limonaia alla condizione processuale della residenza. Un insieme eterogeneo di tracce e materiali ha reso così visibili i percorsi di ricerca delle artistǝ, l’essenza transitoria dei presupposti di un’opera.