Di Giuseppe Mendolia Calella

S’inaugura il 21 dicembre 2017 a Torino “Terroni via” l’evento che segna lo start del nuovo progetto artistico torinese di Katiuscia Pompili e Davide La Montagna nato da una riflessione sulla casa intesa come spazio identitario, di accoglienza e appartenenza.

In mostra le opere di Davide La Montagna e Filippo Leonardi con testi e cura di Katiuscia Pompili e live di Felis Silvestris Catus Ensemble.

Un giovane artista e una curatrice s’incontrano per elaborare nuove riflessioni artistiche e curatoriali attorno ad una casa di ringhiera del capoluogo piemontese, casa abitata da poco più di un anno dalla curatrice e due gatte, un piccolo bivani mansardato, un po’ bohemienne, collocato nel quartiere “gentrifcato” di San Salvario. Vi si accede dalla terrazza/ballatoio, entrata tipica delle case di ringhiera occupate dagli operai meridionali all’epoca della grande migrazione interna nel secondo dopoguerra. Spazio molto caratterizzato e in continua evoluzione, raccoglie le prime tracce di chi è arrivato da lontano, con valigie al seguito e assorbe sull’intonaco delle sue mura così come sulle ante degli armadi i segni evidenti delle due piccole feline dall’indole libertaria.

Katiuscia e Davide ci raccontano in questa intervista chi sono, come lavorano e il loro nuovo progetto:

Presentatevi brevemente e con parole non convenzionali… chi è Katiuscia e chi è Davide?

K.: Anche se mi conoscete già abbastanza bene, provo a stupirvi! Sono una punk dall’anima ottocentesca; sempre contro per principio e in minoranza di conseguenza. Credo nel dubbio e nel potere curativo delle note, delle parole e delle immagini; di me mi piace il fatto che creo connessioni e, come un detonatore, faccio esplodere le situazioni più inattese.
La mia vita non è mai noiosa ma spesso complicata.

D.: Davide è un essere antropomorfo che parla a bassa voce fissato con gli horror splatter anni ’80, la musica darkwave, le drag queen e le fiabe di Andersen.

Un giovane artista e una curatrice dalla formazione e dall’esperienza “avanzata” insieme per un progetto nuovo. Come è nato questo connubio?

Immagino che per avanzata non intendiate vecchia!! ? Io e Davide abbiamo età, esperienze, formazione e ricerca differenti, inoltre si, lui è artista e io curatrice, io “terrona” e lui piemontese. Frequentiamo però gli stessi “giri” e oltre che agli opening delle istituzioni artistiche  torinesi ci incontriamo spesso nei locali che frequentiamo la sera (il DDR, il Dunque, il Blah blah), ai concerti, negli spazi occupati e a Radio Black Out, la radio indipendente di Torino.
È la città, dunque, prima di tutto che ci ha avvicinato, è dentro di essa che le relazioni più importanti nascono. Inoltre io avevo bisogno di ricominciare dopo il trasferimento, l’assunzione in ruolo come docente e le mie vicessitudini personali e niente è meglio che incontrare sul proprio cammino qualcuno che ha l’entusiasmo degli inizi!
Ci legano l’affetto, l’incoscienza e l’amore per l’arte.

Mostrateci 5 immagini della casa che per voi hanno un valore rispetto al progetto K+D… 

Domanda per Katiuscia: come hai vissuto il trasferimento curatoriale dalla Sicilia al Piemonte?
Riambientarsi dopo tanti anni a Torino non è stato semplice, questa è una città che si svela poco per volta e l’inverno è una stagione ben più lunga che da noi. Oltre al Pav di cui da sempre seguo le attività, ho iniziato a frequentare lo spazio di Barriera di Milano dopo aver conosciuto Clara Madaro e Sergey Kantsedal e infine la Fusion Gallery che espone spesso artisti siciliani che ben conosciamo. Come docente l’anno scorso ho avviato una collaborazione tra il Primo Liceo Artistico e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
Tornare a essere una curatrice in una nuova città in cui ho meno relazioni, contatti e in cui il mio lavoro non è conosciuto non sarà così immediato ma ho deciso di farlo a modo mio.
Credo che ci saranno delle evoluzioni nella mia ricerca teorica ma la mia attitudine a far incontrare linguaggi diversi e a non bloccarmi in gabbie istituzionali non verrà meno.
Sono una curatrice indipendente e devo la mia  passione per l’arte alla militanza dei movimenti d’avanguardia e alla radicalità del situazionismo e sebbene, ammiri i grandi allestimenti di spazi come l’Hangar Bicocca e il castello di Rivoli le dinamiche che interessano a me sono di matrice ben più libertaria.

