Editoriale

 

UNO SGUARDO LATENTE

Episodio #1

La scintilla; lavori di restauro

 

Vi è mai capitato di sentirvi come una foglia caduta su un fiume? Quella foglia non ha scelta, si lascia trasportare dalla corrente e accoglie in sé tutti i movimenti che il corso del fiume decide di farle vivere. Certo può sembrare un’immagine passiva, ma mi soffermerei su due dettagli che quella foglia incarna. Il primo è il saper galleggiare ed il secondo è il lasciarsi andare. Due caratteristiche che a volte risultano difficili all’umano che antepone spesso il pensiero razionale alla sensibilità, l’azione all’ascolto. E allora vi chiedo (e mi chiedo) quando è stata l’ultima volta che ci siamo lasciati andare accogliendo l’inatteso? 

 

Domenica scorsa ero a Roma per lavoro, avrei avuto la giornata libera per andare a vedere qualche mostra prima di rientrare a Milano ed è così che ho chiesto a Giuseppe se per caso conoscesse qualche luogo interessante da visitare che fosse fuori dai soliti circuiti conosciuti e che fosse in qualche modo d’ispirazione. Una delle mete che mi aveva consigliato era la Casa Museo Hendrik Christian Andersen che la casualità mi ha portato a scegliere anche perché mi era comoda per raggiungere la seconda meta che avevo già in mente e che era lì vicina.

Decido quindi di andarci a scatola chiusa ed è così che mi trovo davanti a due signore che quasi stupite (c’era la maratona di Roma quel giorno, forse non si aspettavano nessuno, vai a capire) mi accolgono nell’androne di quella che era una casa signorile di inizio secolo scorso. Una delle due signore mi accompagna a fare il biglietto alla cassa automatica a fianco e prima che procedessi con qualsiasi pagamento, si ferma e guardandomi dritto negli occhi mi confessa intimorita che la sala principale dove risiedono la maggior parte delle opere dell’artista era chiusa per restauri e che si poteva vedere solo attraverso due porte e una finestra.

La mia delusione era palpabile e non nego che mi sono chiesto se ne valesse la pena. Pagare un biglietto d’entrata per vedere una cosa incompleta ti fa sentire un po’ “fregato”, come ordinare una pizza fantasia del pizzaiolo e ricevere una marinara, lo sai che ti piace comunque, magari ti sazia anche, ma non era quello che avevi in mente al momento dell’ordine.

La signora un po’ mi guarda un po’ no, rimane in attesa, in apnea e poi, come a giustificarsi, mi conferma che ci sono anche una sala a fianco e il secondo piano dove poter vedere dell’altro.

 

 

Rimaniamo entrambi appesi ad un filo per una manciata di secondi che sono pesanti come interi minuti di vita, pensandoci ora credo che questa “delusione” sia stata la vera scintilla che mi ha portato qui (più avanti lo scopriremo assieme lo giuro), ma sta di fatto che in quei secondi sono stato davvero indeciso se i miei 50 minuti di cammino da Trastevere fino a lì fossero stati un buon investimento, se avessi dovuto farmi travolgere da quella delusione e rinunciare o se mi potevo pure caricare di questo fardello e andare oltre.

Ho scelto la seconda, montare in groppa al cavallo delle fatalità e galoppare con sicurezza verso l’ignoto, mi son sentito Don Quijote.

 

Vista della casa museo Hendrik Christian Andersen. Ph Tollot.

 

È così che entro nella sala integra, quella “visitabile” e mi aggiro in mezzo alle opere, molte opere, principalmente sculture. Le guardo e mi piacciono, non tutte ma l’insieme è armonico, mi piacciono principalmente i volti e le pose, mi distraggo e penso alla modella che avrà posato per una scultura, mi soffermo sulla forma perfetta di due glutei, leggo una didascalia, non so chi sia, passo oltre. Prendo il cellulare e fotografo, cerco un’inquadratura, è tutto molto vicino, tante opere, metto il 0,5x, non mi riesce la foto e proseguo. Arrivo davanti a una delle due famose porte che davano sui lavori in corso. E lì mi fermo.

