L’errore necessario
Quando l’immagine rifiuta la perfezione e l’IA diventa un cortocircuito visivo
Entrare nello studio di Andrea Meregalli significa dimenticare per un momento l’idea dello spazio di lavoro di un architetto. Monitor accesi, modelli tridimensionali, libri ammucchiati e pile di teoria raccontano una formazione geometrica e progettuale che, nel suo lavoro artistico, sembra progressivamente sfaldarsi per lasciare spazio all’immagine, alla materia visiva e all’imprevisto.
Architetto, designer e artista, Meregalli nasce a Seregno nel 1977 e vive e lavora a Monza. Dopo la maturità scientifica, nel 2002 si laurea con lode al Politecnico di Milano e fonda, insieme a Maddalena Merlo, lo studio Meregalli Merlo Creative Design Studio, dedicandosi alla progettazione a diverse scale. Parallelamente porta avanti una ricerca personale che per anni rimane lontana dagli spazi espositivi. È durante il lockdown del 2020, quasi per caso, che decide di renderla pubblica.
Nello stesso anno nasce Culomiao, un timbro inciso nella gomma, e con esso le Edizioni Culomiao, una sorta di “distilleria indipendente” dedicata alla produzione rigorosamente autoprodotta di libri, liquori e altri oggetti. Un progetto che restituisce bene il carattere sperimentale della sua ricerca, sospesa tra progettazione, cultura materiale e dimensione digitale.
Nel suo lavoro le immagini sembrano non voler mai arrivare a una forma definitiva. Si accumulano, si sovrappongono, restano in bilico tra intuizione e risultato, come ipotesi che continuano a modificarsi. È proprio in questa instabilità che Meregalli individua una possibilità: spesso è l’immagine scartata, quella ancora ruvida e imperfetta, a conservare una forza che i successivi tentativi di correzione rischiano di cancellare. Lasciarla sedimentare sullo schermo, tornarci dopo settimane, permette di vedere ciò che nell’immediatezza del lavoro sfugge.
Anche l’intelligenza artificiale entra in questo processo senza assumere il ruolo di protagonista. È uno strumento con cui mettere alla prova il proprio sguardo, un dispositivo capace di amplificare intuizioni, ossessioni e deviazioni. Ma anche di produrre qualcosa che sfugge al controllo: un’immagine in cui l’intenzione iniziale sembra improvvisamente appartenere a qualcun altro.
È in questo cortocircuito tra controllo e perdita di controllo che l’errore smette di essere un incidente e diventa parte del metodo. L’immagine non deve necessariamente obbedire a un progetto prestabilito: può deragliare, contraddirsi, aprire una possibilità inattesa.
La conversazione con Andrea Meregalli comincia proprio dalla crepa che interrompe la perfezione e dall’istante in cui non è più chiaro chi stia guardando chi.
Mariateresa Zagone: Hai mai lasciato decantare un’immagine per settimane prima di capire che meritava di essere salvata?
Andrea Meregalli: Sì, spesso. Il giudizio immediato è quasi sempre condizionato da quello che mi aspettavo di ottenere. A distanza di tempo quell’aspettativa scompare e riesco a vedere l’immagine per quello che è, non per quello che avrebbe dovuto essere. Alcune immagini che inizialmente avevo scartato sono diventate interessanti proprio perché, nel frattempo, era morta l’aspettativa.
In ogni caso, più che l’immagine in sé, trovo interessante il processo che l’ha generata. In molti miei progetti le immagini sono soltanto la traccia finale, la restituzione ultima di un processo che considero più importante del dato visivo. Non a caso molti miei lavori prevedono la produzione di un numero molto elevato di immagini, spesso con un valore unitario quasi nullo.
Mariateresa: Hai mai avuto la sensazione che fosse un’immagine a guardare te, invece del contrario?
Andrea: Più che guardarmi, alcune immagini mi urlano. Producono qualcosa che riconosco ma che non ricordo di aver deciso.
«Se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarda dentro di te», scrive Nietzsche. È probabilmente questo che mi interessa: quando l’immagine smette di essere la risposta a una mia intenzione e comincia a restituirmi qualcosa che non avevo previsto. E spesso quel qualcosa riguarda me.
Mariateresa: Partiamo dall’errore. Quando dici di cercarlo, cosa stai cercando davvero, qualcosa che non controlli o qualcosa che ti permetta di fingere di non controllarlo?
Andrea: La seconda ipotesi è sicuramente più interessante. Cercare volontariamente l’errore è già una contraddizione: nel momento in cui costruisco le condizioni perché accada, una parte del processo rimane comunque controllata.
Non mi interessa molto la retorica della perdita totale di controllo. Preferisco alimentare il caso, forse anche il caos. Mi interessa costruire dispositivi sufficientemente instabili da produrre conseguenze che non riesco a prevedere completamente. Il controllo c’è, ma viene continuamente dirottato, sospeso, contraddetto.
Mariateresa: Come riconosci la differenza tra un errore e un risultato che semplicemente non ti piace?
