Conversazioni digitali

L’avveniristico design anfibio di Vincenzo Castellana

di Alessandra Tomasello

 

Intuizione lungimirante di una prospettiva progressista: non è forse questo il design? Il tentativo di proiezione di possibili soluzioni abitative si pone quale presupposto per la produzione di oggetti che completano e danno significato al nostro vissuto nella concezione di utilità ed estetica. Ma la sfida a cui oggi il design contemporaneo prova a rispondere è lo sconfinamento in una realtà dai doppi tratti. Così è posto in essere un cambiamento delle azioni umane che necessitano una rivalutazione in termini di progettazione.
Il modello fondante di tale previsione viene pensato e compiuto dall’architetto e designer Vincenzo Castellana. Docente di Design strategico presso il corso di laurea in Disegno industriale e comunicazione visiva all’Accademia Abadir – Design e Cominucazione Visiva di Catania e nel master di Design Management presso la IULM a Milano, socio fondatore della delegazione ADI, ha recentemente ricevuto la prestigiosa menzione d’onore del Compasso d’oro, come art director, per il brand siciliano Desine. Parliamo con lui di direzione artistica (con il nuovo progetto Orografie), di storia del design, di peculiarità territoriale e di sistema produttivo.

 

 

 

Mi piacerebbe iniziare partendo dalle tue riflessioni sul concetto di design che dichiari nel tuo concept ideativo #Per abitare dentro le cose. “Progettare è un tentativo di flessione. Misurare questo tentativo lungo una diagonale, nel rispetto delle cose, ridefinisce lo spazio che ci circonda”. Un assunto di matrice antropologica dove la relazione tra oggetto e uomo è fortemente radicata.

Parlo di progetto e di cultura del progetto perché tendenzialmente non faccio molta differenza tra il vivere e il potere prevedere la quotidianità. Vedere il contemporaneo, prevedere e far vedere sono i tre passaggi che riguardano le cose in genere, pensate su scale differenti, dall’oggetto quotidiano al paesaggio domestico o urbano. Per intenderci, tutto quello che soddisfa i nostri bisogni. Cosa c’è in mezzo tra il tronco e la seduta spietatamente funzionale o tra la ruota e le innumerevoli automobili che possiamo acquistare? Vi è un processo di significazione importante che ha variato il rapporto tra desiderio e godimento di aristotelica memoria con una sorta di circolarità continua. Si è generata l’esigenza di soddisfare un desiderio che non è più solo quello fisico. Tolti i bisogni primari, ricordando la piramide di Maslow, in realtà tutto il resto non è una necessità, ma lo diventa perché il nostro rapporto con le cose ha subito un processo di maturazione psicologica, oltre che materiale. Il desiderio si carica e diventa godimento quando l’atto di sedersi, per esempio, risponde anche a un’ambizione di status, di bellezza, di significato e non solo ad un’urgenza. Da anni sto portando avanti una ricerca con i miei studenti nella quale proviamo a definire la possibilità che esista un’etimologia dell’oggetto, così come esiste certamente un’etimologia della parola, attuata in quel rapporto tra segno e significato. Se ci riflettiamo, oggetto e parola non sono due dimensioni distanti, perchè a un’evoluzione linguistica ha fatto da sfondo un’evoluzione degli oggetti con questo rincorrersi che si crea tra desiderio e godimento. E il desiderio di comunicare ha portato ad esprimere quelle sfumature stilistiche su un oggetto che non deve solo farci sedere o farci spostare. Progettare è sapere guardare oltre il presente, in maniera avveniristica. Quando mi riferisco alla flessione e alla diagonale, quella per me è la modalità attraverso la quale arrivo al processo. Per dirla alla Mondrian o alla Teo Van Doesburg, una diagonale fluida che ha come inizio una consistenza di riflessione, ma che si spinge verso una tensione funzionale al bisogno dell’uomo.

 

Dunque, come tu specifichi, si parla di complemento oggetto. Significato e complementarietà si fondono in un unicum.

Sì, io ho costruito questo percorso legato alla semiotica applicata proprio a partire dalle riflessioni di Charles Sanders Pierce e poi ereditate da Umberto Eco, trasformate nella mia prospettiva finale in una considerazione di ordine prossemico, dove il rapporto significato-significante, oggetto-soggetto stanno dentro uno spazio, dentro un tempo in una complementarietà inevitabile.

 

Come si coniugano i due ambiti di architettura e design nel processo di progettazione?

