Rossana Taormina | Atlas

di Viviana Triscari

 

«Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima» scrive Agostino nelle sue Confessioni. Ed è il tempo, il tempo soggettivizzato della memoria, quello vissuto e ricordato, che porta con sé scorie, lacerazioni, crepe, che Rossana Taormina mette in mostra al White Garage di Catania con l’esposizione dal titolo Atlas, parte dell’allestimento è ancora visitabile in galleria mentre alcuni lavori sono esposti, fino al 29 settembre 2019, alla Swab Art Fair di Barcelona in Spagna. La direzione artistica è di Gianpiero Vincenzo.

Rossana nasce nel 1972 a Partanna, nella Valle del Belice, poco dopo il violento sisma che colpì e distrusse quest’area della Sicilia. E’ da un avvenimento autobiografico dunque che l’artista trae la sua ossessione per la memoria, per il recupero, la volontà di salvaguardare delle esistenze anonime, e le stesse coordinate spaziali nelle quali queste esistenze si sono svolte. Non è un caso se, insieme alle fotografie, l’altra sua passione, sono le mappe. Eppure, da artista, slega il suo lavoro dal fatto strettamente privato, rarefacendolo in una riflessione più generale sulla memoria e sulla paura della perdita.

Le sue foto sono objec trouvé (impossibile, anche per via del titolo, non pensare all’Atlas di Gerard Richter), sono immagini recuperate dai mercatini e poi riprodotte su grandi tessuti “bandiera” o in piccoli scrigni dei ricordi. Esse non posseggono nessuna qualità artistica, sono foto ricordo: la loro qualità è emotiva. Sono immagini caricate di memoria e di tempo, sono rovinate, “crettate”, ed è su quei segni che interviene l’artista. Con ago e filo imbastisce nuovi spazi in quelli già esistenti, ricuce, mette insieme, sutura, riporta alla vita. Anche la pratica del ricamo ci riconduce alle sue origini, alla nonna ricamatrice.

C’è, insomma, nel lavoro di Rossana Taormina il costante anelito a coniugare particolare e universale, il sentire di una singola interiorità con quello della collettività. Un tentativo riuscito di parlare non soltanto a chi fa parte del mondo dell’arte tramite una ricerca puramente linguistica e mediale ma di coinvolgere anche lo spettatore comune attraverso canali non razionali ma piuttosto empatici.