ArtDesign

 

Prima della trama

Voci dalla residenza tessile da Lottozero

 

Il 14 luglio scorso ho visitato patron/ise, la mostra allestita presso Lottozero Kunsthalle, esito della residenza promossa e coordinata da Lottozero in partenariato con il Museo del Tessuto e Studio Corte 17, nell’ambito del progetto di Residenze d’artista Textile Art Factory, sostenuto dal PR FSE+ Toscana 2021–2027 e pensato per offrire a giovani artistə e curatorə under 36 un percorso di formazione, ricerca, sperimentazione, produzione e curatela. Aggirandomi tra questi interessantissimi cimeli di matrice tessile, mi è sorto un interrogativo, tanto acuto quanto ineludibile: se la pratica tessile non è più fruibile nel tessuto urbano come un tempo, ritiratasi dietro architetture inaccessibili e spesso ai margini delle città, non lo è forse allo stesso modo la pratica artistica, e tutte le pratiche sociali e comunitarie che la precedono?

 

Installation views: Paola Ressa, ©Toast Studio.

 

Curata da Ester Maria D’Avossa (Milano, 1997), la mostra mette in dialogo le pratiche di Lorena Bucur, Carmen Buonanno, Linda Ann Cipriani e Nikola Filipović. Come scrive la curatrice, patron/ise «diventa un contenitore attraverso cui riflettere sia sulla condizione dell’artista emergente oggi sia sulla posizione del tessile come medium», evocando le architetture economiche che rendono materialmente possibile la produzione artistica, quei mondi carsici di lavoro, tempo e negoziazione che la contemporaneità, nei suoi margini sempre più liquidi tra produzione e creazione, tende a riassorbire nella levigatezza del display, sottraendo allo sguardo l’ordito – il lavoro, il tempo, la cura – che lo precede.

 

Quattro pratiche in residenza

White n.1 di Lorena Bucur (Cremona, 1996) si offre come un tessuto candido, sorretto da un trabattello, percorso da simboli anch’essi sottratti al colore: frontalmente il pattern dei tappeti della nonna rumena, ai lati il logo Adidas – in Romania non semplice marchio ma segno di demarcazione sociale, merce di contrabbando durante gli anni della dittatura di Ceaușescu. La casa e le radici, primo confine di ogni identità, si saldano così a un secondo confine, politico ed economico. La struttura bidimensionale che regge il lavoro suggerisce un’impalcatura provvisoria: la memoria simbolica, dunque, non è percepita come deposito concluso, ma come cantiere permanentemente in corso.

 

 

 

Radical Power di Carmen Buonanno (Napoli, 2001) converte un trampolino, teso da tiranti, nella membrana di resistenza che presidia la soglia espositiva: la superficie elastica, concepita per il corpo e per il gioco, produce un cortocircuito sinestetico, trasmettendo tensione allo sguardo ancora prima del contatto. Le scritte applicate, “In <power> we resist” e “On {radical} care we learn”, di lessico apertamente resistenziale, pongono l’opera in continuità con la storia sociale dei lavoratori del Macrolotto Zero, quartiere che ospita Lottozero e reca inciso, nella propria toponomastica, il segno di produzione industriale e migrazione. Per Buonanno il potere non coincide mai con il solo controllo: è anche, e soprattutto, cura reciproca, corpi che si fanno reciproco sostegno.

 

 

Overprocessing the Net di Linda Ann Cipriani (Livorno, 1995) si costituisce come riflessione storico-epistemologica sul tessile. Nessuna rivoluzione industriale, e dunque nessuna rivoluzione digitale, sarebbe stata concepibile senza il telaio: dalle sue schede perforate discende, per filiazione diretta, la logica binaria dei nostri sistemi. Cipriani rende manifesta questa genealogia facendo collassare tessuto e pixel, trama e griglia digitale: l’effetto moiré ne è la cifra visiva più eloquente, poiché rivela come intreccio analogico e computazione condividono un’identica struttura reticolare, distanti due secoli ma non una diversa logica.

 

 

First Time Being Alive di Nikola Filipović (Kotor, 1994) muove da una coincidenza anagrafica, l’aver raggiunto l’età dei propri genitori al momento della propria nascita, per riattivare memorie d’infanzia segnate da dopoguerra balcanico, sanzioni, inflazione. Le sue sculture-peluche, dilatate fino alla scala monumentale, mettono in scena un paradosso filo-economico: crescere di dimensione equivale qui a perdere valore, come una moneta svalutata dalla propria stessa proliferazione. Eppure quella grandezza svuotata resta ingombrante; occupa lo spazio con la medesima ostinazione con cui il ricordo occupa, ancora oggi, la memoria infantile e politica dell’artista.

 

 

Declinazioni al plurale

Radici, soglie, reti, infanzie: ho ritrovato in questi quattro lavori declinazioni diverse di un unico gesto: quello di rendere leggibile ciò che la pratica artistica, per consuetudine, cuce sul rovescio. patron/ise non mi ha sciolto l’interrogativo da cui ero partita, ma me lo ha restituito come materia viva; guardando queste opere, ho avuto la sensazione che sia proprio negli interstizi che si annidi oggi la possibilità più feconda della pratica artistica: un ordito già teso, pronto a ricevere la propria trama.

 

Lottozero è un centro di ricerca per l’arte, il design e la cultura tessile con sede a Prato, fondato dalle sorelle Tessa Moroder (economista) e Arianna Moroder (textile designer e artista). Il progetto lavora all’incrocio tra tradizione manifatturiera, ricerca sui materiali e sperimentazione artistica, offrendo agli artisti residenze, laboratori e accesso diretto a tecniche, macchinari specializzati e saperi tessili. Al suo interno, Lottozero Kunsthalle, diretto da Alessandra Tempesti, è lo spazio dedicato alla produzione e all’esposizione di arte contemporanea.

 

in copertina: Installation views: Paola Ressa, ©Toast Studio