 

Improvvisamente mi appare un’immagine che non mi aspettavo.

Poesia.

 

Ho il cellulare in mano e d’istinto fotografo quello che ho di fronte, ma questa volta con estrema soddisfazione. Da quella posizione posso vedere solo una sezione di opere e solo da quella specifica angolatura, non posso andare oltre, sembra di guardare dentro una teca, uno scrigno prezioso, vedo bene solamente una scultura di fronte a me, qualche dettaglio attorno e il resto è immaginazione. Ma tanto bastava per avere la sensazione netta di essere di fronte ad una vera e propria composizione.

 

Vista della casa museo Hendrik Christian Andersen. Ph Tollot.

 

Alcune opere sono libere, altre coperte da teli di nylon a protezione e sembrano bambini che giocano a fare i fantasmi. Ci sono stuccature fresche sui muri che interrompono la superficie creando uno sfondo pittorico astratto ma vibrante. Non ci sono operai perché è domenica quindi non capisco se sono le opere o se sono i muri ad essere l’oggetto del restauro, ma poco importa perchè quelle spatolate di calce o stucco mi sembrano giganteschi tratti di un altrettanto gigantesco pennello, messi ad arte sullo sfondo di un quadro.

E mi eccito ad ascoltare quella sensazione che mi attraversa misto tra il voyeurismo erotico e la curiosità da umarell di cantiere, e mi emoziono davvero.

 

Quella commistione di arte e cantiere mi ha fatto pensare a come sia bello a volte accogliere l’imprevisto e lasciarsi andare. Come l’estetica non sia per forza perfezione. Come sorprendersi sia vitale e salvifico.

 

Vista della casa museo Hendrik Christian Andersen. Ph Tollot.

 

Cromaticamente era tutto perfetto, il candore dei gessi, la trasparenza dei teli, il bianco delle stuccature sul muro grigio chiaro, la luce naturale che filtrava dalle vetrate, i pannelli di cartone a terra intervallati dallo scotch leggermente più scuro, il contrasto lieve dei materiali di legno a sostegno delle basi delle sculture.

Tutto perfettamente armonico ed equilibrato, mi ha fatto pensare che fosse quasi voluto, che ci fosse un disegno divino che aveva scelto tutto.

Il fatto poi che nessun altro avventore all’infuori di me fosse presente ha reso magica la situazione e mi son concesso un momento di stallo e di profondità. Ho voluto per un momento pensare che l’operaio che stava lavorando a quel restauro ci avesse pensato, che la sua sensibilità fosse l’artefice di quella meraviglia e che c’è del magico anche quando fai qualcosa che nessuno apparentemente dovrebbe guardare perché è parte di un processo più grande.

Mi sono ritrovato a chiedermi se è davvero il fine ultimo di un’azione la parte più importante o se nascoste in mezzo al percorso ci fossero altri step altrettanto illuminati ed illuminanti.

Faccio fatica a lasciare andare quella visione ma mi convinco e proseguo. Vado verso il secondo piano e proprio sulle scale c’è la finestra aperta che dà sullo spazio in restauro e così posso di nuovo fermarmi a contemplare dall’alto quella stanza e questa volta a sedermi.

 

Vista della casa museo Hendrik Christian Andersen. Ph Tollot.

 

C’è una statua in particolare che avevo già notato prima ma che da qui vedo meglio. La sua posa è tesa verso l’alto, le braccia aperte al cielo in opposizione alle gambe slanciate ed aperte come a balzare in avanti. Alle mani due putti o due bimbi tenuti come fossero due frutti da cogliere da un albero o al contrario due uccelli da accompagnare verso il volo, il volto di lei sorridente rivolto verso l’infinito.

Ecco lei in quella posa estatica, slanciata e tesa verso il cielo, come altre sculture era coperta dal telo di nylon, ma più delle altre dialogava con quell’elemento estraneo e ai miei occhi lo sublimava.

Questo contrasto tra slancio e ostacolo, sacro e profano, opera e operatività, era pieno di poesia, carico di simboli ed ha attivato una serie di cortocircuiti nel mio pensiero.

