EGERIA
Quando il respiro tiene in vita un ecosistema
Al Gazometro di Roma, l’installazione degli studenti di IED trasforma il pubblico in parte attiva di un ambiente che esiste soltanto finché qualcuno decide di prendersene cura.
Entrare in EGERIA significa rinunciare alla posizione dello spettatore per assumere quella, più instabile, di chi partecipa alla costruzione dell’opera. Presentata dal 10 al 12 luglio negli spazi del Gazometro di Roma, all’interno di Videocittà Watercult 2026, l’installazione realizzata dagli studenti dei corsi di Interactive Media Design e Sound Design di IED Roma intreccia mito, memoria e tecnologie interattive, trasformando la crisi ecologica in un’esperienza condivisa piuttosto che in una narrazione didascalica.
Un paesaggio che riaffiora dalla memoria
Il progetto prende avvio dal ninfeo dedicato alla ninfa Egeria nella Valle della Caffarella, luogo in cui il rapporto tra Roma e l’acqua conserva ancora una profonda stratificazione storica e simbolica. Questo riferimento, tuttavia, non viene tradotto in una ricostruzione filologica. Diventa piuttosto la condizione dalla quale prende forma un ambiente sospeso, nel quale videomapping, vegetazione digitale e paesaggio sonoro restituiscono l’impressione di una natura che lentamente riconquista lo spazio.
L’opera non rappresenta un ecosistema: ne costruisce la possibilità. La rovina diventa così un organismo in continua ridefinizione, capace di evocare non tanto un passato perduto quanto una diversa idea di futuro.
Quando il pubblico diventa infrastruttura dell’opera
È nel momento in cui il visitatore comprende che osservare non è sufficiente che il dispositivo rivela la propria natura. Lo spazio si attiva soltanto attraverso il respiro, la voce, il soffio. Dai microfoni emergono le Comene, presenze digitali che continuano a manifestarsi finché qualcuno alimenta la loro esistenza. Quando la partecipazione si interrompe, anche l’ambiente rallenta, le immagini si dissolvono e il ninfeo ritorna progressivamente al silenzio.
La responsabilità ecologica viene così tradotta in un gesto fisico, che il corpo comprende prima ancora dell’intelletto. L’interazione non rappresenta un espediente tecnologico, ma coincide con la struttura stessa dell’opera, trasformando il pubblico da osservatore a condizione necessaria della sua esistenza.
La formazione come pratica di ricerca
Sapere che EGERIA nasce all’interno di un percorso formativo dello IED Roma costituisce un ulteriore livello di lettura. Sotto la guida di Alice Felloni e Giulio Maresca, il gruppo evita uno dei rischi più frequenti delle installazioni interattive contemporanee: quello di ridurre la tecnologia a semplice dimostrazione delle proprie possibilità. Gli apparati digitali rimangono invece costantemente subordinati alla costruzione di una relazione tra spazio, immaginario e partecipazione.
L’opera funziona perché sposta il discorso dall’immagine dell’ecologia alla sua pratica. Non chiede al pubblico di interpretare un messaggio nascosto, ma di sperimentare una condizione nella quale ogni presenza modifica l’equilibrio complessivo del sistema.
La qualità più significativa di EGERIA risiede forse proprio in questo slittamento. In un momento in cui molta produzione artistica dedicata alla crisi ambientale rischia di limitarsi alla rappresentazione del problema, l’installazione sceglie di costruire un’esperienza nella quale un ecosistema sopravvive soltanto nella misura in cui una comunità continua a prendersene cura. Talvolta basta interrompere un gesto condiviso perché il paesaggio torni lentamente al silenzio; allo stesso modo, è sufficiente ricominciare perché possa nuovamente prendere forma.






