ART GENDER GAP
A cura di: Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta, Domenico de Chirico
08 marzo, ore 18:00 – 08 maggio 2026
In occasione della Giornata Internazionale della Donna
GAS – Galleria Andrea Sansovino
Palazzo Ciocchi di Monte, Chiesa di Santa Chiara, Cisterna rinascimentale
“Art Gender Gap” nasce come gesto pubblico e necessario: una mostra che pre- senta 51 opere di 40 artiste donne che, in epoche e linguaggi diversi, hanno attraversato e superato quel sistema di disuguaglianze – sociali, culturali, isti- tuzionali – che per secoli ha reso l’arte un orizzonte pressochè esclusivamente maschile.
Il gender gap non è stato soltanto un ritardo o mancanza di riconoscimento: è stato una struttura di esclusione. Esso ha limitato la possibilità stessa, per le donne, di formarsi, produrre, circolare, essere riconosciute. Il talento non è mai mancato: sono mancate le condizioni.
Per lungo tempo alle donne è stato impedito non solo di emergere ma persino di accedere agli strumenti della legittimazione artistica: botteghe, accademie, studio del nudo, committenze, viaggi, reti culturali e protezioni sociali. La sogge- zione femminile non era un fatto privato: era un ordine condiviso. Rosa Bonheur, grande artista francese, per arrivare alla fama meritata, ritenne opportuno ve- stire abiti maschili a significare come l’artista fosse percepito soltanto in forma virile e laddove, accidentalmente, non fosse stato uomo, almeno così sarebbe dovuto apparire.
A quanto sopra si aggiunge una ragione decisiva: l’arte è stata storicamente con- nessa al potere. Politica, armi e chiesa hanno guidato committenze e immagina- ri, trasformando l’arte in un linguaggio di rappresentazione e conferma dell’au- torità. In una società patriarcale, il potere è stato maschile e, di conseguenza, anche i canoni estetici e le gerarchie culturali si sono a quello conformati.
Per secoli, quindi, “femminile” nell’arte come nella vita, è divenuto sinonimo di debole, leggiadro, gentile: un’etichetta che confinava le donne alla decorazione, nell’armonia obbligata, nel privato, nella maternità come destino e non come scelta. Anche quando un’opera riusciva ad affermarsi, veniva spesso letta come eccezione o grazia, non come reale momento creativo.
L’Arte Contemporanea ha reso evidente ciò che oggi dovrebbe essere incontro- vertibile: l’arte non può avere canoni sessualmente distinti e discriminatori. Non perché le differenze e l’identità non abbiano un proprio valore ma perché a nes- suna forma di espressione e a nessun linguaggio può essere precluso di acce- dere alla sfera dell’arte. La contemporaneità ci ha insegnato come l’arte incida concretamente sulla storia, sul potere, sulle dimensioni soggettive e collettive e come essa, con il potere delle immagini e delle correlate emozioni, si faccia cor- po prima nell’artista e, quindi, nel fruitore. Questa mostra esprime il superamen- to di ogni distinzione basata sul sesso e sul genere. Non vi è più nessuno oggi che possa definire un’opera pittorica o comunque un’opera d’arte in relazione al genere di chi l’ha creata.
Oggi gli artisti, maschi o femmine, esprimono emozioni, disagio esistenziale, speranza, decadenza, progettualità, ferite, timori o espansione sentimentale in innumerevoli modi e con non definite modalità esecutive. L’arte di oggi non è influenzata dagli ormoni essendo essa precipuamente correlata all’elaborazione intellettuale e concettuale e, come tutti sappiamo o dovremmo sapere, i concetti non hanno sesso.
Del tutto recentemente le artiste hanno anche superato un altro gender gap: quello economico. Fino a pochi, pochi anni fa, le artiste raggiungevano quota- zioni apprezzabilmente inferiori agli artisti uomini parimenti apprezzati e con analoghi livelli di carriera. Oggi anche questo tipo di gender gap risulta, salvo deprecabili eccezioni, superato. Le artiste in mostra, ognuna nei propri ambiti, hanno innovato e costruito le basi per il superamento del gap.
Il percorso della mostra rende visibile questo passaggio attraverso opere che hanno segnato fratture e nuove aperture.
Con Carla Accardi, ad esempio, l’arte smette di essere solo superficie e diven- ta esperienza dello spazio: opere come la Triplice tenda trasformano l’opera in ambiente, in attraversamento, in presenza. È un gesto di autonomia: uscire dalla cornice significa anche sottrarsi a un canone che per secoli ha stabilito chi po- teva parlare e come.
Sonia Delaunay con opere come Prismes électriques porta energia urbana e ritmo nel cuore dell’avanguardia, dimostrando che l’innovazione non è territorio “maschile” ma linguaggio universale che conquista ed affascina.
