INTERVISTA A MARCO PERI

di Eliana Vasta

 

Marco Peri, è uno storico dell’arte, esperto in educazione museale e docente. Al centro dei suoi interessi c’è la ricerca dei rapporti tra arte e educazione, aggiornando costantemente la sua ricerca in una prospettiva internazionale, cercando di immaginare e progettare nuovi modi di vivere l’esperienza del museo. Conduce, in vari contesti istituzionali, corsi di formazione e aggiornamento dedicati a operatori e insegnanti. Come consulente, ha progettato attività educative e proposte per il pubblico in diversi musei Italiani ed internazionali, tra cui il Mart di Rovereto, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la National Gallery di Londra, Palazzo Grassi di Venezia, Museo Nazionale Romano, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Mart di Rovereto, Centro Pecci di Prato, Collezione Peggy Guggenheim, ed altri. Nel 2018 il suo lavoro di educatore museale, ricercatore e formatore è stato premiato con il Marsh Award for Excellence in Gallery Education da parte di Engage (English National Association for Gallery Education). Attualmente è docente nel Master Museum Experience Design e nel corso di Media Design presso l’Istituto Europeo di Design.

 

Chi è Marco Peri? Ci parli brevemente di lei.

Sono storico dell’arte ed Educatore museale. Il mio lavoro si muove principalmente in due direzioni, la prima è essenzialmente pratica: progetto e conduco nei musei attività̀ educative per avvicinare e coinvolgere un pubblico sempre più̀ ampio, tra i miei progetti figurano esperienze museali partecipative, percorsi sensoriali e workshop performativi. La libertà di collaborare come free-lance mi da l’opportunità̀ di interagire con diverse realtà̀, dai piccoli musei a grandi istituzioni.  Inoltre, sono un docente e conduco corsi di formazione per l’educazione museale in cui mi confronto con moltissimi educatori e educatrici. La seconda dimensione del mio lavoro è di ricerca, infatti interpreto il mio lavoro come un progetto di ricerca-azione e mi impegno per mantenere un costante aggiornamento teorico sui programmi educativi dei musei, studiando le migliori pratiche e i progetti innovativi in prospettiva internazionale. Nel mio sito ho raccolto maggiori informazioni sui miei progetti: www.marcoperi.it.

 

Quando matura il suo interesse per la didattica museale?

Durante gli anni universitari mentre visitavo le mostre avevo sempre molti interrogativi che durante l’esperienza di visita individuale spesso non riuscivano a trovare risposte. Ho cominciato dunque a interessarmi alla didattica museale per la mia tesi di laurea nel 2004, indagando quali strumenti e azioni erano disponibili nei musei d’arte contemporanea per supportare l’esperienza di conoscenza del pubblico. Considero il museo uno dei contesti educativi più̀ promettenti, il luogo ideale per mettere alla prova modalità̀ innovative per apprendere e fare esperienza. Il museo contemporaneo inteso come contesto educativo informale rappresenta uno spazio di libertà pieno di potenzialità̀ che permette di interagire con gruppi eterogenei di persone e riflettere su moltissime questioni del nostro tempo.

 

Chi opera nel campo dell’educazione museale, secondo lei, quali competenze dovrebbe possedere?

Le competenze per lavorare nei contesti educativi sono necessariamente trasversali. Mi pare che da qualche tempo ci sia un interesse maggiore per specializzarsi in didattica museale ma probabilmente non sono tanti i percorsi formativi che possono preparare la trasversalità di competenze necessarie per lavorare sul campo.                                                                                  I professionisti che operano nell’educazione museale dovrebbero avere abilità comunicative e relazionali, possedere conoscenze approfondite sui contenuti del museo e capacità pedagogiche per elaborare proposte adeguate a ogni occasione; inoltre è importante saper valutare la qualità̀ dei progetti che si realizzano. Mi sembrano importanti anche alcuni tratti caratteriali come la resilienza, l’empatia e la creatività. Essendo un ambito essenzialmente pratico è fondamentale poter fare esperienza diretta, accompagnare gruppi di persone diverse a fare scoperte, a conoscere, a dialogare con l’arte, solo questa necessaria esperienza può̀ consentire di trovare il personale approccio educativo per condividerlo con il pubblico.

 

Nel suo nuovo libro: *nuovi occhi* reimmaginare l’educazione al museo, menziona l’Esperienza museale partecipativa, pensa che questo modo di operare, possa ri-definire il concetto di didattica museale nel museo del futuro?

