Di occhi feriti e corpi che bruciano
quando guardare non basta
Alla XX edizione del Premio Artivisive San Fedele di Milano, quattordici artisti si confrontano con il tema della violenza, indagandone le forme più evidenti e quelle che spesso sfuggono al nostro sguardo. Tra le opere in mostra, due mi hanno particolarmente colpito: quelle di Lucrezia Zaffarano ed Eliel David Martínez Julián. Ho voluto incontrarli per approfondire le loro ricerche e capire quali domande pongono a chi li osserva.
Si è appena chiusa, negli spazi della Galleria San Fedele di Milano, la mostra conclusiva della XX edizione del Premio Artivisive San Fedele, quest’anno dedicata a un tema tanto attuale quanto complesso: Il volto della violenza. Quattordici artisti sono stati chiamati a confrontarsi con le molteplici forme attraverso cui la violenza si manifesta, si insinua nelle nostre vite e talvolta, finisce per diventare qualcosa a cui ci abituiamo, quasi senza accorgercene.
Vent’anni di sguardi
Nato vent’anni fa per sostenere la ricerca artistica delle nuove generazioni, il Premio Artivisive San Fedele è diventato nel tempo un’importante occasione di confronto sui temi del presente attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea.
La ventesima edizione, curata da Andrea Dall’Asta SJ insieme a Daniele Astrologo Abadal, Chiara Canali, Stefano Castelli, Matteo Galbiati, Kevin McManus, Gabriele Salvaterra e Matilde Scaramellini, ha coinvolto quattordici artisti (Michele Azzalini, Sofia Bersanelli, Luca Boffi (Alberonero), Paola Cenati, Stefano Ferrari, Eliel David Martinez Julian, Johny Kassis, LBS – Bruno Salvatore Latella, Shuai Paolo Peng, Lucilla Rossi, Maria Sky, Ariel Trettel, Lucrezia Zaffarano, Maria Luisa Zoccoli) chiamati a confrontarsi con il tema della violenza, nelle sue manifestazioni più evidenti come in quelle che attraversano silenziosamente la nostra quotidianità. Le opere in mostra non si limitano a rappresentarla, ma provano a indagarne le origini, a renderne visibili gli aspetti meno riconoscibili e a mettere in discussione il nostro modo di percepirla, spesso condizionato dall’abitudine e dall’indifferenza.
Il Premio Artivisive San Fedele è stato assegnato a Luca Boffi, mentre Eliel David Martinez Julián, uno dei due artisti di cui ho scelto di raccontarvi il lavoro, ha ricevuto il Premio Paolo Rigamonti. A Johny Kassis è stato invece conferito il Martini International Award.
Ho visitato la mostra e tra i lavori esposti due in particolare hanno catturato la mia attenzione, tanto da spingermi a incontrare gli artisti e approfondirne insieme a loro il significato.
Una damina che brucia
Seguo da anni, con interesse, il lavoro di Lucrezia Zaffarano e ritrovo anche in Guardare una donna bruciare quella coerenza di ricerca che attraversa la sua pratica artistica. Assistiamo al lento scioglimento di una damina di cera, una figura minuta che si consuma sotto i nostri occhi. Eppure, la scena sembra lasciarci indifferenti. In fondo è soltanto una candela, un oggetto qualsiasi e quasi dimentichiamo che quella cera ha sembianze umane.
È forse proprio in questa apparente innocenza che si annida il senso più inquietante dell’opera. La violenza di genere, quella che attraversa quotidianamente le nostre vite e che troppo spesso si consuma tra le mura domestiche, in luoghi che immaginiamo protetti, finisce per diventare qualcosa a cui ci abituiamo, fino quasi a non vederla più.
Sullo sfondo sembra riaffiorare anche una memoria lontana, quella di un passato in cui il fuoco diventava strumento di condanna e il corpo femminile il luogo su cui esercitare il giudizio e il potere. Un’immagine che attraversa i secoli e che, pur assumendo forme diverse, conserva ancora oggi qualcosa di riconoscibile.
La damina, del resto, è un soprammobile borghese, un piccolo ornamento da salotto perbene, di quelli in cui tutto sembra rassicurante, dove ogni cosa è al proprio posto e nulla lascia immaginare ciò che può nascondersi dietro un’apparente normalità. È forse proprio in questa dimensione domestica, così familiare e innocua, che l’opera lascia affiorare qualcosa di profondamente inquietante.
