L’estetica del consumismo tra le utopie architettoniche:
500 di Flavio Favelli
Visitando Gibellina per la prima volta, ciò che colpisce il mio sguardo immediatamente sono le geometrie dall’aura ultraterrena delle sculture monumentali che “abitano” la cittadina – ogni materiale che le compone sembra possedere un proprio ritmo, come in una partitura musicale, nel costituire una consonanza di segnali visivi a rendere le sculture stesse come delle soglie con cui scandire e misurare lo spazio, quasi dei portali da attraversare e da esperienziare matericamente. Sono contenta di non esserci stata da piccola, perché ne avrei avuto un po’ paura. Da adulta invece, sono stata subito catturata dalla loro aura “stregata” e indimenticabile, oltre che dall’innegabile valore artistico.
In contrasto – ma lo è davvero? – col monumentalismo delle opere più iconiche della cittadina, in Piazza XV Gennaio l’opera 500 dell’artista Flavio Favelli (Firenze, 1967) sceglie invece di riconfigurare la superficie piana della parete tramite la pittura murale, giocando con i significati e le “sensazioni” enigmatiche e simboliche che una semplice banconota può provocare. Curata da Cristina Costanzo ed eseguita durante una residenza artistica a Gibellina in occasione della nomina della città a Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026, l’opera ricostruisce e dialoga con una parte della storia culturale e sociale italiana tramite l’elemento delle banconote, oggetti di uso quotidiano manipolati rapidamente, spesso senza che i fruitori si soffermino realmente sulle immagini che veicolano.
Nell’opera di Favelli, le banconote diventano protagoniste non a caso: sin dall’antichità, le forme con cui ha circolato il denaro hanno sempre veicolato un linguaggio proprio e uno specifico simbolismo, sia che fosse l’espressione del potere governativo dell’epoca, sia che dovesse rimarcarne l’identità precisa e i valori fondativi, costruendo così una solida tradizione iconografica, dalla rappresentazione delle divinità alla raffigurazione dei personaggi illustri.
Di conseguenza, anche grazie alla fondazione di istituti come la Scuola dell’Arte della Medaglia, ammirando l’opera di Favelli mi viene facile realizzare come la cartamoneta italiana abbia mantenuto nei secoli un’innegabile bellezza e una propria artisticità, artisticità che però mantiene una sfumatura ambigua, quasi “oscura” e subdola, nel suo tentare di legare l’arte al simbolo del consumismo per eccellenza, il denaro. Quasi come se la loro bellezza estetica espiasse gli aspetti negativi della loro circolazione. E, al contempo, il rappresentare certi simboli e personalità chiave della storia italiana trasforma tali oggetti in un piccolo archivio di storia sociale e culturale. La scelta di lavorare sull’estetica delle banconote diviene quindi cruciale per comprendere la poetica di Favelli: i suoi lavori partono sempre da qualcosa che esiste già, per poi trasformarla in una riflessione concettuale sul nostro stare al mondo, su chi eravamo e su chi siamo, e su come spesso percepiamo erroneamente l’arte come intoccabile e avulsa dalla vita reale.
Dal materialismo “sacro” al “sacro” materialismo
Quest’opera in particolare pone in un dialogo speculare la banconota da 500 mila lire, dedicata a Raffaello, e quella da 500 euro, rispettivamente la valuta in lire con la più bassa circolazione della storia e la valuta in euro dal valore più alto ma destinata a sparire, riprodotte sia nel recto che nel verso. Nella grafica in euro, il ritratto dell’artista rinascimentale lascia il posto ad architetture fittizie e astratte (con infrastrutture che sembrano rimandare al ponte di Messina), quasi a segnare il passaggio dal sentimento più artistico e trascendente alla concretezza fredda e pragmatica del denaro e della cultura capitalista. Un passaggio dallo spirituale al materiale che si ritrova nell’utilizzo stesso della superficie del muro: se in epoche antiche come quella medievale i soggetti delle pitture murali erano prevalentemente figure religiose, al fine di educare il popolo ai testi sacri e ai loro insegnamenti, in Favelli sono i soldi il perno della riflessione (scevra però da alcun intento moralista).
Mentre mi trovavo di fronte alle sue banconote dipinte, dalle dimensioni ingrandite e fuori scala, sembrava che loro mi guardassero a loro volta, come se mi stessero dicendo “se siamo noi ora i tuoi angeli custodi, guardaci in volto”. Quante volte abbiamo maledetto i soldi, solo perché non ce n’erano abbastanza. Altre volte, quando c’erano, li abbiamo benedetti. Al di là del messaggio dell’artista, l’opera concettuale di Favelli mi ha fatto riflettere ancora su quanto possa sembrare quasi buffo e contemporaneamente affascinante che su dei pezzi di carta e metallo possa reggersi un intero sistema civile-storico-culturale.
Nell’opera di Favelli, infatti, la visualità dell’oggetto banconota “deflagra” invadendo la parete grazie al radicale cambio di scala con cui il soggetto è copiato e riprodotto, costringendo lo spettatore a soffermarsi sulla densità grafica che le contraddistingue. Nell’approcciare l’opera dal vivo, la sensazione non è la stessa che ho provato davanti a lavori di street art, ma è più vicina a ciò che si prova ammirando una parete affrescata rinascimentale: qualcosa che sembra perfettamente chiaro, ma che allude a qualcosa di segreto, qualcosa che solo chi guarda l’opera realmente può – forse – cogliere.
Da oggetto tascabile ad architettura visiva
È così che le banconote di Favelli, se da un lato negano la monumentalità, preferendo la superficie piana, dall’altro la fanno propria, rendendo degli oggetti maneggevoli e tascabili qualcosa di impossibile da ignorare, espediente con cui l’artista intreccia l’imponente memoria collettiva con l’ordinarietà della vita domestica. E’ proprio quest’ultima, nelle opere di Favelli, a reggere e costruire la memoria collettiva, fatta di dettagli minuziosi ma significativi, di riferimenti autobiografici e di vicende familiari rappresentative della biografia dell’artista e del nostro paese, di cui il muro diviene la superficie emblematica: non murales ma muri dipinti, interventi che modificano la percezione dello spazio urbano tramite l’assemblaggio e il collage, stimolando il dibattito pubblico e creando un cortocircuito visivo nel respingere la frequente attitudine didascalica della street art.
Questa peculiarità delle opere di Favelli è richiamata dallo stesso atto del copiare/riprodurre oggetti di uso comune, poster pubblicitari, riviste, adesivi, a rendere arte le piccolezze del quotidiano, elementi apparentemente “innocui” ma che insieme portano con sé un intreccio di ricordi, di sogni, di desideri, di aspettative raggiunte e deluse.
I muri dipinti di Favelli ribaltano quindi la prospettiva sull’oggetto banconota enfatizzandone la visualità e spogliando la carta moneta dalla sua funzione transattiva, rivelandola come immagine: abbiamo sempre visto le banconote, ma raramente le abbiamo “guardate” davvero.