Io vivo questa doppia anima da progettista. Mi sono laureato in progettazione architettonica alla facoltà di architettura dell’Università di Palermo e, mentre ero studente, facevo già il grafico; il design è stata una strada parallela. Da piccolo giocavo con trafori, martelli, mi ponevo con gioia al problema di come fossero fatte le cose e quindi le smontavo immediatamente. La scuola italiana ha sempre separato i due rami di studio, un percorso che è arrivato solo negli anni Ottanta. Invece, già nel secondo dopoguerra, il design italiano ha costituito la nave maestra, il capostipite, l’avamposto di tutto il design internazionale, accompagnato contemporaneamente da alcuni eventi del nord Europa, come quello di Artek con Alvar Aalto, che avevano già commisurato il rapporto dell’essere progettista architettonico e l’essere progettista di un oggetto. Motivo per il quale i designer di allora erano prevalentemente di scuola milanese, penso ai vari Castiglione, Marco Zanuso, Cini Boeri, Vico Magistretti, contattati da quelle aziende che stavano nascendo o meglio si stavano convertendo rispetto a una produzione legata alla fabbricazione bellica e che affrontavano il progetto come approccio metodologico. La mia attitudine al metodo è praticamente la stessa, riassunta bene dall’espressione di Ernesto Nathan Rogers, «dal cucchiaio alla città» o del cosiddetto problem solving alla Bruno Munari. È chiaro che oggi più che mai dobbiamo prendere consapevolezza di vivere in un mondo liquido. Siamo in un’era che definirei post Bauman.
In questo discorso si inserisce tra l’altro un testo scritto da me e Domitilla Dardi, narratrice del progetto Orografie, in cui si definisce l’idea di design anfibio, condizione fondamentale attraverso la quale dare delle risposte in un mondo metà analogico e metà digitale. Sotto questo profilo dobbiamo costruire, progettare e definire nuove funzioni rispetto alla domanda di questa realtà contemporanea.

 

A questo punto mi volevo ricollegare alla realizzazione del progetto Desine. Come nasce e soprattutto qual è il rapporto tra l’artigianato e il territorio siciliano? Come valorizzare la specificità dei materiali?

La scala territoriale è fondamentale perché ha costituito da sempre una leva per la nostra Sicilia. Ora direi da circa cinque, sei anni a questa parte il trend del genius loci legato alla produzione è diventato moda e, nonostante un’importante mancanza della grande industria del manifatturiero, la nostra terra oggi si ritrova pronta a raccontare di design territoriale, grazie anche al raggiungimento di apprezzabili riconoscimenti. Tutto quello che noi professionisti del settore utilizziamo come leve nel racconto e nella didattica ha raggiunto livelli invidiabili rispetto alla produzione internazionale. Si è acceso un occhio di bue sulla Sicilia, siamo seguiti a vista perché abbiamo espresso negli ultimi anni una ricerca didattica, mi riferisco in particolare all’esperienza di Abadir. Nell’ambito degli esperimenti legati al manifatturiero, il design sta acquisendo un grado di serialità e si sta dirigendo verso un carattere editoriale. Il progetto Desine ha avuto inizio nel 2016 e non a caso ha ricevuto una menzione d’onore dalla commissione internazionale e il compasso d’oro in quanto, da azienda attiva sul territorio da venticinque anni, ha saputo intravedere uno spin off, voltando completamente pagina verso un percorso design oriented. Il passaggio dalla produzione di processo a quella seriale non è legato soltanto alla capacità produttiva, ma anche alla costruzione di una serie di valori che sappiano ottimizzare la qualità del prodotto. Si considera la creazione di un sistema design che, come insegno sempre ai miei ragazzi, guarda al piano di comunicazione, all’ideazione del packaging, alle strategie di digital e di marketing.

 

Parliamo dei “Dialoghi materici”, talk creato ed indirizzato ai tuoi studenti della cattedra di Design Strategico, tenuta all’accademia Abadir. Che cos’è il design strategico e cos’è la materia per te?

Vale la pena citare l’origine di questo percorso, un po’ per collegarmi anche a quell’aspetto che riguardava il design non come indirizzo specifico, ma come attitudine. Sono il socio più anziano dal punto di vista della quantità di anni di iscrizione ad ADI, Associazione per il Disegno Industriale, perchè mi sono iscritto già durante l’università. Dopo una serie di vicissitudini, nel 2007 ho ricevuto una prima nomination al compasso d’oro per un’attività laboratoriale tenuta con un’associazione che ai tempi si chiamava “Laboratorio permanente: il pesce a tavola”. Il brief, su cui dovevano lavorare i giovani progettisti, si basava sulla preparazione di pietanze raccontate nel trattato del IV a. C. del greco Archestrato da Gela. Ringrazio, a tal proposito, il supporto intellettuale, nonché l’aiuto nella traduzione della professoressa Salvina Fiorilla, archeologa medievista, e di Silvana Grasso, che si sono occupate del moadboard dei contenuti. Per quell’occasione, l’allora presidente nazionale, Carlo Forcolini, mi invitò a mettere in piedi la delegazione, costituita poi nel 2008 con il luminare e all’epoca docente ordinario della cattedra di design a Palermo, Vanni Pasca. Durante il discorso di insediamento della mia presidenza ho citato il primo capitolo della “Storia del Design Italiano” di Renato De Fusco, affermando, con grande stupore degli astanti, che in ambito europeo gli inizi del design furono a Palermo con l’esperienza di Ducrot-Basile, in quella Palermo Liberty dove si sperimentò il processo industriale non solo per il tonno con i Florio, ma anche per le sedute, le consolle d’ingresso, realizzate con il castagno dell’Etna. È facile oggi poter sostenere che esiste una prosecutio naturale in questo discorso e, anzi, dobbiamo ricordare il passato per attuare tale propensione. Da qui, arrivò poi la costituzione con Vanni Pasca della cattedra di Design Strategico, di cui ho il piacere e l’onore di tenere all’Accademia Abadir, che ha l’intento di scoperchiare valori e talenti in giro per la Sicilia. Uno stimolo fondamentale da un punto di vista sistemico è proprio il design strategico perché, se è vero che i valori in ambito progettuale e produttivo ci sono stati e ci sono, l’esigenza è di trasformare quel sistema, a cui facevo menzione, in progetto. Si tratta di una declinazione immediata del processo di art direction dentro un’azienda, che ha come catena di montaggio l’ideazione del prodotto, la sua attuazione, la vendita ed il consumo. Per dirlo con una frase, il design strategico progetta il processo e si occupa di tutti gli elementi della sequenza.