Tutto ciò che mi aveva portato a godere di quel momento era forse frutto di un insieme concatenato di azioni e riflessioni accumulate nel tempo.

Mi sono chiesto, quante volte nella vita ci capita di programmare una cosa ed essa esce diversa da come avevamo programmato?

Quante volte quando qualcosa non va come “dovrebbe” ci siamo detti che non andava bene? E quante volte abbiamo al contrario lasciato da parte il giudizio ed abbracciato l’imprevisto?

Quante volte ci siamo sentiti sotto un velo che dovrebbe proteggerci ma poi ci imprigiona? E quante altre invece ci ha protetto davvero e ci ha schermato dagli agenti esterni?

Quante volte abbiamo goduto dell’estetica di qualcosa che non era destinato ad essere visto ma che ai nostri occhi era perfetto così com’era?

Bene, in quel momento di estasi ero davvero felice di aver superato lo scoglio e di essere entrato a vedere la mostra perché quelle figure sospese nel tempo e nello spazio mi sembravano più opere così che non nel loro stato originario, mi hanno dato la possibilità di attivare pensieri profondi che non avevo percorso da un po’ di tempo.

 

Vista della casa museo Hendrik Christian Andersen. Ph Tollot.

 

Cosa rende un’esperienza perfetta? La sua adesione ai canoni o la sua capacità di aprire porte socchiuse e pensieri assopiti?

Quei teli che sembravano profanare la sacralità del museo e che la signora all’entrata aveva descritto implicitamente come una disgrazia erano in realtà il velo di Maya che nasconde la vera essenza della realtà e del momento che stavo vivendo. O perlomeno ai miei occhi è sembrato questo.

Non erano più opere ma erano veicoli di sogni, erano spose all’altare, opere di Christo, carne sottovuoto da cucinare lentamente, erano portali per l’immaginifico, macchine del tempo, teche di cristallo.

Mi sono ritrovato a sognare uno spazio dove concedersi riflessioni di questo tipo, che credo ognuno di noi a modo suo vive e attraversa, ed ho iniziato subito a pensare che avrei voluto parlarne, anzi scriverne, da semplice fruitore e cercare di trasmettere in narrativa come per me l’arte sia stata e sia salvifica e come la creatività abbia la capacità di vibrare sottopelle e nutrire ogni poro della nostra anima. Ma soprattutto come qualcosa di avulso all’arte possa a volte creare connessioni profonde e generare scambi di energia perfettamente allineati all’arte stessa, energia che solo la curiosità può muovere.

 

E ora chiedo a voi, qual è l’ultima volta che vi siete stupiti di fronte all’imprevisto e avete goduto della sua estetica?

 

Mi sono ritrovato a sognare un mondo dove anche i cantieri hanno un progettista apposito per studiare che siano esteticamente interessanti in base al contesto in cui sono ubicati, o perlomeno mi sono divertito a pensarlo.

 

Il mio tentativo in questa rubrica sarà quello di creare un campo nuovo e neutro dove posare sguardi, si spera inediti, e stimolare dialoghi e connessioni latenti senza nessun apparente scopo o ritorno. Cercare legami possibili ma soprattutto possibilistici, panorami sconfinati per cercare di alleggerire il dogma dell’arte e provare a riconsegnarla alla nostra esperienza di fruitori.

Da fruitore e non critico, da creativo e a volte creatore, da umano e non macchina, da persona fallibile e non impeccabile.

Nella vita in realtà mi occupo di tessuti, di vestiti, di progetti d’abbigliamento ed ho cercato di capire perché avessi avuto l’urgenza di scrivere di questa esperienza. Mi son risposto che la mia passione nel “vestire”, sia esso una persona, un oggetto o un significato, è sempre stata una costante e che quindi potevo anche concedermi il lusso di provarci con le parole.

Di fatto questo primo episodio parla proprio di questo, lasciarsi andare ed accogliere l’ignoto, e così ho fatto.

 

Un esperimento che, come sempre, consegna al lettore l’usufrutto e all’autore la nuda proprietà.