SOLE IN VIRGO
Tra Cielo e Pietra: Il Viaggio Simbolico di Elisa Seitzinger sui Tetti di Milano
Tra la maestosità in ferro e vetro della Galleria Vittorio Emanuele II, l’arte contemporanea incontra il linguaggio ancestrale dell’esoterismo. Con la mostra “Sole in Virgo”, Elisa Seitzinger porta l’universo dei tarocchi e dello zodiaco in una dimensione sospesa, trasformando il camminamento sui tetti milanesi in un vero e proprio percorso di ascensione simbolica. Le sue opere rievocano una tradizione visiva radicata nella storia lombarda proiettandola nel presente. In questa intervista, l’artista ci guida dietro le quinte del suo universo iconografico raccontando il legame tra spazio e archetipi celesti.
Settembre è da sempre, per me, il mese dei nuovi inizi. Sin da quando andavo a scuola, questo periodo segnava l’inizio di un nuovo anno, una sorta di capodanno personale. Mi preparavo pulendo lo zaino, comprando una nuova agenda e scegliendo penne colorate con cui riempire l’astuccio. Infine, come ultimo e immancabile rituale, leggevo l’oroscopo. Speravo che gli astri, come un antico oracolo, mi anticipassero le sorprese che il futuro aveva in serbo per me. Ancora oggi, ritrovandomi dall’altra parte della cattedra come insegnante, questi rituali sono più vivi che mai. Così, crescendo, ho iniziato a subire il fascino correlato del mondo dei tarocchi e la nuova mostra di Elisa Seitzinger mi è sembrata una coincidenza ancestrale con quello che per me si identifica come un nuovo inizio di anno.
Milano è, per definizione storica, la culla dei Tarocchi. È qui che nel Quattrocento, tra le corti principesche dei Visconti e degli Sforza, sono nati alcuni dei mazzi dipinti più antichi giunti fino a noi, come il celebre mazzo Visconti di Modrone o il Colleoni-Baglioni. Carte nate non per scopi esoterici ma come simboli di prestigio politico e intrise di ritratti nobiliari, con dettagli in foglia d’oro e un’eleganza tardo-gotica senza tempo. A distanza di sei secoli, Elisa Seitzinger raccoglie questa eredità lombarda e la trasporta nel contemporaneo attraverso il progetto “Sole in Virgo”, a cura di Flavio di Renzo, allestito presso la “sala degli orologi” della Galleria Vittorio Emanuele II, offrendo una lettura inedita del rapporto tra la città, il cielo e il destino. Nelle opere dell’artista la memoria visiva delle corti rinascimentali non viene semplicemente citata ma riletta. La rigida preziosità delle miniature viscontee si trasforma in un linguaggio grafico deciso e bidimensionale, dove il sacro, il profano e la simbologia alchemica convivono. Guardare le illustrazioni della Seitzinger significa assistere a un cortocircuito temporale unico, in cui le sagome ieratiche del Rinascimento milanese ritrovano nuova vita attraverso un tratto a china moderno ed intriso di un nuovo simbolismo.
Di che segno è la Galleria Vittorio Emanuele II? Da questa domanda, semplice e suggestiva, prende vita la mostra. Inaugurato il 15 settembre 1867, il monumento nasce sotto il segno della Vergine, archetipo di ordine, misura e armonia tra funzionalità ed estetica.
Il titolo “Sole in Virgo” richiama il passaggio astrologico del Sole nel pianeta della Vergine. In che modo questa vibrazione zodiacale ha guidato la scelta e la creazione delle opere in mostra?
L’idea nasce dal fatto che la Galleria Vittorio Emanuele II è stata inaugurata il 15 settembre 1867, sotto il segno della Vergine. Ma l’aspetto che più m’interessa è il modo in cui i simboli astrologici continuano a funzionare come dispositivi poetici. La Vergine porta con sé un’idea di precisione, di discernimento, di attenzione al dettaglio, ma anche una dimensione ambivalente: è una figura legata alla terra, alla materia, al lavoro minuzioso, e contemporaneamente a qualcosa di intatto, quasi irraggiungibile.
Questa tensione mi interessa molto. Nel mio lavoro l’immagine nasce spesso proprio dall’accostamento di elementi apparentemente inconciliabili: il sacro e il profano, l’antico e il contemporaneo, il decorativo e il perturbante. “Sole in Virgo” mi sembrava quindi un titolo capace di evocare non tanto un tema da illustrare, quanto una particolare disposizione dello sguardo: guardare da vicino, cercare ordine nel caos, ma anche scoprire che ogni ordine contiene sempre una parte enigmatica.
L’esposizione costituisce un’esperienza immersiva per il pubblico dove i temi dello zodiaco diventano pretesto per riflessioni più profonde sul rapporto tra l’individuo, la città e il destino. Il percorso espositivo invita il visitatore a riconoscersi nei simboli e nel tempo: un itinerario che, partendo dai tetti di Milano, offre uno sguardo sul mistero universale che accomuna ognuno di noi.