Partecipazione è una bella parola, forse ultimamente è un po’ abusata e distorta. Per me significa soprattutto non predeterminare gli obiettivi dell’attività̀ a contatto con il pubblico ma lasciarli aperti. Partecipazione dunque come opportunità̀ di offrire ad ogni persona un ruolo attivo per costruire personalmente il senso di ciò̀ che scopre, una partecipazione che conduce alla consapevolezza. C’è vera partecipazione quando il pubblico ha la possibilità̀ di essere davvero protagonista e non spettatore passivo dell’esperienza al museo. La didattica museale innovativa è quella che sa interpretare al meglio il proprio tempo, non replicando le stesse forme e costrizioni dei metodi educativi ‘scolastici’ ma offrendo a ciascuna persona con la propria sensibilità̀, l’occasione di vivere esperienze significative e trasformative, coinvolgendo la riflessione ma anche emozioni, intuizioni, creatività̀ e senso di meraviglia.

 

Cosa si intende per “educazione emozionale” al museo?

A contatto con l’arte abbiamo la straordinaria opportunità̀ per utilizzare le risorse emotive al meglio, le emozioni sono un canale straordinario per costruire esperienze di apprendimento coinvolgenti e significative. Le esperienze caratterizzate dal coinvolgimento emotivo hanno la capacità di incidere in maniera più̀ concreta sullo spirito delle persone che le vivono. Allo stesso tempo però è un canale delicato che va maneggiato con cura. Credo sia essenziale per gli operatori che intendono utilizzare l’educazione emozionale conoscere prima di tutto le proprie emozioni, per saperle mettere in gioco mentre si chiede agli altri di fare lo stesso. Si parla di intelligenza emotiva come la capacità di saper riconoscere le proprie emozioni e poterle utilizzare in relazione con gli altri per migliorare la comunicazione e l’empatia, questa è una risorsa indispensabile per educare con l’arte.

 

Cosa deve possedere un buon progetto educativo?

La parola chiave è coinvolgere. Credo che è un progetto sia davvero coinvolgente quando le persone possono abitare il museo vivendo esperienze in cui essere pienamente se stessi, mettendo in gioco non solo le proprie conoscenze e la riflessione ma anche favorendo le capacità immaginative e il pensiero creativo. Un’occasione in cui non si apprendono solo nozioni, ma si impara a conoscere qualcosa in più̀ su sé stessi e sul mondo intorno a noi. Molto spesso il concetto “progetto educativo” è sinonimo di impegno e sforzo cognitivo, io sono convinto che è un buon progetto educativo deve saper integrare il “piacere” e il “benessere”, bisogna superare il pregiudizio per cui “imparare” implichi specialmente fatica e sacrificio, si impara meglio quando si sta bene, anche attraverso il gioco e la gioia creativa.

 

Nel 2018 in Canada è stato avviato il primo progetto di arteterapia tra l’Associazione dei Medici francofoni canadesi e il Montreal Museum of Fine Arts,tale esperienza è stata recentemente avviata in Campania da Cur’Arti. Cosa ne pensa?

Le forme dell’arte ci offrono uno specchio in cui ognuno può̀ essere riflesso come desidera. Il contributo dei linguaggi dell’arte, dalla musica al teatro, dalla danza alla poesia, fino alle arti visive sono un mezzo straordinario per osservarsi e conoscersi, anche nelle dimensioni più̀ intime e profonde. Io lo sperimento nella pratica in ogni azione che propongo al pubblico dei miei progetti, le neuroscienze confermano questi benefici e sempre più̀ spesso i musei attivano proposte specifiche dedicate a fasce di visitatori più̀ deboli, trasformando le sale del museo in un luogo sicuro per stare bene. Sono assolutamente convinto che praticare l’esperienza dell’arte possa produrre benessere, in tutti sensi. Auspico che in futuro non sia più̀ necessario che siano i medici a “prescrivere” arte, ma le persone diventino più̀ consapevoli dei vantaggi di vivere esperienze a contatto con l’arte. È necessario coltivare questo scambio fin da bambini, magari integrando più̀ esperienze con l’arte nei programmi della scuola, per crescere nuove generazioni più̀ sensibili e generalmente più̀ abituate.

 

Re-immaginare il museo del futuro: quale dei progetti educativi l’ha coinvolta maggiormente?

Mi sto impegnando per costruire esperienze di visita coinvolgenti, che permettano alle persone di abitare il museo in modo partecipe e creativo. Di recente, sull’esempio di alcuni progetti sviluppati da importanti musei del mondo ho ideato un progetto ispirato alla Mindfulness dedicato alle scuole, si tratta di una semplice pratica di meditazione che può̀ aiutare le persone a vivere in modo più̀ intenso l’esplorazione dei linguaggi dell’arte, renderli più̀ consapevoli e arricchire complessivamente l’esperienza estetica. Questo progetto fa parte di una ricerca più̀ ampia sull’importanza di estendere le possibilità̀ percettive attraverso momenti in cui sperimentare un’attenzione profonda, come risposta alla superficialità̀ imperante, una ricerca sull’attraversare la complessità̀ in equilibrio tra razionalità̀ e creatività̀.