 

Come concepisci allora la direzione artistica?

Da tredici anni collaboro con Moak e seguo diverse aziende di food. In questo momento mi sto occupando però della direzione artistica dell’azienda catanese Orografie, di cui è a capo l’imprenditrice catanese Giulia Bertolini. Insieme abbiamo costruito il brief e lo abbiamo consegnato a un blocco di progettisti milanesi, ad uno di designers siciliani e a uno più piccolo, derivato da una selezione avvenuta durante il workshop all’interno dell’unica fiera di design fisica svoltasi nell’ottobre 2020, EDIT Napoli. Abbiamo scelto tre giovanissimi che stanno lavorando a tre progetti. Ritengo fondamentale una visione integrante dell’art direction, concepita quale principio imprescindibile dalla mia ricerca accademica, professionale e culturale. Su questo brand provo a far emergere il design anfibio, questo scenario metà acqua e metà terra, e i nuovi oggetti della contemporaneità del domani. I progettisti con la loro sensibilità e la loro ricerca sposano l’approccio culturale dell’azienda, il cui esito definitivo si configurerà nella presentazione a fine anno della collezione e del catalogo.

 

La domanda sorge spontanea, come avviene la selezione degli oggetti?

L’art director, oltre a dover scrivere il brief, si occupa anche della selezione dei progettisti. Per cui in relazione al brief, tu hai l’obbligo, così come un regista lo ha rispetto alla sceneggiatura nel selezionare quegli attori, non perchè siano i più bravi in assoluto nello scenario possibile, ma perchè ritieni che possano dare una risposta più aderente alla sceneggiatura. Così succede anche nella selezione dei progettisti, che dovranno lavorare a quel progetto e poi far parte di quel catalogo. Rispetto alle innumerevoli amicizie, che ho maturato su scala nazionale e non solo, i quattro milanesi sono stati scelti a priori per attitudine rispetto alla idea che stavamo costruendo. Infatti, oggi quello che stiamo mettendo in campo sono gli esiti, le risposte che sono state date e il loro personale e singolo apporto.

 

Cosa designa per te progettare?

Il progettista, l’etimologia del termine progetto è proiectus, prova a vedere in avanti, ma provare a vedere in avanti non vuol dire soltanto capire quale possa essere la risposta a una domanda che il mercato ti pone. Spesso deve essere quello di fare una domanda che ancora non è arrivata e questo è un problema più delicato. Progettare con questo tipo di approccio è complicatissimo, perchè ti obbliga ad essere un profondo conoscitore della cultura del contemporaneo. Non devi conoscere i trend, perchè sono già in corso, ma devi comprendere quali possano essere le dinamiche legate ai bisogni del futuro. Questo significa avere un approccio culturale che non può avere pregiudizi. Poter intravedere azioni, comportamenti e forse anche rituali del futuro, per i quali sarà necessario un nuovo oggetto e, di conseguenza, una nuova funzione nella definizione del tempo di una quotidianità che varia. Dunque spingersi oltre. Due progetti della collezione Desine, che ho messo a punto io, sono Brunch, tavolo che cambia livello, Oral-tempo con la corona circolare, che fa da prolunga e da orologio. L’oggetto cerca di rispondere a funzioni differenti come fondamento di decodificazione di operazioni future.

 

E a proposito di futuro, quali saranno le prossime mosse?

Innanzitutto il lancio della collezione di Orografie a Milano e a Catania e da un punto di vista didattico stiamo attivando un percorso di ricerca con Moak. Sei tesisti stanno lavorando alla ridefinizione del rituale del caffè rispetto a uno scenario domestico futuribile. Parole chiave: innovazione, nuovi comportamenti e nuove consuetudini.

 

 

In copertina:

Designer Vincenzo Castellana
BRUNCH
Funzione: Tavolo table
Dimensioni: lxpxh 125,8x 90x 75 cm
Materiali e finiture: piano orizzontale in tamburato laccato
gambe e cremagliera in massello di faggio