I tetti della Galleria Vittorio Emanuele II rappresentano un luogo sospeso tra l’architettura storica e il cielo di Milano. Come ha influito l’allestimento in una cornice così suggestiva sul percorso visivo dedicato ai tarocchi e allo zodiaco?
È stato interessante lavorare in un luogo che possiede già una propria stratificazione simbolica. La Galleria è un’architettura fortemente teatrale, quasi una macchina scenica: sotto la sua volta si incontrano commercio, turismo, storia, desiderio, rappresentazione. Poi si passa nella stanza dell’orologio, un luogo a cui mi sento profondamente connessa. Dopotutto, il tempo è una dimensione centrale nella vita di tutti, e il pensiero che tutti gli orologi pubblici di Milano fossero una volta regolati da quella stanza mi sembra profondamente risonante. E sopra tutto questo c’è il cielo.
Portare lì i tarocchi e lo zodiaco significa, in qualche modo, rimettere in circolo delle immagini nate per orientare lo sguardo e interrogare l’invisibile come nelle antiche corti affrescate rinascimentali. Mi piace l’idea che le opere non siano semplicemente appese a una parete, ma entrino in relazione con l’architettura e il cielo reale di Milano.
Il suo stile unisce arte medievale, incisioni rinascimentali e simbolismo esoterico in un linguaggio grafico moderno. Come riesce a far dialogare la storia millenaria dei tarocchi con il mondo di oggi?
Credo che il punto sia non trattare il passato come qualcosa di morto. Le immagini antiche sono tutt’altro che immobili: continuano a essere significative in maniera più o meno stabile a seconda di chi le guarda e del momento storico in cui vengono riattivate.
Mi interessa molto lavorare con un patrimonio iconografico che esiste già, come farebbe un DJ con dei campionamenti. Prendo figure, attributi, posture, animali, elementi ornamentali e li ricombino in modo da far emergere nuove associazioni. La citazione dell’antico, quindi, non è per me un esercizio filologico, ma una forma di trasformazione.
I tarocchi, in questo senso, sono straordinariamente contemporanei. Parlano per archetipi, per immagini condensate, e non hanno bisogno di spiegare tutto. In un’epoca sommersa dalle immagini, trovo molto potente un’immagine che invece di dare una risposta immediata apre una domanda.
Tra le tante carte e figure zodiacali in mostra, ce n’è una in particolare: l’Arcano del Sole. Quale significato ha per lei questa figura?
Il Sole è una carta che amo proprio per la sua apparente semplicità. È una figura luminosa, vitale, espansiva, ma nel linguaggio dei tarocchi la luce non significa necessariamente assenza di ombra. Anzi, ciò che viene illuminato diventa finalmente visibile, e quindi anche interrogabile.
Mi interessa il Sole come simbolo di rivelazione. È una luce che mette a nudo, che rende le cose manifeste. E c’è qualcosa di molto contemporaneo in questo: siamo continuamente esposti alla luce, alle immagini, alla visibilità, eppure vedere davvero è un’altra cosa.
Inoltre il Sole ha una dimensione quasi fisica, corporea. Non è un’idea astratta: è calore, energia, vita. Mi piace pensarlo come un principio generativo, una forza che permette alle immagini di emergere.
Nelle sue opere la figura femminile è spesso centrale, sacrale e potente, capace di scardinare l’iconografia tradizionale per farsi veicolo di un nuovo simbolismo. In che modo ha declinato questa visione di un femminile “sacro e profano” all’interno dei simboli zodiacali presenti nella mostra?
Mi interessa una figura femminile che non debba necessariamente essere ricondotta a una funzione precisa: madre, musa, santa, seduttrice, vittima. Il femminile può essere tutte queste cose e contemporaneamente nessuna di esse. Può essere ambivalente, desiderante, mostruoso, sacro, erotico…
Quando lavoro con l’iconografia antica mi capita spesso di incontrare immagini femminili costruite attraverso lo sguardo e il desiderio di qualcun altro. La mia operazione consiste anche nel restituire a quelle figure una certa autonomia, permettendo loro di diventare soggetti e non semplicemente simboli da decifrare.
Nello zodiaco questa possibilità è particolarmente interessante, perché ogni figura porta con sé una storia millenaria, ma anche un’enorme libertà di reinterpretazione. Mi piace quindi lavorare su una sorta di cortocircuito tra sacro e profano: una dea può avere qualcosa di pop, una santa può diventare sensuale, una creatura mostruosa può essere elegantissima. Non cerco di purificare i simboli, ma di complicarli. È proprio nella loro ambiguità che, secondo me, continuano a essere vivi.
Questa mostra e l’intervista a Elisa Seitzinger mi hanno fatto scoprire una Milano per me inedita. Settembre è il mese dei nuovi inizi: quale momento migliore per salire sullo Skybridge di Highline Milano? Avete tempo fino al 4 ottobre 2026 per farvi conquistare dalle illustrazioni e dalla bellezza della città dall’alto. Info qui.