Andrea: Un risultato che non mi piace, di solito, è il prodotto di un pensiero o di un processo banale. Un errore, invece, apre una possibilità.
Può anche emergere da un processo banale, ma deve cortocircuitarlo. Deve introdurre una deviazione capace di modificare il modo in cui stavo pensando al lavoro. L’errore interessante è spesso qualcosa di minimo, un’anomalia che incrina il funzionamento previsto del sistema. Se non produce conseguenze, forse è soltanto un fallimento tecnico.
Mariateresa: Secondo te l’intelligenza artificiale sta davvero creando nuovi immaginari oppure sta semplicemente riassemblando le nostre ossessioni?
Andrea: Entrambe le cose, ma la differenza sta nell’approccio all’uso del mezzo. L’intelligenza artificiale è una gigantesca macchina di sedimentazione culturale: assorbe immagini, stereotipi, desideri, paure e convenzioni che abbiamo già prodotto e ce li restituisce ricombinati. La tentazione più facile è fermarsi qui.
La cosa interessante è capire dove questa ricombinazione produce attriti, deformazioni, cortocircuiti. Non considero l’IA un autore e non mi interessa attribuirle una creatività autonoma. Mi interessa usarla come uno strumento capace di rendere visibili, a volte in maniera brutale, alcuni automatismi del nostro immaginario e, contemporaneamente, di ridefinire i ruoli e il senso della relazione.
Del resto, «l’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte», scrive Dino Formaggio. E se viene meno la relazione umana – anche quando si colloca prima, dopo o ai margini del processo – per me viene meno anche l’arte.
Mariateresa: Ti riconosci sempre nelle immagini che realizzi o, qualche volta, ti sembrano fatte da uno sconosciuto?
Andrea: Fatico già a riconoscermi in quella cosa che vedo riflessa nello specchio, non oso immaginare in quello che faccio.
Se mi riconoscessi sempre probabilmente mi annoierei. Alcune immagini sembrano perfettamente coerenti con quello che faccio o penso in un determinato istante. Il problema è che l’istante dopo spesso non è più così.
Sono soprattutto le cose che sento più estranee a interessarmi, perché mettono in crisi l’idea di avere uno stile perfettamente controllabile. Poi, inevitabilmente, anche ciò che inizialmente appare estraneo viene assorbito dal lavoro e diventa parte di un lessico riconoscibile. Ed è proprio da quel lessico che cerco continuamente di fuggire.
Mariateresa: Quando un errore diventa riconoscibile come “stile Meregalli”, è ancora un errore o è già diventato una posa?
Andrea: È esattamente il problema di cui parlavo prima. Quando un errore diventa ripetibile, riconoscibile e soprattutto atteso, smette di essere un errore e diventa linguaggio.
A quel punto bisogna diffidarne. Quando il glitch diventa decorazione, per me ha già perso quasi tutto il suo interesse.
Mariateresa: Esiste un momento in cui capisci che continuare a intervenire significa soltanto peggiorare ciò che hai davanti?
Andrea: Sì, ma quasi sempre lo capisco troppo tardi, quindi la magia è ormai persa.
È difficile riconoscere il punto esatto in cui un lavoro è finito, esistesse poi una fine o un fine… chi lo decide? Sto imparando a considerare anche la sospensione come parte del processo: non risolvere tutto, non chiudere tutte le ambiguità.
Forse dovrei smettere prima ancora di cominciare.
Mariateresa: Tra dieci anni guarderemo queste immagini come oggi guardiamo le prime fotografie oppure ci sembreranno soltanto il sintomo di una tecnologia ormai superata?
Andrea: Probabilmente entrambe le cose. Moltissime immagini generate oggi invecchieranno malissimo e saranno immediatamente riconoscibili come prodotti di una determinata fase tecnologica, esattamente come accade con molti effetti digitali del passato.
Alcune, però, resteranno interessanti non per la tecnologia con cui sono state prodotte, ma per il modo in cui avranno saputo spostare, forzare o superare i perimetri con cui erano state guardate e giudicate.
La tecnologia diventa sempre più rapidamente obsoleta. Le domande che un’opera riesce a porre, qualche volta, sopravvivono al dispositivo che le ha generate.
Esco dallo studio con una sensazione precisa, anche se difficile da spiegare. Non quella di aver visitato il luogo in cui vengono prodotte immagini, piuttosto quella di aver attraversato uno spazio in cui le immagini vengono continuamente messe in discussione.
In un momento storico in cui ogni tecnologia promette precisione, velocità ed efficienza, il lavoro di Andrea Meregalli sembra scegliere la direzione opposta. Non usa l’intelligenza artificiale per eliminare l’incertezza, ma per abitarla. Forse è questo il punto più interessante della sua ricerca. Le immagini non diventano convincenti quando smettono di sbagliare. Cominciano a esserlo quando ci costringono a dubitare anche del nostro modo di guardarle.