Con Meret Oppenheim, il quotidiano domestico – storicamente associato al ruo- lo femminile – viene ribaltato e reso perturbante: Object (Le Déjeuner en fourru- re) spezza la passività del “femminile” e la trasforma in cortocircuito tra deside- rio, stereotipo e potere simbolico.
Le opere di Mona Hatoum trasformano l’intimità in azione politica. In Measures of Distance si intrecciano corpo, lingua, memoria e geografia, dimostrando che ciò che per secoli è stato relegato al privato può diventare un dispositivo critico di portata universale.
Tracey Emin allunga il passo, supera il confine della grazia e della leggiadria per aprire l’opera dell’artista alla vulnerabilità. My Bed porta in museo la fragilità, la depressione, l’eccesso di realtà. È una risposta netta a un’idea storica che vole- va le donne “composte” e l’arte “pulita”. Il dolore, il sesso diventano linguaggio, narrazione, materia estetica ma mai vergogna.
Con Pipilotti Rist, il gesto si fa liberatorio e spiazzante: in lavori come Ever Is Over All la femminilità non coincide con docilità; convive con energia, rottura, gioco, potenza. L’armonia non è più obbligo.
Sophie Calle trasforma l’esperienza personale in esperienza collettiva. In Take Care of Yourself una ferita privata diviene opera corale e pubblica. È un passaggio chiave: la storia emotiva, spesso sminuita come “faccenda femminile”, diventa metodo critico e dispositivo culturale.
ORLAN trasforma il corpo in un campo di battaglia teorico. I progetti legati a The Reincarnation of Saint ORLAN attaccano frontalmente i canoni estetici come strumenti di controllo. Qui il gender gap si mostra come costruzione culturale, non come natura.
Con Kiki Smith, figure e miti vengono ribaltati: in Lilith la donna non è musa né vittima ma presenza ambigua e forte, capace di restituire la paura storica del femminile autonomo e di rovesciarla in immagine.
Maria Lai intende l’arte come momento di coesione della comunità. Legarsi alla montagna afferma un’idea alternativa di potere culturale, non più fondato sulla sola committenza e sull’autorità ma sulla relazione e sulla costruzione condivi- sa di senso.
Con Gina Pane, infine, il corpo diventa lingua pubblica: in opere come Azione sentimentale non c’è “grazia” né decorazione ma una radicalità pari a qualunque avanguardia maschile. Il dolore non è rappresentato: è interrogato come fatto sociale, come ferita culturale.
E quando Candida Höfer fotografa biblioteche e istituzioni – come in Trinity Col- lege Library I – la bellezza dell’immagine contiene una domanda politica: chi ha avuto accesso a questi luoghi di sapere? chi è stato escluso? quali corpi sono stati autorizzati a stare dentro la storia?
“Art Gender Gap” è dunque anche una restituzione: rendere omaggio a chi ha saputo contrastare l’oscurantismo e i limiti della cultura patriarcale dimostrando che l’arte, lungi dal coincidere con un genere, si sostanzia nella più performante possibilità di espansione dell’essere umano. Le opere in mostra – dalle artiste internazionali come Schapiro, Shiota, Bourgeois, Accardi, Beecroft, Brown, Calle, Darboven, Delaunay, Dumas, Emin, Fini, Fleury, Grosse, Hatoum, Höfer, Jungwir- th, Ko, Kwade, Lai, Messager, Oppenheim, ORLAN, Pane, Pepper, Rama, Rist, Kiki Smith, Iv Toshain, fino alle artiste contemporanee italiane Luisa Elia, Luisa Rabbia, Valentina Dè Mathà (italo-svizzera), Paola Pezzi, Laura Fiume, Lidia Bachis, Sonia Costantini, Luisa Lanarca, Letizia Battaglia, Veronica Montanino, Monica Mazzo- ne – compongono un percorso che intreccia generazioni e poetiche, conseguen- do il lusinghiero risultato di aver trasformato un ostacolo storico e millenario, in forza espressiva attuale e creativa.
Catalogo con testi di: Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta, Domenico de Chirico, Christian Levett, Pasquale Giuseppe Macrì, Renee Adams, Martina Corgnati, Claudia Pensotti Mosca
CONFERENZA DI PRESENTAZIONE:
16 febbraio 2026, h 12, Sala Nassirya, Palazzo Madama (Senato), Roma.
Moderatrice: Flavia Fratello (giornalista LA7)
INFO MOSTRA:
ART GENDER GAP
A cura di: Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta, Domenico de Chirico
VERNISSAGE
08 marzo, ore 18:00
In occasione della Giornata Internazionale della Donna
DURATA DELLA MOSTRA
08 marzo – 08 maggio 2026
DOVE
GAS – Galleria Andrea Sansovino
Palazzo Ciocchi di Monte, Chiesa di Santa Chiara, Cisterna rinascimentale
PER ULTERIORI INFORMAZIONI E MATERIALI STAMPA
Telefono: (+39) 339 496 8238
E-mail: bramosrls15@gmail.com n.castellaneta@rivoliduepuntozero.org




