Valentina Sorrentino

 MeLady: una, nessuna, centomila.

      di Eliana Vasta

 

«Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere» scrive Pirandello in uno dei suoi romanzi più famosi “Uno, nessuno, centomila”. Sono donne dai mille volti, donne senza tempo, pervase dall’immaginazione surreale e onirica di un diverso ordine della realtà, donne che danno le spalle, e che, qualora si girassero verso lo spettatore, hanno maschere da giullare, che non consentono di mostrare quello che si cela in viso; volendo concepire l’idea della frantumazione dell’io, in identità molteplici che acquisiscono l’aspetto di chi le osserva, per l’intenzione stessa che lo spettatore possa proiettare in questo personaggio il proprio vissuto.

Sono le donne di Valentina Sorrentino, che mette in mostra nella sua personale dal titolo “MeLady/Le mie donne nei miraggi di Roberto Vecchioni”, alla galleria KōArt: unconventional place di Catania a cura di Aurelia Nicolosi, visitabile fino al 26 Gennaio.Valentina Sorrentino, classe 1986, ha radici ciociare, partenopee, calabresi, impregnate di Sicilia. Si laurea in medicina e chirurgia a Roma e prosegue gli studi in neuropsichiatria infantile a Catania. Si avvicina all’arte lavorando sul metodo teatrale delle azioni fisiche di E. Barba e J. Grotowski presso il “Teatro di nessuno”, diretto da Sandro Conte. Studia tecniche di pittura ad olio con l’artista romana Giorgia Marzi, partecipando alla mostra collettiva “Io sono Frida” a cura del maestro Gianpaolo Berto, presso la galleria Spazio 40. Nel 2019 la direzione artistica del Festival Internazionale Severino Gazzelloni la invita ad esporre le proprie opere in occasione della XXV rassegna musicale. Oggi vive e lavora a Roma nel suo studio d’arte. La mostra espone alcuni dipinti della serie MeLady, ispirati dalla discografia del celebre cantautore Roberto Vecchioni, a sua volta “ispirato” ad una donna in cui lui si è immaginato. Nella versione dell’artista il Mi diventa il “me” inglese per avere la stessa pronuncia ed è in corsivo per dare origine a due parole: meLady (ioDonna) in quanto in ogni donna vede un suo alter ego.

La pittura di Valentina Sorrentino trae anche ispirazione dai canti popolari, lirici e dal rock, perché per lei la musica ha un potere immenso, e cerca di elaborarne il concetto nelle sue figurazioni, come nel dipinto “La terra del silenzio”, che trae ispirazione dal “El bandero stanco” di Vecchioni, in cui Euterpe su un cavallo bianco, giunge nella Terra del Silenzio, e coglie dal suo capo un fiore rosso come il sangue del suo cuore di una volta e lo porge al bandolero, immortalando l’attimo dell’incontro in questa surreale visione dei binari che lasciano posto alle note di un pentagramma.

Per l’artista, la conquista della realtà, trova ispirazione anche dai miti, dalle leggende, dai personaggi letterari, dagli artisti di ogni epoca; come nel dipinto “A l’hasard pour rien”, una donna di spalle è raffigurata su una barca, con il capo ricolmo di girasoli, rappresenta lo spettatore che si immedesima nel dipinto o nella canzone, percependo il mondo di Van Gogh, lo spettatore si identifica in quest’altra realtà, e l’anima nascosta dalla realtà apparente si rivela e naviga nell’acqua che è il riflesso della visione di Van Gogh nell’opera la “Notte stellata”.

Nella Sorrentino troviamo il surrealismo della ritrattistica dell’inconscio di Salvator Dalì, per citare l’opera: “Mia moglie nuda guarda il suo corpo diventare gradini, tre vertebre di una colonna, cielo e architettura” del 1945, Dalì dipinge la moglie, nonché sua musa, che da le spalle allo spettatore, e proprio in questa duplice visione, possiamo accostare le donne della Sorrentino, che sembrano possedere la delicatezza e la sinuosità delle “Tre Grazie” del Canova; donne che rinviano ai centomila volti del tempo e della storia e che possiedono anche i meandri del nostro inconscio.