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KEBASTARD e il Mediterraneo che ci somiglia

A Catania apre uno spazio che usa il cibo come linguaggio e l’architettura come dispositivo culturale

 

Il 27 maggio apre KEBASTARD, nuovo progetto di Andrea Graziano e Abdallah Dadi nel cuore di Catania. Ma ridurlo all’ennesimo format food sarebbe un errore. Dentro piazza Giuseppe Sciuti ho visto piuttosto un luogo che prova a raccontare il Mediterraneo contemporaneo: ibrido, stratificato, irrisolto. Un posto dove il kebab smette di essere fast food e torna a essere gesto ancestrale, attraversamento culturale, memoria condivisa.

 

Andrea Graziano e Abdallah Dadi.

 

Il Mediterraneo come biografia

Oggi il Mediterraneo è una parola che contiene immagini contraddittorie. Vacanza e frontiera, accoglienza e conflitto, turismo e migrazione. È un concetto che negli ultimi anni si è caricato di memoria collettiva: attraversamenti, crisi identitarie, mescolanze culturali, paure, convivenze forzate.

La storia di Abdallah Dadi, arrivato dalla Tunisia da minorenne, in fuga dal regime di Ben Ali, non viene usata come storytelling decorativo. È il centro politico ed emotivo del progetto. E si sente. Nelle sue parole sul fuoco, sul pane, sulla cucina come lingua senza traduzione, c’è qualcosa che va oltre la retorica dell’inclusione. È una storia di incontro, confronto, riscatto: è una storia positiva.

Qui il cibo non serve a semplificare le differenze ma a metterle in relazione.
Il menù attraversa quattro continenti ma trova una grammatica comune nello spiedo, nella brace, nella panificazione manuale. Yakitori, shawarma, gyros, tacos, arrosticini: apparentemente lontani, ma uniti da tecniche antiche che appartengono a popoli diversi da secoli. È quasi un lavoro antropologico prima ancora che gastronomico.

E in fondo la Sicilia è sempre stata questo: un luogo dove le culture non si fondono davvero mai, ma imparano a convivere lasciando tracce reciproche.

 

 

Un locale che racconta anche senza parlare

La cosa più interessante, però, è che KEBASTARD non affida tutto al piatto.
L’interior firmato da Fatima Costa evita la trappola estetica del “mediorientale contemporaneo” da Pinterest e lavora invece per stratificazioni culturali. Geometrie pop, artigianato, tubi industriali, mercati di spezie evocati nei lampadari, simboli islamici, mani che emergono dalle pareti curve. Lo spazio diventa narrazione fisica.

Non c’è una cultura dominante che ingloba le altre. Ogni elemento mantiene il proprio accento. È una scelta importante in un momento in cui tanti locali sembrano progettati per essere immediatamente instagrammabili e universalmente digeribili.
Qui invece rimane qualcosa di ambiguo, quasi ruvido. E funziona proprio per questo.

Durante l’inaugurazione questa idea è diventata persino corpo. A un certo punto una performance di danza hip hop ha attraversato la piazza su cui si affaccia il locale simulando l’inizio di una rissa: tensione improvvisa, urti, sguardi duri, caos apparente. Poi, lentamente, quel conflitto si è trasformato in una coreografia collettiva, un’esplosione di corpi in movimento sincronizzati dentro lo stesso spazio.

Ed è stato impossibile non leggerlo come una dichiarazione di intenti.
Perché KEBASTARD lavora esattamente su questa soglia: il punto in cui ciò che sembra scontro diventa linguaggio comune. È una dinamica profondamente mediterranea e profondamente urbana. Le città di mare funzionano così da sempre: attrito, attraversamento, contaminazione continua.

Anche dal punto di vista antropologico la scelta è significativa. L’hip hop nasce storicamente come estetica periferica, linguaggio di comunità marginali che trasformano conflitto sociale e occupazione dello spazio in gesto creativo. Portarlo dentro un locale che riflette sulle migrazioni, sulle identità ibride e sulle culture popolari significa trasformare l’inaugurazione in un atto coerente col concept stesso del progetto.

 

Nulla qui sembra pensato solo per decorare. L’estetica diventa presa di posizione culturale. Le superfici curve, i simboli, i materiali industriali, il richiamo ai mercati, persino la scelta di lasciare convivere elementi apparentemente inconciliabili raccontano un Mediterraneo contemporaneo che non cerca armonia perfetta ma equilibrio dentro la complessità.

È forse questo che intercetta KEBASTARD: uno dei temi chiave del presente.
L’idea che l’identità oggi non sia più qualcosa di fisso o puro, ma una continua negoziazione tra appartenenze differenti. E che i luoghi più interessanti siano proprio quelli capaci di rendere visibile questa tensione senza sterilizzarla.

Anche le saracinesche illustrate da Chiara Abramo partecipano al racconto urbano. Non sono semplice decorazione: trasformano la facciata in una soglia narrativa dentro una piazza che sta lentamente ridefinendo la propria identità.

 

 

Restituire complessità al cibo popolare

Mi interessa molto quando un progetto prende un cibo considerato “minore” e gli restituisce profondità culturale.

Il kebab in Italia è stato spesso relegato a consumo notturno, veloce, quasi invisibile socialmente. KEBASTARD prova invece a ribaltare quella percezione senza snaturarlo o gourmetizzarlo artificialmente. Nessun servizio al tavolo, formato asciutto, ritualità semplice. Si ordina, si aspetta, si mangia.

Ma dietro c’è studio vero: carni halal italiane, marinature, pita tirata a mano, ingredienti siciliani che dialogano con spezie mediorientali. Non una fusion di maniera ma un lavoro sulle radici comuni del Mediterraneo.

Ed è forse questo il punto più forte del progetto: ricordarci che il Mediterraneo non è una cartolina estetica ma un sistema di migrazioni, contaminazioni e sopravvivenze reciproche.

 

Un posto necessario

Negli ultimi anni molti spazi food hanno inseguito l’esperienza. KEBASTARD sembra inseguire invece una presa di posizione.
Non perfetta, non neutrale, non addomesticata.

Ed è raro trovare a Catania un luogo che usi insieme gastronomia, design, arte e architettura per costruire un discorso coerente sull’identità contemporanea. Qui il cibo è solo il punto d’ingresso. Il vero tema è cosa succede quando culture diverse smettono di essere “trend” e iniziano davvero a condividere lo stesso spazio.

Il punto non è nobilitare il kebab. È restituirgli complessità.
E forse è proprio questo il gesto più contemporaneo del progetto: ricordarci che il cibo popolare contiene già dentro di sé storie di migrazioni, commerci, contaminazioni e sopravvivenze reciproche.

 

L’inaugurazione

 

Catania e i nuovi spazi ibridi

Negli ultimi anni Catania sta lentamente diventando qualcosa di diverso da quello che racconta di sé. Accanto alla retorica eterna della città barocca e vulcanica stanno emergendo spazi ibridi dove design, arte, musica e cibo iniziano a dialogare in modo più consapevole.

KEBASTARD sembra inserirsi esattamente dentro questa traiettoria. Non solo locale, non solo format gastronomico, ma spazio che prova a costruire una relazione emotiva con chi lo attraversa.

Ed è forse questo l’aspetto più riuscito del progetto: l’idea che oggi l’ospitalità non significhi semplicemente servire del cibo, ma creare luoghi in cui culture diverse possano riconoscersi senza smettere di essere differenti.

In fondo il Mediterraneo funziona così da sempre. Non come fusione perfetta, ma come convivenza continua di identità in movimento.