INTERVISTA A GIUSI DIANA

di Giuseppe Mendolia Calella

Chi è Giusi Diana?

Una che coltiva caparbiamente un insano rapporto di odio/amore nei confronti di artisti e affini, e trova deprimenti termini come industria culturale e international (star, system, artist, etc.).

Da quanto tempo fai il curatore e qual’ è stato il tuo iter formativo e lavorativo?

Sono passati ormai parecchi anni dai primi passi mossi in una direzione che mi ha sempre affascinata, quella di esplorare la creatività umana mentre si manifesta, adoperandomi per creare le condizioni che favoriscono un tale misterioso processo e leggendolo (da storica, oltre che da critica) all’interno del contesto: sociale, economico, culturale –  in cui accade. La mia è una formazione “classica” da storica dell’arte, compiuta tra le Università di Palermo, dove mi sono laureata con una tesi sul simbolismo astratto di Barnett Newman, e Siena dove mi sono specializzata con Enrico Crispolti. Le occasioni di lavoro sono state spesso frutto di una serie di incontri fortunati (come spesso accade) con persone che condividono con me la mia stessa passione per l’arte e che mi hanno dato la possibiltà di mettermi in gioco.

Qual è il ruolo del curatore oggi e quale si accinge a ricoprire, secondo te, in futuro all’interno del “sistema dell’arte”?

Stiamo attraversando un momento storico davvero cruciale, una di quelle fasi di passaggio che fanno da cesura tra un prima e un poi, nettamente riconoscibili. L’egemonia economica e politica (e dunque culturale) del modello capitalista anglo-americano è in sofferenza e nuove potenze si stanno affermando sulla scena globale, hanno sete di potere ma anche di manifesti simboli di un’ egemonia culturale. I curatori del futuro verranno sempre di più dall’oriente, mentre per l’Europa e l’Italia mi auguro che ad occuparsi d’arte ci siano sempre meno curators e sempre più critici e filosofi, che ci sia uno scatto di orgoglio e si torni alle vecchie diatribe tra le scuole di pensiero, a più visioni dell’arte, insomma ad un reale esercizio di riflessione critica su base estetica e non economica, come è avvenuto finora. Forse la crisi non è solo un male.

 

Quali caratteristiche sono indispensabili per fare questo lavoro?

Tante e diverse tra di loro, ma l’istinto e l’intuito sono doti fondamentali, quanto la conoscenza  e la capacità  analitica, quando devi interpretare fenomeni in rapido divenire (il processo creativo stesso, unito alla motilità della sensibilità artistica), cercando però direttrici che li colleghino al mondo, giocando possibilmente d’anticipo sulle linee evolutive del presente. Insomma bisogna essere connessi contemporaneamente con quel microcosmo che è la sensibilità dell’artista, e con quella più vasta area che è la sensibilità collettiva che si incarna poi nel pubblico di un determinato contesto. Non credo nelle mostre che vanno in tour come le rockstar, buone per ogni occasione.

Credi che il ruolo del curatore sia trasversalmente riconosciuto? Perché?

A mio avviso la figura del curatore d’arte è sempre esistita, se diamo al termine l’accezione di un compagno di strada, di uno che si rende complice dell’artista, di un sodale nell’elaborazione di pratiche e teorie estetiche a sostegno di correnti artistiche, penso a Tzara, Breton, Marinetti; altro fenomeno è poi la professionalizzazione progressiva di questa figura che un tempo era quella di un intellettuale curioso e versatile, fine conoscitore d’arte, e che già a partire dagli anni ’70, ma soprattutto a metà degli anni ’90 con l’aumento della richiesta da parte del mercato di mostre d’arte contemporanea, si è via via sminuita fino a coincidere spesso con  un mero organizzatore di mostre e procacciatore di sponsors. E’ stato il momento in cui nell’immaginario collettivo la cosìdetta Arte Contemporanea e i suoi protagonisti hanno iniziato a contendere spazi, nei media generalisti, al mondo della Moda, diventando un prodotto di tendenza e un globale fenomeno di costume.

Quando curi una mostra da cosa parti? Come scegli gli artisti, il tema, ecc? Spiegaci, per sommi capi, il tuo metodo di lavoro.

Parto ogni volta da zero, cerco di sorprendermi io per prima; ogni mostra, ma meglio sarebbe dire ogni progetto deve essere un’occasione unica, irripetibile, per rendere concreto un piccolo miracolo, in cui al centro di tutto c’è sempre l’opera. E non a caso dico questo, credo che la grande assente in questo momento storico sia proprio l’opera d’arte, è cresciuto il mercato è cresciuto il sistema, è cresciuto pure il pubblico, ma ormai si guarda troppo al nome dell’artista e troppo poco al valore intrinseco della sua attività estetica. Il mercato ha falsato completamente il sistema di valori di riferimento e speriamo che la crisi funga da normalizzatore.

Parlaci di un progetto e/o di un incontro, per te,  significativo (in positivo o in negativo)?

Ogni progetto lo considero un unicum, per la possibilità che ti da di interagire con ciascun artista e il suo immaginario, in relazione ad un luogo che ha una propria anima, una propria storia, e soprattutto a contatto con un pubblico nuovo, in questo senso gli spazi  dove esporre sono davvero importanti. La mostra di Nicola Pucci al Museo Bilotti di Roma è stata particolarmente interessante, anche per la relazione che si è creata tra i dipinti e la splendida architettura dell’Aranciera di Villa Borghese. Come ho trovato perfetta per i delicati lavori di Vito Stassi la dimensione intima e il gusto retrò dell’appartamento privato trasformato nella galleria Nuvole di Palermo. Di solito mi piace lavorare dentro spazi che non hanno una  mera funzione espositiva, interpretandoli, in questo caso le mostre al Laboratorio Zeta e al Centro Santa Chiara di Palermo erano emblematiche di quella prossimità tra arte e vita che andava incoraggiata e resa manifesta. Di recente tanti  incontri significativi sono poi avvenuti dentro l’Agorà di Sebastiano Mortellaro presso Bocs a Catania, un progetto di arte relazionale emotivamente molto intenso e ricco di stimoli.

Progetti futuri?

Sto lavorando ad un progetto di residenze d’artista in un luogo davvero unico, ma sono scaramantica non aggiungo altro.

Un consiglio a chi voglia intraprendere questa professione?

Come mi disse una volta Gillo Dorfles: non chiedere mai consigli a nessuno.

 


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( a ) Vito Stassi- Phalaenopsis, Galleria Nuvole- Palermo – photo Fabio Sgroi
( b ) Sebastiano Mortellaro-Agorà, BOCS-Catania