Viaggio onirico ai confini della realtà. “What if this is all real?”,

la prima mostra personale di Flaminia Fanale a Catania

di Alessandra Tomasello

Sabato 27 ottobre è stata inaugurata a Catania la personale fotografica di Flaminia Fanale dal titolo “What if this is all real?” presso la galleria di Daniela Arionte curata dal padre dell’artista, Giacomo Fanale, in collaborazione con la curatrice Giulia Scalia. La mostra sarà visitabile fino al 27 novembre e verrà riproposta anche a Palermo.

 

Entrando dalla porta d’ingresso, lo sguardo si sofferma immediatamente sullo scatto che ritrae una scritta al neon, memore delle installazioni di Bruce Nauman, che riporta “What if this all real?”. “Cosa succederebbe se tutto questo fosse reale” è, infatti, il tema portante della mostra dell’artista palermitana che espone, immagine dopo immagine, il festival più folle ed alienante che si svolge ogni anno nel deserto di Black Rock del Nevada, “The Burning man”, a cui partecipano artisti provenienti da tutto il mondo a dare il loro contributo nella costruzione di una città realizzata ad arte per l’occasione.

Una stazione con una vecchia locomotiva, una casa, la piramide del Louvre o persino un aereo capovolto diventano i soggetti del reportage dell’artista che racconta un viaggio surreale in un’America onirica che può essere simbolicamente sintetizzata da una frase tratta dal Deserto dei Tartari di Dino Buzzati: “Nel sogno c’è sempre qualcosa di assurdo e confuso, non ci si libera mai dalla vaga sensazione ch’è tutto falso, che un bel momento ci si dovrà svegliare”.

Con uno sguardo indagatore, curioso, romantico l’artista registra un’atmosfera ai confini della realtà in cui il tempo è sospeso, indefinito e ridefinito da coloro che vivono quella realtà altra, parallela, senza alcun condizionamento sociale e ambientale.

 

 

Come un moderno “Paese dei Balocchi”, la città di Black Rock City si popola di strane architetture che diventano luogo principale di interazione dei nuovi abitanti su cui si posa l’obiettivo della Fanale. E così vediamo un bacio dato alla luce di una lampada gigante su un altrettanta sedia gigante in “The Kiss”, persone in bicicletta che attraversano le strade del deserto e si fermano ad ammirare gli imperiosi edifici in un gioco di rimandi in cui è coinvolto anche lo spettatore esterno. “The Man awaits”, la sagoma di un robot illumina il buio, il Louvre in “Reflecting Sunset”, “The Samurai” diventano lo sfondo di una visione trasognata che viene vivificata dall’occhio dell’artista che cattura l’ultimo raggio di luce al tramonto. Salendo le scale della galleria e giungendo sopra, il piano del dispositivo si sposta dalle architetture alle persone come in “Technicolor” o in “The Climb” in cui degli arrampicatori privi di attrezzature di sicurezza si sfidano a salire la cima di una sorta di ruota metallica realizzata con carrelli. Infine, a conclusione e al culmine di questo sogno “effimero e folle”, come lo ha definito il padre Giacomo che ha voluto fortemente la realizzazione di questa mostra, ecco “Collision” in cui vediamo quella stessa locomotiva che figurava in uno degli scatti al pian terreno prendere fuoco e bruciare così come vuole il rituale tradizionale del festival.

Realtà e finzione, dimensione immaginaria ma tangibile si incontrano e danno vita a questo viaggio nel delirio americano che termina qui e lascia un messaggio che si trasforma in metafora della nostra esistenza.

Così come ancora Buzzati nel suo Deserto scriveva: “Del deserto del nord doveva giungere la loro fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno”.