FALL – Simone Geraci

Di Viviana Trisicari

 

Simone Geraci, classe 1985, palermitano. Incisore, pittore e illustratore, si diploma presso l’Accademia delle Belle Arti del capoluogo siciliano, dove tutt’oggi vive e lavora. Collabora con alcune gallerie nazionali, quali la Burning Giraffe Gallery di Torino e la Solomon Fine Art di Milano.

Fall è il titolo della mostra personale allestita e curata da Aurelia Nicolosi presso la Galleria Kōart: unconventional place di Catania, inaugurata il 13 ottobre e visitabile sino al 14 novembre.

Fall è un microcosmo visuale nel quale il tempo si è cristallizzato e lo spazio ha perso le sue coordinate certe. Le figure di donne che Geraci dipinge sono tratte da vecchie fotografie trovate in archivi e mercatini delle pulci, il pittore sottrae quei corpi al loro tempo storico, li toglie dalla concretezza della realtà per ridipingerli come immersi in un fluido monocromo, a-temporale e a-spaziale. La stessa scelta del blu non pare priva di significato: esso è il colore tradizionalmente legato alla dimensione del sovrasensibile, del profondo, dell’infinito.

I gesti, i corpi, i visi, vengono, da questo processo di astrazione, esaltati. Non c’è narrazione, nessun lessinghiano momento pregnante che ci faccia supporre un prima e un dopo, solo la gratuità del loro esserci davanti gli occhi dello spettatore, con la loro enigmatica bellezza.

I nudi di Fall (così si intitola anche una delle opere esposte) e di Echoes ricordano, forse non a caso, quelli di tante bagnanti d’una pittura d’altri tempi, quella dei grandi maestri del Cinquecento e dell’Ottocento. Mentre l’idea di una sospensione temporale, seppur raggiunta con mezzi totalmente differenti, pare rimandare a Vermeer, Hopper, Casorati.

A rompere, delicatamente, l’unità cromatica ecco le incisioni: Die Traumerin, Vanitas, Stille. Disposte al modo di un trittico esse sono permeate da un’atmosfera simbolista e quasi decadente, come suggeriscono gli stessi titoli.

Radicata nel tempo, almeno in quello della storia dell’arte, e fuori da quello reale, concreta e astratta, antica e moderna, così appare l’opera di Geraci.  Essa non si presta a facili o univoche interpretazioni, instaura piuttosto un dialogo silenzioso con lo spettatore, un dialogo nutrito di suggestioni, sensazioni, echi che vengono dal passato e al contempo lo sovrastano creando una dimensione altra. Un’arte che, citando Ungaretti, contiene in sé, un po’ come fa la poesia, “quel nulla d’inesauribile segreto” difficile da tradursi in parole.