Kevin McManus, nel testo che accompagna l’opera, osserva come le statuine siano disposte davanti a un monitor, immobili spettatrici del lento consumarsi di una di loro. La nostra reazione, suggerisce il curatore, non è poi così diversa dalla loro: un arresto empatico, ma muto. Ed è in questo silenzio, forse, che il lavoro di Zaffarano trova la sua forza. Nel video l’artista registra per ore lo scioglimento della figura, costringendoci a sostare davanti a una violenza che si compie lentamente, sotto i nostri occhi, mentre noi continuiamo a guardare.
Un occhio rosso di sangue, una lettera
Tra le altre opere esposte mi ha colpito anche Second Chances di Di Eliel David Martínez Julián, un’opera al cui centro troviamo un grande autoritratto con un occhio segnato dal rosso del sangue. Nato a Oaxaca, in Messico, Eliel porta avanti una ricerca che attraversa la pittura e le pratiche dell’arte relazionale, dando vita anche ad happening in cui il cibo diventa occasione di incontro e condivisione. Ma cosa ha a che fare tutto questo con quell’occhio ferito?
Nel marzo scorso, poco prima della fase residenziale del premio, mentre si trovava alla stazione di Ferrara, Eliel è stato aggredito da una baby gang che lo ha colpito al volto con un oggetto metallico. «Ti è mancato un centimetro per perdere l’occhio», gli hanno detto al pronto soccorso oculistico. Dopo le cure e la denuncia, però, Eliel ha sentito il bisogno di fare qualcosa di più. Così ha deciso di scrivere ai suoi aggressori, nel frattempo identificati, invitandoli a cucinare insieme a lui per persone che vivono situazioni di difficoltà.
Un gesto semplice, quasi disarmante, che prova a trasformare un’esperienza di violenza in una possibilità di incontro. Come osserva la curatrice Matilde Scaramellini nel testo che accompagna l’opera, non si tratta di cercare una riconciliazione o di offrire il perdono come risarcimento morale, ma di immaginare una relazione diversa, attraverso un’azione concreta. Del resto, nella ricerca di Eliel il cibo è già uno strumento capace di avvicinare le persone e cucinare insieme significa condividere un tempo, anche soltanto quello necessario a preparare un pasto.
Nessuno, almeno per il momento, ha risposto a quell’invito, ma mi piace pensare che quelle parole abbiano comunque lasciato una traccia. Forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’opera: non la pretesa di risolvere qualcosa, ma la possibilità di immaginare una risposta diversa, laddove sembrava esserci spazio soltanto per il rancore.
Second Chances mi ha profondamente commosso perché l’arte non è soltanto uno spazio di riflessione, ma può diventare una chiamata all’azione, un modo concreto di intervenire nella realtà e provare a modificarla. L’occhio ferito rimane lì, ben visibile, a ricordarci ciò che è accaduto, ma non è più soltanto la testimonianza di una violenza subita. Diventa il punto di partenza per qualcosa che ancora non sappiamo se accadrà.
Ho voluto incontrare Eliel per ringraziarlo personalmente. Perché davanti alla violenza ha scelto di non rispondere con altra violenza, ma con un gesto di una bellezza rara, che va ben oltre ogni facile retorica sul perdono. E credo che l’arte, qualche volta, debba avere anche questo coraggio.

Eliel David Martínez Julián, “Second Chances”, Vista d’insieme dell’opera: teca con materiali vari, dipinto, lettera.
Sono uscito dalla galleria con una convinzione: guardare non basta. Da una parte una piccola figura di cera si consuma lentamente sotto gli occhi indifferenti di chi assiste, dall’altra un occhio ferito diventa il punto di partenza per immaginare una risposta diversa alla violenza. Due opere apparentemente lontane, ma legate da una stessa domanda: cosa scegliamo di fare davanti al dolore degli altri? Zaffarano ci mette di fronte alla nostra immobilità, Eliel ci mostra la possibilità di superarla. Ed è forse proprio qui che l’arte trova uno dei suoi significati più profondi: non soltanto insegnarci a guardare, ma ricordarci che possiamo scegliere di non restare immobili.

