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Domanda per Davide: come vivi la tua ricerca artistica nella città di Torino? Come influisce la città e il territorio nel tuo lavoro e nella ricerca?

Partiamo pure dal presupposto che non sono attualmente residente a Torino, ma bensì a Rivoli, dove sono nato. Sicuramente Torino ha di apprezzabile il ritmo: lento, placido. Sembra di stare in una bolla dove il tempo non passa mai, conseguentemente ho modo di pensare con tutta calma. Nel lavoro tratto soprattutto temi come la differenza tra romanticismo e sentimentalismo e la concezione di amore nelle sue varie declinazioni o conseguenze, come morte, dedizione, memoria, intimità, distruzione e così via. Faccio spesso riferimento a leggende e fiabe, non a caso posso dire che ho ereditato in qualche modo la verve ”dark” della città dato che ho la tendenza ad essere iper sentimentale e non amo forzarmi nel produrre o a trarre conclusioni affrettate.

Torino non è una metropoli, conserva una propria intimità e ha molte realtà interessanti: dalle gallerie conosciute internazionalmente a quelle più piccole, agli spazi no-profit e ai musei e ovviamente Artissima. L’istituzione museale che ho frequentato per più tempo -fin da quando andavo alle elementari- e che mi ha dato molto è il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, dove ho anche fatto uno stage con Marianna Vecellio, Valentina Sonzogni e Marcella Beccaria.

Un progetto di arte contemporanea tra le mura domestiche di una piccola abitazione di ringhiera. Quali gli obiettivi e quali le motivazioni che vi hanno spinto a formulare questa idea?

K.: Penso che la prima motivazione sia stata la necessità di fare arte, di discuterne, di scriverne, entrambi sentiamo l’urgenza di esprimerci e di condividere il nostro lavoro, la mia casa è stata la naturale location perché è lì che ci incontriamo quasi quotidianamente. Io poi sono fortemente identitaria, sono un’intellettuale emigrante e ho ritrovato nella mia piccola abitazione di ringhiera un legame con la storia dei tanti meridionali venuti qui molto prima di me a trovare, non fortuna ma un modo per sopravvivere. Ed è in questo nomadismo che contraddistingue da sempre la mia esistenza che voglio trovare un equilibrio.

Per quanto concerne gli obiettivi invece credo che quello che più ci interessa sia creare delle dinamiche libere da compromessi e portare a Torino un modo di curare mostre che derivi dalla pratica sperimentale fatta di connessioni con la città, spirito critico e accoglienza.

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Secondo voi che valore ha oggi l’arte contemporanea in relazione all’ambiente domestico? Esiste un’estetica capace di mettere in relazione una semplice abitazione e un opera artistica del nostro tempo?

D.: Credo che in qualche modo tutte le opere nascano da una dimensione domestica in quanto privata. Penso oltretutto che la differenza tra uno spazio pubblico e uno spazio privato non vada necessariamente a svalutare un lavoro, ma al massimo a darne un peso diverso. Subiscono variazioni per via del contesto in cui vengono ospitate, magari proprio per via del fatto che in un white cube non ci sono dati che vanno a interferire mettendo l’opera al centro dell’attenzione. Oltretutto: quando le opere vengono acquistate da collezionisti privati dove vengono esposte? Nel soggiorno, in cucina, in un ufficio? Qual è la differenza in fin dei conti?
K.: Io al contrario di Davide sono duchampiana e credo che il contesto influenzi fortemente il valore di un’opera, non che lo ridimensioni ma sicuramente lo cambia. Per me poi l’opera non è solo un oggetto ma tutta la storia che si porta dietro, tutto il processo di creazione sul quale da anni lavoro e soprattutto le relazioni che crea, col territorio e tra le persone. Secondo me l’opera in una casa o ha un valore sentimentale o è un feticcio, mentre in uno spazio pubblico diventa anche oggetto di studio e conserva quello scopo educativo sulla collettività che è uno dei principi che contraddistingue la nascita del Museo dopo la Rivoluzione Francese. La nostra vuole essere un’esperienza condivisa, una casa che non è uno scrigno di beni ma un approdo sicuro dove conversare e creare. Non so se esista un’estetica al riguardo, quello che so è che non consiglierei di comprare un’opera da mettere in casa perché sta bene col divano ma per supportare artisti in cui si crede o perché ci rende felici.

Come si svilupperà nei prossimi mesi il progetto K+D? Cosa bolle in pentola?

Right meow? Ora come ora un gatto. Il resto è top secret…